di Domenico Lanciano, dalla rubrica: Lettere a Tito n. 311 (Fonte autorizzata: CostaJonicaWeb.it – news Sicilia e Calabria)


1 – ELOGIO DEI FICHI SECCHI E DEL PEPERONCINO
Vito Maida (1946-2004), poeta di Soverato (la cosiddetta “perla dello Jonio”), così afferma in una poesia fissata con il titolo LA STAGIONE DEL FICO alla pagina 91 della raccolta “Spine e spighe” (edita nel maggio 2005 dall’associazione culturale “La Radice” di Badolato): “La stagione del fico è lunga e generosa” / diceva mia madre cogliendo, ancora a Novembre, / quel cibo d’estate, / viatico dolce all’inverno, / con noi tutto l’anno, / quasi eterno.
E nella medesima raccolta lo stesso Vito così descrive il suo essere collegiale (negli anni 1958-60) nella poesia POLVERE ROSSA (alludendo al peperoncino e richiamando i fichi secchi): Nessuno sfuggiva all’economo salesiano, / le sue rette colpivano le nostre vite / con indifferente certezza. / Così migrammo al “Principe”, a Potenza, / orfani nelle camerate, nei refettori, nei cortili, / noi Calabresi dallo sguardo scuro, / due o tre fichi al caldo nelle tasche / e un fuoco di polvere rossa / sparso sui ceci e sulla nostalgia.


Cordialità. >>


2 – I FICHI AI TEMPI DELLA FAME
Come ha descritto o ha fatto intendere il carissimo amico Vito, i fichi secchi facevano parte della nostra dieta e della nostra cultura, specialmente ai tempi della frugalità contadina e, in particolare, della diffusa fame alimentare. E non soltanto in Calabria, ma ovunque (nel Mediterraneo e altrove) crescesse questa generosa pianta.
Mio padre (operaio delle Ferrovie dello Stato) era nato contadino e non ha mai smesso questo suo lavoro-passione, pure perché doveva darsi da fare per garantire il necessario a moglie e otto figli. Quindi, alle piccole proprietà ereditate da genitori e suoceri, ha aggiunto altri terreni per conquistare il fabbisogno annuale (u commatu – ciò che è indispensabile per stare “comodi” e non avere bisogno di comprare). In questi terreni (di proprietà o in affitto) c’erano parecchi alberi di fichi bianchi (alcuni pure neri), la cui raccolta riempiva un cassone di legno di oltre 2 metri cubi di fichi secchi in forma comune. A questi si aggiungevano i fichi secchi lavorati e rifiniti (cioè infornati, con la mandorla dentro, spennellati di vino cotto a forma di pila o crocette o corolle) che servivano per la famiglia ma anche per farne gradito dono, specialmente durante le feste di Natale.


Tale situazione di forte “bisogno” (ai tempi di miseria e fame) portava, sommessamente, parecchie persone a bussare al casello per avere una manciata di fichi. La mia famiglia è sempre stata generosa e, in particolare, in quei tempi difficilissimi mio padre (da bravo comunista apostolico e in assoluto silenzio) dava quasi metà delle sue risorse a ristorare chi stava peggio di noi.
Ma non solo fichi secchi. Infatti, canestri di fichi freschi prendevano la via di numerose abitazioni di gente bisognosa (assieme ad altri ristori). E c’era più di uno che a prima mattina (quando l’aria era fresca e i fichi sull’albero non erano stati ancora baciati dal sole) andava liberamente a saziarsi di quel frutto delizioso ed “eterno” come afferma Vito Maida nelle sue poesie. I fichi del Paradiso terrestre! Per fortuna che gli alberi di fichi erano e sono tuttora più generosi degli uomini! A volte fino ad autunno inoltrato (come appunto diceva Vito). Come i pomodori che, un anno, ricordo, abbiamo mangiato dalla pianta fin sotto Natale! Eden Calabria, Natura generosa!


Ricordo che alcune famiglie (come quella dei miei amici Franco e Vincenzo Serrao) affittavano, di anno in anno, talune piante di fichi bianchi. Ed era bello vedere innumerevoli “cannizze” che facevano seccare al sole i fichi tagliati a metà per il fabbisogno invernale, come merenda o come sfizio, per alcuni anche per smorzare la fame.
Ancora oggi, caro Tito, mi chiedo se è valsa la pena tutto questo (falso) progresso che però ci ha tolto non soltanto i sapori, i profumi e il significato di tanti cibi, come i fichi freschi e secchi, ma gran parte della nostra purezza e autenticità. Pur nella fame e nella frugalità, eravamo sicuramente più veri. Certamente più felici di adesso. Ecco il perché di questo mio elogio dei nostri fichi secchi e del nostro peperoncino, così come di altri prodotti agricoli che hanno esaltato la nostra infanzia. E noi non ci rendevamo conto di questo paradiso, tanto era spontaneo e ovvio ricevere dalla Natura questi impareggiabili e preziosi doni.


3 – SKJOKKA E FIKA DA BADOLATO E DA REGGIO
Caro Tito, voglio qui evidenziarti la gioia che recentemente mi hanno dato due miei cari amici, uno di Badolato e l‘altro di Reggio Calabria, i quali mi hanno spedito per posta un assaggio di fichi secchi da loro stessi raccolti e confezionati a “skjokka” (a pila) come si faceva una volta. Fichi secchi della stagione estiva 2020 appena trascorsa.


4 – FICHI SECCHI DI EDEN CALABRIA
Ormai il peperoncino di Calabria (in particolare quello vero o presunto di Soverato) è universalmente conosciuto come anche la ‘Nduja. E ci caratterizza ovunque. Dire Calabria o calabrese significa automaticamente peperoncino e ‘Nduja agli occhi dei più. Vorrei che questa caratteristica possa valere pure per i “Fichi di Calabria” se la Regione o il Ministero dell’Agricoltura si attivassero per ripristinare un’eccellenza non soltanto alimentare. Forse sarebbe meglio se, al posto delle merendine industriali, venissero dati per merenda ai bambini e ai ragazzi proprio i fichi secchi di una volta, agevolando l’impianto di nuovi alberi di qualità selezionata. Penso che parecchi giovani tornerebbero alla terra dei loro nonni e bisnonni per produrre questa ed altre delizie di “Eden Calabria”.


5 – SALUTISSIMI
Caro Tito, non mi stancherò mai di sollecitare istituzioni, associazioni e persone a concepire e realizzare un << Progetto Calabria >> che si avvalga delle migliori peculiarità del nostro popolo e del nostro territorio, anche come storia multi-millenaria. Ed insisto ancora e sempre (dal 1983) con la denominazione di CALABRIA PRIMA ITALIA da dare all’Ente Regione, pure come riferimento ai più antichi valori che hanno reso questa terra così importante da essere una delle più meritevoli nella Storia dell’Umanità. Ma ciò, purtroppo, è sconosciuto ai più. Quindi, pregherei Scuola e Organi della più diversa informazione a dare gli elementi di un migliore e maggiore orgoglio calabrese basato su questi valori fondanti.


di Domenico Lanciano
Agnone del Molise (terra di esilio), giovedì 03 dicembre 2020 ore 03,25 (le foto che non sono mie sono state prese dal web).




























