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Home » Elogio dei fichi secchi e del peperoncino piccante

Elogio dei fichi secchi e del peperoncino piccante

Domenico Lanciano di Domenico Lanciano
5 Dicembre 2020
in OPINIONI
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Elogio dei fichi secchi e del peperoncino piccante
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di Domenico Lanciano, dalla rubrica: Lettere a Tito n. 311 (Fonte autorizzata: CostaJonicaWeb.it – news Sicilia e Calabria)

Caro Tito, penso che siano assai rari i calabresi cui non piacciono i fichi secchi e il peperoncino piccante. Ad esempio, io ne vado matto, con una leggera preferenza per i fichi secchi che mi ricordano l’infanzia, mentre il peperoncino è come il vino … si conosce ad una certa età. Nella cultura mediterranea tre alberi sono “sacri” fin dall’antichità e spesso condividono il medesimo terreno: l’ulivo, la vite e il fico. Il peperoncino, giuntoci assieme al pomodoro dopo la scoperta dell’America, è una nuova acquisizione che da noi ha trovato splendore ed apoteosi.

1 – ELOGIO DEI FICHI SECCHI E DEL PEPERONCINO

Vito Maida (1946-2004), poeta di Soverato (la cosiddetta “perla dello Jonio”), così afferma in una poesia fissata con il titolo LA STAGIONE DEL FICO alla pagina 91 della raccolta “Spine e spighe” (edita nel maggio 2005 dall’associazione culturale “La Radice” di Badolato): “La stagione del fico è lunga e generosa” / diceva mia madre cogliendo, ancora a Novembre, / quel cibo d’estate, / viatico dolce all’inverno, / con noi tutto l’anno, / quasi eterno.

E nella medesima raccolta lo stesso Vito così descrive il suo essere collegiale (negli anni 1958-60) nella poesia POLVERE ROSSA (alludendo al peperoncino e richiamando i fichi secchi): Nessuno sfuggiva all’economo salesiano, / le sue rette colpivano le nostre vite / con indifferente certezza. / Così migrammo al “Principe”, a Potenza, / orfani nelle camerate, nei refettori, nei cortili, / noi Calabresi dallo sguardo scuro, / due o tre fichi al caldo nelle tasche / e un fuoco di polvere rossa / sparso sui ceci e sulla nostalgia.

Alla pagina 54 del fascicolo n. 3 (datato 31 dicembre 2016 anno 22) il quadrimestrale LA RADICE di Badolato (diretto dal professore Vincenzo Squillacioti, che ha curato pure l’edizione di “Spine e spighe”) riporta la seguente lettera di tal Olidio Talarico: << Gent.mo prof. Squillacioti, desidero anzitutto ringraziarla ancora una volta per la cortesia ricevuta nell’inviarmi l’opuscolo di Vito Maida, che ho letto con piacere. Eravamo stati compagni di classe, se non ricordo male in seconda e terza media, ma soprattutto vicini di letto in camerata al “Principe di Piemonte” di Potenza negli anni 58/59 e 59/60. Poi le strade si sono divise e non ci siamo più rivisti. Cosa ricordo di Vito? Già allora era consapevole della sua malattia; infatti non giocava a pallone con gli altri ma passeggiava nel cortile. Era sempre piuttosto triste e pensieroso: forse sapeva che la salute sarebbe stata avara con lui. Aveva sempre dei fichi secchi nelle tasche, cosa che riporta nei versi de “La polvere rossa”; i fichi sono menzionati in altre poesie. Il mio rammarico è di non aver goduto della sua amicizia da adulto e di aver scoperto le sue doti di compositore e poeta solo dopo la sua scomparsa.

Cordialità. >>

Alla pagina 310 del quinto volume del “Libro-Monumento per i miei Genitori” troviamo la seguente poesia di Vito Maida AL FICO facente parte della raccolta “Versi orfani” (la cui pubblicazione ho curato pubblicandola il 18 dicembre 2006, a due anni dalla morte del Poeta): Al fico / che si offre in umiltà / io dono i miei ricordi. / Il sole batteva sulla cesta ricolma. / Io seguivo / i passi di mia madre / sul sentiero luminoso. / Già pensavo al mio inverno / caldo di pane / e fichi secchi.

2 – I FICHI AI TEMPI DELLA FAME

Come ha descritto o ha fatto intendere il carissimo amico Vito, i fichi secchi facevano parte della nostra dieta e della nostra cultura, specialmente ai tempi della frugalità contadina e, in particolare, della diffusa fame alimentare. E non soltanto in Calabria, ma ovunque (nel Mediterraneo e altrove) crescesse questa generosa pianta.

Mio padre (operaio delle Ferrovie dello Stato) era nato contadino e non ha mai smesso questo suo lavoro-passione, pure perché doveva darsi da fare per garantire il necessario a moglie e otto figli. Quindi, alle piccole proprietà ereditate da genitori e suoceri, ha aggiunto altri terreni per conquistare il fabbisogno annuale (u commatu – ciò che è indispensabile per stare “comodi” e non avere bisogno di comprare). In questi terreni (di proprietà o in affitto) c’erano parecchi alberi di fichi bianchi (alcuni pure neri), la cui raccolta riempiva un cassone di legno di oltre 2 metri cubi di fichi secchi in forma comune. A questi si aggiungevano i fichi secchi lavorati e rifiniti (cioè infornati, con la mandorla dentro, spennellati di vino cotto a forma di pila o crocette o corolle) che servivano per la famiglia ma anche per farne gradito dono, specialmente durante le feste di Natale.

“A fammi parra cull’angiali” (la fame parla con gli angeli). Era una frase consueta che in Badolato ho sentito dire (preceduta o seguita da qualche bestemmia o imprecazione per la povertà, lo sfruttamento o addirittura per la miseria cui erano costrette alcune famiglie) almeno fino a quando sono stato al casello ferroviario di Cardàra, cioè fino al settembre 1962. Cioè, fino a quando, in pratica, non si è aperta appieno l’emigrazione di massa verso i Paesi europei, in particolare Svizzera e Germania, dando soldi, benessere e respiro alle famiglie di braccianti, contadini ed operai.

Tale situazione di forte “bisogno” (ai tempi di miseria e fame) portava, sommessamente, parecchie persone a bussare al casello per avere una manciata di fichi. La mia famiglia è sempre stata generosa e, in particolare, in quei tempi difficilissimi mio padre (da bravo comunista apostolico e in assoluto silenzio) dava quasi metà delle sue risorse a ristorare chi stava peggio di noi.

Ma non solo fichi secchi. Infatti, canestri di fichi freschi prendevano la via di numerose abitazioni di gente bisognosa (assieme ad altri ristori). E c’era più di uno che a prima mattina (quando l’aria era fresca e i fichi sull’albero non erano stati ancora baciati dal sole) andava liberamente a saziarsi di quel frutto delizioso ed “eterno” come afferma Vito Maida nelle sue poesie. I fichi del Paradiso terrestre! Per fortuna che gli alberi di fichi erano e sono tuttora più generosi degli uomini! A volte fino ad autunno inoltrato (come appunto diceva Vito). Come i pomodori che, un anno, ricordo, abbiamo mangiato dalla pianta fin sotto Natale! Eden Calabria, Natura generosa!

Adesso i fichi secchi ci arrivano nei negozi o nei supermercati soprattutto dalla Turchia, qualche confezione dal cosentino, dalla Puglia o dal Cilento. Ma non c’è più quel sapore e quell’atmosfera di quei fichi di casa nostra e della nostra infanzia. Come per l’odorosissima e saporitissima pesca di Badolato si è persa la tradizione contadina dei nostri fichi bianchi, i più squisiti e mielosi, difficile da trovare oggi così veri!…

Ricordo che alcune famiglie (come quella dei miei amici Franco e Vincenzo Serrao) affittavano, di anno in anno, talune piante di fichi bianchi. Ed era bello vedere innumerevoli “cannizze” che facevano seccare al sole i fichi tagliati a metà per il fabbisogno invernale, come merenda o come sfizio, per alcuni anche per smorzare la fame.

Ancora oggi, caro Tito, mi chiedo se è valsa la pena tutto questo (falso) progresso che però ci ha tolto non soltanto i sapori, i profumi e il significato di tanti cibi, come i fichi freschi e secchi, ma gran parte della nostra purezza e autenticità. Pur nella fame e nella frugalità, eravamo sicuramente più veri. Certamente più felici di adesso. Ecco il perché di questo mio elogio dei nostri fichi secchi e del nostro peperoncino, così come di altri prodotti agricoli che hanno esaltato la nostra infanzia. E noi non ci rendevamo conto di questo paradiso, tanto era spontaneo e ovvio ricevere dalla Natura questi impareggiabili e preziosi doni.

E forse era proprio questo il pro-memoria ideale e sentimentale che il mio carissimo e compianto amico badolatese Enzo Ermocida (cui ho dedicato la “Lettera n. 205 del 21 gennaio 2018”) si portava dietro, nel taschino della giacca, ovunque andasse: il peperoncino piccante, verde o rosso che sia stato. Era diventato emblema del suo essere legato alle terra di origine e all’epoca felice, mentre lui era alle prese con i pescecani economico-politici. Cosciente di tutti questi significati, mi ha commosso la moglie quando gli ha rimesso nel taschino della giacca alcuni peperoncini per il suo ultimo viaggio.

3 – SKJOKKA E FIKA DA BADOLATO E DA REGGIO

Caro Tito, voglio qui evidenziarti la gioia che recentemente mi hanno dato due miei cari amici, uno di Badolato e l‘altro di Reggio Calabria, i quali mi hanno spedito per posta un assaggio di fichi secchi da loro stessi raccolti e confezionati a “skjokka” (a pila) come si faceva una volta. Fichi secchi della stagione estiva 2020 appena trascorsa.

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Una impareggiabile delizia. Un dono incommensurabile non soltanto come gusto ma anche come valore affettivo e significato. Ricordandoli e ringraziandoli qui è il mio ulteriore modo per comunicare il mio alto gradimento e la mia speciale riconoscenza!

4 – FICHI SECCHI DI EDEN CALABRIA

Ormai il peperoncino di Calabria (in particolare quello vero o presunto di Soverato) è universalmente conosciuto come anche la ‘Nduja. E ci caratterizza ovunque. Dire Calabria o calabrese significa automaticamente peperoncino e ‘Nduja agli occhi dei più. Vorrei che questa caratteristica possa valere pure per i “Fichi di Calabria” se la Regione o il Ministero dell’Agricoltura si attivassero per ripristinare un’eccellenza non soltanto alimentare. Forse sarebbe meglio se, al posto delle merendine industriali, venissero dati per merenda ai bambini e ai ragazzi proprio i fichi secchi di una volta, agevolando l’impianto di nuovi alberi di qualità selezionata. Penso che parecchi giovani tornerebbero alla terra dei loro nonni e bisnonni per produrre questa ed altre delizie di “Eden Calabria”.

Insisto sul marchio o denominazione EDEN CALABRIA per tutti i prodotti calabresi autentici, perché il messaggio proveniente dalla nostra regione dovrebbe essere univoco, come volume e significato. Rievocare il Paradiso Terrestre calabrese può essere assai efficace e premiante.

5 – SALUTISSIMI

Caro Tito, non mi stancherò mai di sollecitare istituzioni, associazioni e persone a concepire e realizzare un << Progetto Calabria >> che si avvalga delle migliori peculiarità del nostro popolo e del nostro territorio, anche come storia multi-millenaria. Ed insisto ancora e sempre (dal 1983) con la denominazione di CALABRIA PRIMA ITALIA da dare all’Ente Regione, pure come riferimento ai più antichi valori che hanno reso questa terra così importante da essere una delle più meritevoli nella Storia dell’Umanità. Ma ciò, purtroppo, è sconosciuto ai più. Quindi, pregherei Scuola e Organi della più diversa informazione a dare gli elementi di un migliore e maggiore orgoglio calabrese basato su questi valori fondanti.

Ringraziandoti, saluto te e i nostri gentili lettori cui va la mia più fraterna preghiera di prendere a cuore questo mio ennesimo appello. Ce ne gioveremmo tutti, specialmente e le nostre future generazioni. Cordialità,

di Domenico Lanciano

Agnone del Molise (terra di esilio), giovedì 03 dicembre 2020 ore 03,25 (le foto che non sono mie sono state prese dal web).

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Domenico Lanciano

Domenico Lanciano

È nato nel casello ferroviario di Cardàra, una contrada rurale di Badolato di Calabria, il 4 marzo 1950. Figlio di operai e di contadini, si ritiene contadino e coltivatore diretto del pensiero e della parola che prevalentemente esprime tramite “Lettere” alla maniera degli emigrati. È convinto che la “lettera” è alla portata di tutti e che non comporta ambizioni o particolari stili letterari né giornalistici ma semplicemente l’umile atto del comunicare e di far circolare gli affetti e le idee. Nel 1986 ha lanciato la vicenda di “Badolato paese in vendita” per contrastare lo spopolamento e la morte del borgo antico, prototipo e simbolo di decine di migliaia di borghi in disfacimento in tutta Europa e di milioni di comunità desertificate dalla globalizzazione in tutto il mondo, dove le città scoppiano e i paesi muoiono e invocano equilibrio. Ostracizzato a motivo di questo suo lungimirante attivismo, dal primo novembre 1988 vive in esilio in Molise.

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