La mia maestra è stata la Signora Teresa Cerra. La mia maestra è e sarà Teresa Cerra.
La mia maestra mi diceva sempre “sei troppo sintetico” ma, incontrandomi da adulto, mi ha detto, una volta, “un tempo ti dicevo che eri troppo sintetico, mi sbagliavo, è una qualità al giorno d’oggi”. Non tradirò il suo ripensamento. Sarò sintetico.
I funerali della mia maestra sono stati il giorno di Pasqua 2026, un segnale per chi, come lei, alla vecchia maniera ci faceva recitare le preghiere in piedi a inizio giornata?
Che scuola antiquata diranno le giovani generazioni identificate con sigle di plastica “generazione Z, beta, alpha”, eh già… una scuola antiquata, mnemonica.
Forse grazie alla memoria ricordo: i verbi da imparare, le poesie da recitare, le tabelline. Quanto mi sono servite? Per la mia maestra la memoria era solo la prima parte del piano.


La mia maestra aveva un piano per noi, ne sono convinto, la mia maestra non è stata solo un pubblico ufficiale, soldato esecutore dei piani ministeriali, non è stata nemmeno solo un ufficiale superiore con autonomia di giudizio e decisione tattica, la mia maestra è stata anche un grande Generale, uno di quelli che pianificano strategie a lungo termine che includono obiettivi per gli uomini e le donne da guidare o, come si direbbe oggi, su cui esercitare la leadership.
Uomini e donne? Si uomini e donne. Nella seconda parte del piano la mia maestra ci trattava da uomini e donne, ci propinava letture più adulte rispetto alla nostra età, ci “obbligava” a seguire i telegiornali e a riportare le notizie, ci interrogava non solo sulle nozioni ma anche sulle nostre interpretazioni.
Il 29 maggio 1985, 39 tifosi italiani persero la vita in uno stadio gremito di tifosi inglesi. Io ricordo ancora il dibattito che bambini di 9 anni sono stati in grado di generare e posso affermare, a quasi 50 anni, che era superiore in profondità a quello di parte di intellettuali, politici, psicologi, politologi, e tuttologi da salotto televisivo.
Coltivare il pensiero ma nutrirlo con le informazioni, quello faceva parte sicuramente del piano.


In un’altra occasione la mia maestra ci propinò un gioco in cui si doveva disegnare una busta da lettera senza sollevare la penna dal foglio. Non fui tra i primi a risolverlo.
A distanza di giorni ritornai su quel gioco perché “nel piano” (anche se non detto) non era contemplata solo la risoluzione più veloce ma anche la curiosità nel confrontare tutte le soluzioni date dai compagni, constatare che ognuno pensa soluzioni diverse anche se l’obiettivo è lo stesso, verificare che esistono più soluzioni. Ancora oggi ripasso a memoria tutte le soluzioni che ho trovato.
Raggiungere l’obiettivo con modi personali anche originali, quello faceva parte del piano. Raggiungere l’obiettivo non demordendo anche se qualcun altro è più veloce, quello faceva parte del piano. Esplorare le possibilità, quello faceva parte del piano.
La mia maestra ci diceva che il futuro lavorativo sarebbe stato di chi conosceva l’inglese e la matematica, strumenti necessari per la società tecnologica che di lì a poco avrebbe prepotentemente invaso la quotidianità.


La mia maestra ce lo diceva nel 1984: i primordi del web risalgono al 1991 e quelli degli smartphone a inizio anni 2000. Avere le basi e immaginare il futuro, costantemente, quello faceva parte del piano.
La mia maestra sapeva essere rigida e flessibile allo stesso tempo e fuori dal tempo. Essere in grado di ragionare e portare avanti degli schemi ma anche crearne di nuovi, quello faceva parte del piano.
Saper svolgere l’ordinario ma immaginare lo straordinario, potere scegliere se essere, in base agli eventi: impiegati, artigiani, operai, poeti, scienziati, maestri, allievi e non fare di questa scelta una condanna ma renderla un approccio alle situazioni della vita, questo era il piano per tutti noi.
Grazie.
Vincenzo Carnuccio





























