La sentenza del 2 luglio 2026, causa C-67/25, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiarisce la portata del divieto di diffondere i contenuti dei canali informativi russi oggetto di censura europea, stabilendo che tale divieto può applicarsi anche ai siti Internet accessibili gratuitamente al pubblico, compresi i blog gestiti da singoli cittadini.
Secondo la Corte, la qualifica di “operatore” non riguarda esclusivamente imprese o soggetti che svolgono attività economiche, ma può estendersi a chiunque renda disponibili i contenuti vietati, indipendentemente dall’assenza di fini di lucro, dalle modalità di finanziamento del sito o dalla sua natura amatoriale.
La Corte ritiene, inoltre, irrilevante l’ampiezza della diffusione o il numero di persone raggiunte, ciò significa che anche la pubblicazione di un contenuto visualizzato da pochissimi utenti può violare la normativa, qualora ricorrano gli altri presupposti previsti dalla legge.
La pronuncia nasce da un procedimento penale avviato in Germania nei confronti di tre persone accusate di aver ripubblicato, su un sito liberamente accessibile, video provenienti dal canale RT Germany.
Una decisione destinata inevitabilmente ad incidere sulla tutela della libertà di informazione. L’Unione Europea giustifica tali restrizioni richiamando il contesto delle sanzioni adottate nei confronti della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, ma resta aperta la domanda su dove debba essere tracciato il confine tra sicurezza e libertà di espressione.
A questa vicenda si aggiunge un’altra decisione destinata a far discutere.
Il 9 luglio 2026 il Parlamento europeo ha approvato una proroga temporanea del cosiddetto “Chat Control 1.0”. La misura, valida fino all’aprile 2028, consente alle piattaforme digitali di continuare ad analizzare volontariamente le comunicazioni elettroniche non protette da crittografia end-to-end, con l’obiettivo “ufficiale” dichiarato di individuare materiale pedopornografico e contrastare gli abusi sui minori.
L’approvazione è arrivata al termine di un iter particolarmente controverso. Un escamotage a dir poco, poco corretto. Il testo sarebbe stato ripresentato con modifiche formali, dopo la precedente bocciatura, sfruttando le particolari regole procedurali del Parlamento europeo. La proposta, pur ottenendo più voti contrari che favorevoli in una delle votazioni, non è stata respinta perché il regolamento richiedeva una maggioranza assoluta dei membri del Parlamento e non soltanto dei presenti in aula. Praticamente l’emendamento è stato presentato sabato 9 luglio, quando la maggioranza dei parlamentari era già con la valigia in mano per partire o in riva al mare in vacanza.
Chat Control è il nome con cui è diventato noto un insieme di proposte legislative europee che prevedono, in forme diverse, la possibilità di analizzare automaticamente le comunicazioni private alla ricerca di contenuti illeciti. Si tratta di una deroga ad alcune disposizioni della direttiva ePrivacy, la normativa europea posta a tutela della riservatezza delle comunicazioni elettroniche.
La prima limitazione viene giustificata come strumento di contrasto alla propaganda russa; la seconda come mezzo per combattere la pedofilia e gli abusi sui minori. Sono finalità che lasciano molti dubbi. Il vero interrogativo, però, riguarda il prezzo che una società che si definisce democratica è disposta a pagare in termini di libertà individuali.

































