Da quando il cine-teatro Il Piccolo ha deciso di riaprire il sipario sulla sua metà dedicata alla settima arte, cioè dallo scorso 1° marzo (2026), mi ha dato modo di assistere, grazie alla sensibilità e all’acume nelle scelte da parte di Gino Capolupo e famiglia, a una serie di film tutti degni di nota.
Vado a elencare, nell’ordine cronologico:
- Li chiamarono… briganti!, di Pasquale Squitieri (1° marzo);
- A Chiara, di Jonas Carpignano (25 marzo);
- S. Palmese, di Manetti Bros. (9 aprile);
- The apprentice (Trump), di Ali Abassi (2 maggio);
- I vitelloni (restaurato), di Federico Fellini (3 maggio);
- La grazia, di Paolo Sorrentino (10 maggio);
- The sea, di Shai Carmeli-Pollak (6 giugno);
- No other land, di Basel Adra e Yuval Abraham (20 giugno).
La cosa che mi ha stupito e rattristato di più in questi quattro mesi di visioni cinematografiche, a volte insperate e altre volte sorprendenti, è stata la penuria di spettatori.


È vero! I tempi d’oro del cinema sono lontani e irripetibili. Quei momenti magici in cui nel cinema Nido di via S. Francesco di Paola si radunava una gran folla ed era difficile trovare perfino trovare posto: la classica sediolina ribaltabile in legno. Un piccolo miracolo che si ripeteva in occasione della proiezione, rigorosamente in pellicola, delle prime opere di Massimo Troisi o di Nanni Moretti, allora poco più che degli illustri sconosciuti. Ma anche dei film “di denuncia” di Costa-Gavras e Pontecorvo, o quelli “d’autore” di Antonioni, Ferreri e Bertolucci, tanto per fare qualche esempio non certo esaustivo.
E ora non posso credere che i cinefili, vecchi e nuovi, siano definitivamente spariti dal nostro paese e dintorni. O che si accontentino di uno schermo televisivo, seppure smart e di grandi dimensioni, rispetto a un cinema vero.
Già, perché la saletta da 50 posti del Piccolo è un vero cinema. E arriva perfino a ricordarmi una delle salette più piccole del mitico Filmstudio 70 di Roma, che ho avuto la fortuna di frequentare per un anno intero e assistervi a rassegne cinematografiche che mi hanno aperto un mondo.
E il cinema al cinema è un’altra cosa: niente pubblicità, niente interruzioni, niente distrazioni – insomma niente rumori sia in senso prosaico sia semiologico; lo schermo grande – più di quanto possa essere il più grande in commercio di un televisore – e l’audio che si sente come si deve far sentire; la possibilità di discutere con chi ha assistito al film assieme a noi, di trovarsi d’accordo o magari dissentire, insomma di parlare viso a viso, scambiare opinioni con i nostri simili, che poi è la cosa più preziosa che ancora ci rimane.


Lo sanno bene i cinefili, ma se non siamo più capaci di andare a vedere un film che ci interessa nel cinemino del nostro paese rischiamo di perdere un ulteriore tassello di quella umanità che ancora ci differenzia da un’efficientissima, ma arida e priva di sentimenti, intelligenza artificiale.
Il cinema resta ancora il luogo privilegiato per vedere un film, ma è soprattutto uno dei modi per coltivare relazioni sociali e scambi cultuali, che sono il vero patrimonio immateriale di una comunità come la nostra, da sempre a questo abituata.
Raffaele Cardamone






























