Nonostante sia capitato un po’ di giorni fa, ci penso ancora. Stavo entrando in un grande supermercato e contemporaneamente ne usciva un signore: maglietta arancione deformata da un grande pancione; volto dalla carnagione brunita e dai tratti grossolani, che un Lombroso dei tempi nostri avrebbe certamente ascritto alla categoria dei potenziali criminali, mentre oggi sappiamo che scientificamente non è affatto così; abbigliamento dimesso, non certo da ricco possidente.
Ci siamo incrociati per un istante, quello che mi è bastato per sentire la frase che pronunciava a mezza bocca in dialetto calabrese: «Almenu cca ’un ce su niuri» (almeno qua non ci sono negri). Una frase che mi ha scioccato. Voleva dire che in quel grande supermercato non aveva trovato lavoratori di colore, che evidentemente – chissà per quale motivo – gli avrebbero dato fastidio.
Questo è il mondo in cui viviamo? È evidente che quel signore, se fosse emigrato in un qualche Paese del Nord Europa od oltreoceano, sarebbe stato disprezzato peggio di come lui disprezza i “negri”. Sarebbe stato anche lui discriminato per le sue fattezze, per la sua corporatura, per il suo eloquio, per il suo portamento, per il suo essere presumibilmente un lavoratore o un pensionato povero.
Forse, invece di “negro” lo avrebbero chiamato “mafioso” anche se certamente non lo è, perché non tutti quelli che emigrano dalla Calabria sono ’ndranghetisti, come non tutti i neri che emigrano dall’Africa sono delinquenti. Ci sono tra loro – e sono la maggior parte – persone con una profonda cultura, che imparano l’italiano in fretta e lo parlano meglio del signore in maglietta arancione che infatti si esprime in dialetto, grandi lavoratori, a volte intellettuali che potrebbero – possono – insegnarci molte cose.
Questa Calabria mi sorprende sempre. In positivo per la solidarietà e l’impegno dei pescatori e volontari di Steccato di Cutro, che hanno cercato di porre rimedio a una tragedia annunciata, il naufragio di migranti cui lo Stato aveva voltato le spalle, forse per una non richiesta adesione alle idee dominanti, per essere “più realisti del re”; in negativo per il razzismo strisciante che si sente a pelle anche solo camminando per le strade, entrando in un mezzo pubblico, incrociano un signore in maglietta arancione mentre si sta per entrare in un grande supermercato.


Nell’aprile del 2025, il mio “amico di penna”, come si diceva una volta, l’intellettuale Domenico Lanciano, ha dato alle stampe un volumetto intitolato Il razzismo è una gramigna, che raccoglie cinque lunghe lettere che mi aveva inviato e che io ho pubblicato, tra giugno e settembre del 2020, sulla testata «ilReventino.it» di cui sono fondatore e redattore. Si tratta di un condensato di saggezza sul tema, fin dal titolo che definisce bene la piaga del razzismo che, come una pianta che conosciamo bene, la gramigna appunto, è inutile e infestante, perché si diffonde a vista d’occhio e senza un apparente motivo, procurando danni alle altre colture – e culture – più sane. Ebbene, così è il razzismo: una malapianta che distrugge quel poco che è rimasto di sano nella nostra società.
Era il 2020 e a sei anni di distanza il fenomeno si è ulteriormente ampliato. Ma è deprimente vivere in un mondo che diventa sempre più razzista. Ancora di più lo è in una “Calabria razzista” che è storicamente un ossimoro, per la continua ibridazione di civiltà e popoli che hanno calcato nei secoli questa terra. È una contraddizione in termini, per le note vicende migratorie che hanno interessato i calabresi in tempi moderni, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e li hanno condotti verso ogni angolo del mondo.
Un po’ di memoria storica, un pensiero ai nostri nonni che hanno costruito palazzi e ferrovie, negli USA, nell’Europa del Nord, in Canada, in Australia o nell’America Latina, il ricordo visivo di un cartello purtroppo scritto in italiano: «Non si fitta ai meridionali», potrebbero – dovrebbero – farci rinsavire da questa follia collettiva chiamata “razzismo”.
Raffaele Cardamone




























