Ci sono angoli di Soveria Mannelli che possono a volte sorprendere, lasciare a bocca aperta, allargare la nostra fantasia e il nostro modo di vedere le cose. Solo che spesso ci vuole l’occhio attento di un bravo fotografo per scoprirli, farli emergere da un oblio forzato e soprattutto per cogliere l’attimo in cui vi si sovrappongono significati.
È il caso di quest’immagine che sembra una di quelle che si ripetono all’infinito, come in un gioco ingannevole di specchi. Ma qui la ripetizione è solo duplice e va dal reale all’irreale, dal vero al verosimile, dal concreto all’astratto come in una scala di iconicità.
La bambina che gioca a “campana” – qui da noi, “riposo” – la ritroviamo di spalle nella fotografia e subito dopo nel bel murale che ha di fronte, opera di Francesca Crispino, in un doppio gioco di rimandi casuale e fuori dall’ordinario.
Ero presente quando il mio amico di vecchia data Ettore Ruga ha eseguito lo scatto, cogliendo la scena seminascosta in un vicolo con la coda dell’occhio e precipitandosi a fotografarla. Posso quindi assicurare che la foto non è costruita, ma frutto del caso. Il caso ha voluto che passassimo di là in quel preciso momento, anche se qualcuno sostiene che “nulla accade per caso”.
Sarà per via della “teoria della sincronicità” di Jung o di una semplice coincidenza, fatto sta che questa foto ora esiste e può essere liberamente fruita sotto forma di microscopici pixel digitali che si aggregano tra loro come atomi per dare forma a un’immagine coerente.
È un gioco antico la “campana”, riprodotto un po’ inaspettatamente dall’autrice del murale, un’immagine forse tratta dai suoi ricordi d’infanzia. Ma in modo ancora più inatteso è praticato tutt’ora da questa bambina e dai suoi compagni di giochi che si intuiscono facilmente al di fuori dei bordi dell’inquadratura.
Il gioco è semplice e a portata di gessetto per tutti. Dei quadrati tra loro adiacenti vengono tracciati per terra e bisogna centrarli con un sasso che si sceglie possibilmente piatto perché così garantisce maggiore aderenza alla superficie su cui si gioca.
I quadrati insieme definiscono una pista da percorrere saltando su una gamba sola e cercando di non sbilanciarsi, di non commettere errori, altrimenti toccherà a un altro, ma senza che sia preclusa a nessuno la possibilità di riprovarci al prossimo turno, un po’ come nella vita: una metafora educativa riuscita, che già da tempo – ed evidentemente ancora oggi – sa insegnare qualcosa alle nuove generazioni.
Raffaele Cardamone

Sotto, la foto di Ettore Ruga nella sua interezza:



























