Appena l’estate entra nel vivo, ecco riaffacciarsi con puntualità implacabile lo spettro della crisi idrica in una vasta area della Calabria centrale. Anche quest’anno, nel momento in cui la domanda d’acqua cresce per via della stagione turistica e dell’uso domestico, la Sorical, la società che ha “ereditato” il servizio idrico regionale, annuncia una drastica riduzione dell’acqua potabile erogata dal sistema idrico del Savuto.


Questa rete di distribuzione idrica, che parte dalla fonte del Savuto, serve ben 17 comuni, tra cui Lamezia Terme, Gizzeria, Falerna, Feroleto Antico, Decollatura, Soveria Mannelli, Bianchi, Scigliano, Colosimi, Martirano, Conflenti e altri centri nelle province di Catanzaro e Cosenza.
La nota ufficiale Sorical:“A causa del naturale decremento della risorsa emungibile da sorgenti e pozzi silani che alimentano l’Acquedotto Savuto, a partire dalla serata del 15 luglio, Sorical attuerà una riduzione della portata addotta ai serbatoi”. La riduzione seguirà il criterio della “proporzionalità rispetto alle forniture normalmente garantite”, nel tentativo (si spera equo ndr) di distribuire la scarsità della risorsa.
La motivazione? “Causa di forza maggiore” dovuta alla fisiologica riduzione della portata delle sorgenti. La Sorical invita, infatti, i Comuni a sensibilizzare la popolazione sull’uso consapevole dell’acqua, sollecitando comportamenti responsabili e l’eliminazione degli sprechi. Intanto a pagarne il prezzo sono, come sempre, i cittadini paganti e beffati nel servizio.
Il Colpevole designato? Logicamente, il cambiamento climatico!
Il cambiamento climatico è ormai diventato il comodo capro espiatorio di ogni disfunzione: surriscaldamento globale, scarsità idrica, incendi, alluvioni. Tutto finisce nel grande calderone della crisi climatica. Ma basta sfogliare le cronache degli ultimi decenni per trovare che i “colpevoli” della carenza d’acqua sono cambiati come le mode.
Negli anni ’90 si dava la colpa all’aumento demografico. Poi al consumo eccessivo di carne. Seguì il tempo delle piogge torrenziali e delle frane. Più di recente, fu additata la coltivazione intensiva delle patate. Oggi il colpevole per eccellenza è il cambiamento climatico, la CO2, il riscaldamento globale.
Questa caccia alle streghe potrebbe far sorridere qualcuno, se non fosse per la drammaticità della situazione e, soprattutto, per la verità che resta sistematicamente ignorata: la Calabria è una delle regioni italiane più ricche d’acqua nel sottosuolo!
Paradossalmente, secondo i dati ISTAT del 2015 (diffusi in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua), la Calabria, la regione che vanta alcune delle migliori acque potabili d’Europa, è la seconda in Italia, dopo la Sardegna, dove la popolazione ha meno fiducia nell’acqua di rubinetto. Circa il 50% dei calabresi non si fida dell’acqua erogata nelle abitazioni e molti si affidano all’acqua imbottigliata.
Questo dato dovrebbe essere un indizio importante. Il problema non è la disponibilità della risorsa, ma la gestione delle infrastrutture idriche.


La rete idrica calabrese è vecchia, inefficiente, costruita in gran parte negli anni ’50 dalla Cassa del Mezzogiorno. Da decenni è noto che disperde quasi fino al 50% dell’acqua trasportata, con conseguenze non solo quantitative, ma anche qualitative. Lo confermava già uno studio finanziato nel 2016, e incredibilmente rifinanziato nel 2023, senza che nel frattempo siano stati eseguiti interventi strutturali degni di nota.
Non solo, in molte zone collinari e montane, la dispersione d’acqua provoca dissesti idrogeologici, poiché le perdite costanti nelle reti agiscono come veri e propri “lubrificanti” del terreno. È l’assurdo di una regione che, pur essendo letteralmente seduta sopra un mare d’acqua, vive razionamenti anche nei mesi invernali.
Eppure le alternative ci sono. Invece di convogliare l’acqua su lunghe distanze, ad esempio dal Savuto fino a Marcellinara, come è successo nelle estati passate, si potrebbe valorizzare l’acqua a chilometro zero.
Nel solo territorio comunale di Lamezia Terme (162 km²), ad esempio, sono state censite 104 sorgenti con una portata superiore a sei litri al minuto. Nel solo ex comune di Nicastro, nel secolo scorso, furono catalogate 36 sorgenti; alcune di esse, come Candiano, Sabuco, Cappellano e Risi, vantano una portata complessiva stimata in oltre 20 miliardi di litri d’acqua l’anno. Una quantità sufficiente a rendere autosufficiente gran parte della popolazione locale e di una parte della costa tirrenica.
E che dire di comuni come Soveria Mannelli e Bianchi? Si trovano ai piedi della Sila, in aree ricchissime d’acqua, eppure subiscono razionamenti anche fuori stagione, in inverno.
In Calabria, la qualità dell’acqua è eccellente grazie alle caratteristiche geolitologiche uniche delle rocce serbatoio: graniti, scisti e gneiss, antichissimi e ricchi di preziosi minerali. L’acqua che attraversa questi substrati acquista una composizione chimica e biologica di altissimo valore, anche per usi terapeutici. Un patrimonio naturale che andrebbe gestito con intelligenza, rispetto e visione a lungo termine.
Continuare ad addossare tutta la responsabilità al cambiamento climatico è comodo ma fuorviante. Il clima incide, certo, ma il vero problema è infrastrutturale e gestionale. La Calabria non soffre per mancanza d’acqua, ma per incapacità di conservarla e distribuirla.
È tempo di dire basta agli studi infiniti e di iniziare con interventi concreti sulla rete idrica, se non vogliamo trovarci ogni estate a elemosinare qualche litro d’acqua, a cercare colpevoli immaginari, senza iniziare a risolvere i problemi reali.




























