Raccontare questa storia, vecchia di ormai più di trent’anni, penso sia interessante perché apre la porta a un universo distopico. E infatti ha interessato anche lo scrittore e giornalista Marco Ciriello che è intervenuto all’ultima edizione dello Sciabaca Festival per presentare la sua ultima fatica letteraria, l’interessantissimo Un giorno di questi (Rubbettino, nella nuova edizione ampliata del 2025).

Ciriello ha “confessato” in quell’occasione – in un colloquio amichevole – di avere nel cassetto uno di quei libri che hanno bisogno di un lungo tempo di decantazione per poter essere consolidati e pubblicati. Si tratta di un libro su Arafat e di conseguenza mi è sembrato particolarmente attento nell’ascoltare questa vecchia storia sulla Palestina che nei primi anni Novanta del secolo scorso tentava di approdare in Calabria.
Ecco la storia! Sembrava una giornata di lavoro qualunque. Il presidente e il direttore della sede regionale dell’Enaip Calabria, ente di formazione professionale delle Acli, rispettivamente Umberto Tropiano e Antonio De Marco, forse per motivi di sicurezza o perché non erano loro stessi sicuri che quella visita così inusuale si potesse davvero concretizzare, non ci avevano detto nulla.

Ma a un certo punto è sembrato a tutti evidente che stava per accadere qualcosa di non ordinario. Ci siamo visti praticamente circondati da un numero spropositato di “pantere” della polizia e di altre “auto civetta”, senza contrassegni. Subito dopo ci siamo resi conto che ne scortavano una in particolare da cui è sceso questo personaggio a qualcuno già noto, perché visto in Tv o sulle pagine dei giornali. Era Nemer Hammad, il rappresentante dell’Olp – l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – in Italia e dunque braccio destro di Arafat, considerati anche i buoni rapporti che intercorrevano all’epoca tra l’Italia e tutto il mondo arabo.

Così ho potuto conoscere personalmente Nemer Hammad, un omino cortese e molto disponibile al dialogo. Io in quegli anni, oltre a far parte dell’équipe di coordinamento didattico dell’Enaip Calabria, ero il giovane responsabile della progettazione del Centro di produzione audiovisiva (2000 mq dedicati alla produzione e postproduzione video), mentre il responsabile tecnico era l’ottimo Giovanni Veneziano, che aveva già una grande esperienza maturata nel tempo.
Dicevo in apertura che questa storia avrebbe potuto aprire un varco su un universo distopico e credo sia vero. Si era nel periodo segnato dagli Accordi di Oslo che vedevano protagonisti Arafat e Rabin, i quali, alla presenza del presidente Usa Clinton, si impegnavano al riconoscimento reciproco tra Olp e Stato di Israele.
Pensate a quante vite si sarebbero potute salvare se si fosse davvero creato allora, com’era forse nei desiderata di Arafat e Rabin – assassinato infatti poco tempo dopo da un estremista di destra israeliano –, lo Stato palestinese. E soprattutto a come sarebbe stato diverso – è facile credere migliore – il mondo dopo un evento di questa portata. Quanti attentati terroristici e conseguenti crudeli repressioni si sarebbero evitati, quante stragi e oggi genocidi ci saremmo risparmiati.

Ci credeva Nemer Hammad, perché evidentemente ci credeva Arafat, e loro due volevano pensare anche alla comunicazione, a una Tv di Stato: una sorta di Rai palestinese. Consapevoli che poteva essere uno strumento di autopromozione, di educazione, di pacificazione; avere una funzione simile a quella assunta appunto dalla Rai nell’immediato dopoguerra, quando c’erano ancora da “fare gli italiani”. In questo caso, c’erano da “fare i palestinesi” e soprattutto fare in modo che imparassero a convivere pacificamente con gli israeliani.
Tutti pensammo che sarebbe stato bellissimo poter formare i comunicatori Tv palestinesi, tenendo conto che all’epoca internet era appena allo stato nascente e la Tv era ancora il principale mezzo di comunicazione in tutto il mondo. Noi avevamo già realizzato un importante corso di regia, con docenti-registi di discreta notorietà e notevole bravura come Mario Chiari e Ansano Giannarelli, oltre a innumerevoli corsi per “tecnici audiovisivi” di ripresa e montaggio.

Avevamo una struttura ben attrezzata che poteva fare tranquillamente a gara con quella della Rai regionale, dotata di un ampio spazio per le riprese in studio e di una sala montaggio di tutto rispetto, e perfino di un pullmino con regia mobile. Una struttura che in effetti venne reputata adatta a portare avanti il progetto.
Ma non se ne fece nulla. Purtroppo non vedemmo mai più dal vivo Nemer Hammad né arrivarono i giovani palestinesi che lui sognava di poter mandare a studiare da noi, su una sponda relativamente vicina dello stesso mare: quel Mediterraneo che aveva in passato fatto dialogare culture diverse e nei cui porti, per i commerci e gli scambi di ogni tipo, si parlava la stessa lingua veicolare, il Sabir.
Qui aveva forse trovato una cultura compatibile con la sua, con quella del suo leader Arafat e con quella del suo stesso popolo. Qui dove era venuto lui stesso a verificare la fattibilità della loro idea e dove io avevo potuto stringergli la mano, dimostrando tutto l’entusiasmo possibile per quel progetto che – se realizzato – avrebbe riservato anche a noi un posticino nella Storia. Lui ci parlò delle loro aspirazioni che di lì a poco sarebbero state però frustrate con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti e sotto le bombe di Netanyahu.

Potevamo essere il piccolo tassello di un mosaico che avrebbe potuto evitare tanto spargimento di sangue, tanto odio da cui non può che nascere altro odio. Non è andata così. Ma ogni tanto ancora mi piace sognare quelle classi di ragazzi palestinesi che avrebbero potuto imparare da noi a fare televisione, diventando registi e tecnici della Tv di uno Stato palestinese che non è mai nato.
Raffaele Cardamone



























