di Irene Talarico –
Tre passi sul fondale nero, e parte l’applauso. Fermo. Mi chiedo a cosa stiamo applaudendo. Mi rispondo: “Alla vita. Il maestro è tornato in città”.
Solità: tremila interpretazioni, voci, suoni, strumenti, corpi, anima. Una sola presenza scenica – tra camicia nera lucida che resta – e armonicità.
Matteo Belli, non ha certo bisogno di presentazioni, noto attore e regista di fama internazionale, conosciuto, soprattutto, per essere tra i maggiori esperti sulla voce e la vocalità.
La sua è una estensione che non ha confini, dove la scelta registica – senza amplificazioni dello spettacolo – lo conferma.


È solo, è uno, è un attore. Si trasforma (e resta sempre uguale). Come solo lui stesso sa fare in quello che definisce ‘cabaret spirituale’. Dove ciascuno di noi è chiamato prima o poi a rispondere, a fare i conti.
Sul palco si alternano i suoi personaggi, i suoi oggetti.
Ora è un corpo, ora è un Amleto anglofono, dopo un po’ diventa una bandierina del calcio d’angolo.
È arte, parole, un cavallo da competizione, una bottiglietta d’acqua, una valigia smarrita, un primo, un secondo di portata.

È corpo che si traduce in azione, tra emisfero destro e sinistro. È una madre, una sorella, uno spermatozoo che feconda un ovulo. È il fischio del vento. È coda (flagello). È parmigiano e reggiano. Vocalità e appartenenza, presenza scenica, è la linea su una mano che una veggente ancora non legge.
È attore. Tremila IO che si manifestano e si impongono sulla scena. È una partita vincente. Due turisti.
Solo le luci accompagnano la sua solità, nata in un periodo di forte solitudine, quando gli artisti, tra tremila domande, si reggevano sul Fondo Emergenza Covid-19.
Solo, dunque, uomo solo a fare i conti con la realtà, la scena, la vita. Il palcoscenico.
Quante cose e in quanto si è trasformato. Ha sentito.
Quante voci, volti, maschere, presenze ha rubato dalla strada?! Dai suoi precedenti spettacoli.
Lui acuto e attento osservatore della vita e tra i formAttori più attivi sulla scena del teatro di parola, mimica. Sul teatro indipendente.
Timbrica, dunque, muscolo, tono, tonalità, armonici, movimento.
Una tre giorni di formazione a Catanzaro
Lo spettacolo, portato in scena sul palco del Cinema Teatro Comunale, è stato prodotto dall’associazione Ca’ Rossa APS e rientra nella rassegna «Domenica d’Incanto», curata dal direttore artistico del teatro, Francesco Passafaro.
Il Teatro Incanto ci guida – in una tre giorni di formazione – con l’artista poliedrico: sul monologo. In una città che non vuole sconfortarsi.
Francesco Passafaro, Francesca Guerra, Elisa, Sergio e tutto il loro team restano vivi, cercando di tenere unita una identità attoriale che è sempre esistita nella città: tra morzello e teatro.
Ci insegnano che il loro lavoro è casa, famiglia, aggregazione; nonostante le tremila difficoltà tecniche, organizzative di una città che si spalleggia tra fango, spopolamenti di ragazzi ed erbacce sui marciapiedi.
Il seminario si è svolto nella loro scuola teatrale

Ciascuno dei partecipanti ha portato il suo bagaglio, mettendosi in gioco e lasciandosi attraversare dalle emozioni e dalla scrittura attoriale del monologhista.
Voi siete: “creatori delle vostre creature”, “dovete dare vita a qualcosa che c’è e non c’è”, “sentire da dentro, guardare da fuori”, “fondersi ma non confondersi”, “la responsabilità ci chiede una capacità di rispondere agli eventi”, “parole che diventano scena”, “voi siete i creatori del vostro mondo”, “la presenza scenica è come il latte, prima o poi, scade”. Questi sono alcuni tra gli insegnamenti lasciati, tra esercizi di respirazione e scenica, scrittura e teoria. Edifici narrativi e vasi comunicanti.
L’attore ringrazia il suo pubblico con un inchino vitale, accogliendo i generosi applausi. Ringrazia la città che lo ha accolto, oramai da quindici anni, e lo considera il suo faro.
Un bacio vola verso l’alto, verso un figlio della nostra terra, prematuramente scomparso: Giulio Candiolo.
Tanti i ragazzi attori presenti, coinvolti nella platea, e tra il pubblico emerge lo scrittore Manuel Sirianni con suo fratello. Dove lo spettro autistico ci insegna che la vocalità, l’estensione vocale, il teatro, arrivano e non hanno limiti – soprattutto e per fortuna – tra i non verbali-pensanti.


























