Dea, ti ringrazio per quest’intervista. Le domande non sono scontate e soprattutto sono mirate a conoscere anche un po’ la persona oltre all’attore. Cosa che apprezzo molto e fondamentale in questo periodo in cui oramai sembra ci sia una lastra di vetro superficiale a dividere le persone, senza mai capire cosa sia vero o meno. Grazie per la tua disponibilità e professionalità. Non mi sarei mai immaginato di dover dire che se fossi un piatto sarei un piatto di pasta con i tenerumi. A presto!
La vita è per me l’arte di essere radicati, eppure liberi di crescere verso il cielo. Siate a Roma a Novembre per Oltre le nuvole, il cielo, il nuovo spettacolo teatrale scritto e diretto da Gabriele Cicirello, anche attore, anche creatore di un laboratorio dal nome “Switchlab“ che si svolge nella capitale, dove insegna insieme ad altri giovani colleghi a persone che si vogliono avvicinare all’arte della recitazione per poi provare, magari, l’agognato accesso alle accademie ufficiali. Insomma, dal meridione con furore. Per chi se lo fosse perso al cinema nel ruolo del figlio della ricattatrice senatrice (e ho fatto pure rima) in E poi si vede, primo lavoro dei fratelli Federico e Fabrizio Sansone, in arte i Sansoni, può vederselo poi su Netflix – io l’ho personalmente premiato “Commedia italiana dell’anno” con la motivazione « comicità che non si omologa e che non cade mai nella volgarità. Sana, intelligente, coraggiosa e attuale ». Una parte leggera quella di Luca rispetto ad altri ruoli di cinema impegnato che lo hanno visto protagonista sul grande schermo, pensiamo a Benedetto Buscetta ne Il Traditore di Marco Bellocchio (2019) o al Biagio di Vincenzo Pirrotta nel dramma Spaccaossa (2022), membro di un’oscura organizzazione criminale che simula finti incidenti a scopo di frode. Quello dell’attore è forse il mestiere più difficile che esista, qualcuno ci riesce ed esce — so che non è un termine che esiste, ma dopo “spaccanti”, registrate a me il dominio di “meritocrattore”, che è Gabriele, grazie — qualcun altro ci riesce ma purtroppo non esce :
Quello che più mi dispiace è conoscere tanti talenti che non hanno mai avuto la minima possibilità di un’occasione per esprimere la propria bravura.

Spesso si ha l’idea che per fare carriera nel mondo del cinema serva la maniglia – e non solo in quello del cinema, vedesi la cruda verità esposta nel film di Giovanni Calvaruso. Per un attore che, come te, ha costruito la sua carriera con un percorso solido e costante, fatto di sacrifici, studio e provini, qual è la differenza tra l’opportunità offerta da una conoscenza e il vero “lasciapassare” che è solo ed esclusivamente quello del talento?
Le raccomandazioni purtroppo esistono in tanti ambienti. In alcuni di questi si nascondono benissimo, in altri meno. Nel cinema, nel teatro, nella danza, nella musica e in tante altre forme d’arte, si ha la possibilità a volte di scovarle. Chi fa il mio lavoro, da quando inizia, è consapevole di una serie di dinamiche ingestibili. Si prova comunque a lottare per evitare ogni tipo di sopruso. Per fortuna esistono dei grandi che sia per la loro storia sia per la loro determinazione riescono a combattere contro ogni compromesso che qualcuno prova ad imporre dall’esterno, riuscendo a dare spazio a coloro che ritengono più adatti per un determinato ruolo, che sia famoso o meno.

Da attore, il tuo sguardo sul cinema è inevitabilmente professionale. Quando ti siedi in sala, riesce a goderti un film o uno spettacolo come un semplice spettatore, o la tua “deformazione professionale” ti porta sempre ad analizzare ogni inquadratura, ogni scelta registica o ogni interpretazione?
Tutte quelle volte in cui la mia attenzione si è concentrata sull’analizzare degli elementi tecnici, probabilmente non era un film che mi stava coinvolgendo. Sono una persona che col tempo ha messo da parte il giudizio ossessivo sui particolari e sugli attori. Cerco il più possibile di godermi l’opera che guardo come un semplice spettatore, rispettando il lavoro di tutti, col desiderio di vedere un’opera portata avanti con onestà e rispetto, e qualora percepissi il contrario, se sono al cinema attendo sofferente la fine, se sono a casa cambio film.
Esci dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e ti sei formato attorialmente anche in terra natìa, terra in cui di recente hai recitato al fianco dei tuoi conterranei Sansoni. Che ruolo ha avuto la tua città, Palermo, nel formare la tua sensibilità artistica? E poi, come mai, proprio quel percorso lì a Roma e non altre realtà, magari similari ma più vicine?
Spesso mi chiedo chi sarei e cosa farei oggi se non fossi nato a Palermo. Io penso che la città in cui si nasce equivalga alla famiglia in cui si cresce. Soprattutto per città così avvolgenti, come il capoluogo siciliano, con una forte identità che si impone nel modo di pensare e di parlare e di agire. Io amo la città in cui sono nato e dove ho cercato di raccogliere il meglio conservandolo dentro di me, e il peggio invece provo a trasformarlo, a volte anche con l’arte teatrale. Io ancora oggi, dopo 11 anni che vivo a Roma, penso in siciliano e coltivo lo studio della lingua siciliana, che penso sia un patrimonio. Negli anni in cui ho deciso di proseguire gli studi all’interno di una scuola di teatro, sono entrato sia allo Stabile di Genova che all’Accademia Silvio d’Amico, entrambe prestigiose. Probabilmente la scelta è ricaduta su Roma quando avevo 23 anni, sia perché sognavo di vivere in una città come questa, che mi incuriosiva, sia perché pensavo che l’Accademia mi desse più possibilità e occasioni una volta laureato, essendo anche una città di riferimento per il nostro ambiente. Ammetto però che non si è trattata di una scelta semplice.

In che modo non lo è stata? Il tuo segno zodiacale è governato da Venere, il pianeta della bellezza, dell’arte e dell’estetica, e di fatto hai anche una passione per la fotografia. Si dice anche che i Toro siano individui molto concreti, ancorati alla realtà e alla ricerca di stabilità. Come si conciliano queste, suppongo anche tue, peculiarità con una professione così effimera e a volte instabile come quella dell’attore, in cui il successo e la sicurezza non sono mai garantiti? Ti senti più un artigiano che costruisce, passo dopo passo, o un artista che vive di salti nel vuoto?
La mia stabilità sta proprio nella mia incapacità di contemplare una vita senza l’arte. È come se non ci fosse alternativa, e sapere di poter esplorare questo mondo, con ciò che ho studiato, visto e analizzato, allevia ogni mia paura. Io sono disposto a fare altri mestieri lontani dall’arte per sopravvivere e poter avere il tempo da dedicare al teatro o al cinema. Non lo vedo solo come un lavoro : è ciò a cui penso appena sveglio e l’ultimo pensiero prima di andare a dormire, la notte. Per questo non ho paura. Perché la passione è una cassaforte capace spesso di curare l’anima, e riesce a proteggermi dalle difficoltà che incontro nella vita. Ritengo che l’arte non si traduca sempre nella dimostrazione e nella restituzione al pubblico di un progetto. Io penso che l’arte sia un processo quotidiano, anche nascosto dentro la stanzetta di una casa. E riempio passo dopo passo questo enorme bagaglio infinito, ogni giorno della mia vita. Le esperienze della vita vanno a pari passo con la mia crescita artistica, che sia la lettura di un libro, la fotografia, la cucina, le culture lontane da noi o anche semplicemente il racconto di un amico. Assimilare e trasformare. Come un artigiano!

Adoro, profondamente, il modo in cui ti sei appena espresso, e la maniera naturale in cui riesci a calarti in storie sempre differenti. E parliamone di questo teatro… “Rosaspina“, “Con tutto il mio amare”, e a Novembre ricominci. Che cosa ti ha spinto a voler essere non solo interprete ma anche autore?
Durante gli anni dell’Accademia ho gradualmente maturato l’idea di scrivere anche dei testi teatrali. Sentivo la necessità di sviluppare delle storie in cui emergessero dei sentimenti da sviscerare come l’affetto familiare o l’ossessione d’amore – nel caso di questi due testi che mi citi – e trasformare in drammaturgia teatrale, cercando, con il mio studio da interprete insieme ad altri registi, di raccogliere ciò che più mi interessava, e provare a sintetizzare teatralmente ciò che scrivevo in un nuovo codice personale.
Sei passato da “Hamletmachine” a teatro all’Amleto di “The Bad Guy”, e hai lavorato con registi eccezionali come Marco Bellocchio e Terrence Malick. In cosa, a tuo giudizio, la regia italiana differisce da quella statunitense?
Innegabile non dirti la natura economica. Più soldi ci sono, più tempo si ha. E il tempo spesso fa la differenza, perchè ci si può permettere di lavorare sul minimo dettaglio, senza fretta.


Da quale regista con cui non hai lavorato ti senti compreso? E quand’è stata la prima volta che ti sei sentito veramente visto?
Ad ora, ti risponderei il maestro Marco Bellocchio… la mia prima esperienza cinematografica è stata con lui, e prima di allora pensavo di voler fare solo teatro. Ma essere diretto da un artista del genere, ha completamente cambiato la mia visione. In un certo senso mi sono sentito come se fossi sulle tavole di un palcoscenico, con la stessa libertà e la stessa attenzione che ritrovo in teatro. Un lavoro minuzioso sul personaggio.

Tra i diversi registi italiani con i quali mi piacerebbe lavorare di certo c’è Giuseppe Tornatore, in quanto nei suoi film ritrovo la sua appartenenza alla terra, anche in quei progetti lontani dalla Sicilia. Poi ci sono tanti film che raccontano la Sicilia in altro modo. Mi viene in mente “Nuovo cinema Paradiso”, ma anche tantissimi lungometraggi di giovani registi, che purtroppo non hanno la possibilità di essere distribuiti in maniera adeguata affinché il grande pubblico li possa vedere.
Sorrido al pensiero di aver portato sotto braccio Totò Cascio, e averlo intervistato due anni fa.Hai lavorato anche tu a personaggi con un forte legame con il sud Italia. Spesso una Calabria o una Sicilia vengono raccontate dal cinema in modo stereotipato, legato a temi di criminalità o povertà. Tu, che ha recitato in film con una forte identità meridionale, lo senti questo peso di dover raccontare la tua terra in maniera più sfaccettata?
Penso che ognuno sia libero di raccontare ciò che ritiene opportuno, che sia la vita di un magistrato o quella di un latitante. L’importante è che ci sia sempre una spinta artistica e onesta nella creazione del progetto, e anche la necessità di raccontare una storia. Se poi viene rappresentato lo stereotipo di una città o di una società o della storia di un popolo, quello penso che sia sbagliato a prescindere che sia sulla Sicilia o su un evento americano. Di certo poi è compito dell’intelligenza dello spettatore capire che quello che viene raccontato in prodotti del genere è finzione e che in Sicilia non camminiamo con la pistola.
Rispondimi in base a come ti senti oggi. Se tu fossi un piatto, se tu fossi un libro, se tu fossi un brano, se tu fossi un film d’epoca, se tu fossi una foto in locandina di un film.
Oggi rispondo così, domani chissà. Se io fossi un piatto sarei “Pasta con i tenerumi” fatto dalla mamma.

Se io fossi un libro sarei “Mi limitavo ad amare te” di Rosella Postorino. Se io fossi un brano sarei “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla. Se io fossi un film d’epoca sarei “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin. Se io fossi la foto di una locandina sarei “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman.
Si ringrazia Goffredo Maria Bruno per lo scatto in copertina.
Ogni intervista, articolo, grafica e montaggio è a cura di Mariadea Galiano (@dealiano). Accedi al profilo Instagram per seguire tutte "Le Interviste della Dea". A presto!

























