La memoria a breve termine, la cosiddetta “memoria del pesciolino rosso”, indotta dai mass media nel pubblico di età media, è già stata oggetto di numerosi studi. Ciò che oggi colpisce è il ruolo di chi diffonde le notizie: voci che un tempo rappresentavano punti di riferimento, oggi gridano allarmismi in TV o scrivono titoli sensazionalistici con la stessa autorevolezza che un tempo aveva Novella 2000.
Vedere opinionisti e commentatori di peso drammatizzare episodi che, negli anni della Guerra Fredda, riempivano le cronache solo quando si concludevano con prigionieri o vittime, solleva più di una domanda. Si cerca forse l’“incidente scatenante” che giustifichi l’inasprimento delle tensioni? Oppure si punta a creare un clima di paura che legittimi le spese militari sempre più ingenti che ci attendono?

Violazioni dello spazio aereo, niente di nuovo
Le violazioni dello spazio aereo da parte di velivoli militari non sono certo una novità. Durante tutta la Guerra Fredda questi episodi erano all’ordine del giorno. Le superpotenze arrivarono persino a progettare aerei specifici per questo scopo.
Sul fronte NATO:
- Lockheed U-2 “Dragon Lady”. Aereo spia degli anni ’50 e ’60, ancora in servizio. L’U-2 volava a oltre 24.000 metri di quota, rendendo l’intercettazione estremamente difficile per l’epoca.
- Lockheed SR-71 “Blackbird”. Il ricognitore supersonico, capace di superare i 3.500 km/h e volare oltre i 26.000 metri di quota. La sua velocità era tale da rendere allora quasi impossibile il suo abbattimento. Spesso i missili esaurivano il carburante prima di raggiungerlo.
Sul fronte SOVIETICO:
- Myasishchev M-17 e M-55 “Geofizika”. Ricognitori ad alta quota, simili all’U-2 ma non hanno mai superato la fase di prototipo.
- Mikoyan-Gurevich MiG-25 “Foxbat”. Intercettore capace di volare a Mach 2.8, circa 3.000 km/h, e di superare i 20.000 metri. Ne furono sviluppate versioni da ricognizione e combattimento. Dal MiG-25 derivò il MiG-31, oggi ancora operativo.
Venivano utilizzati da entrambe le potenze anche caccia e bombardieri, modificati per le missioni di ricognizione. Oggi tale compito è svolto per lo più da droni, quasi sempre disarmati per ragioni politiche, armarli significherebbe trasformarli in bersagli legittimi.
La violazione del 19 settembre
Nel recente episodio, i tre MiG-31 russi non hanno sorvolato aree interne dell’Estonia, hanno solo attraversato circa 6 km di spazio aereo, seguendo una rotta diretta verso l’enclave russa di Kaliningrad.

Come da procedura, due F-35A dell’Aeronautica Militare Italiana, presente in loco in ambito Nato, sono decollati in scramble, hanno identificato e scortato i velivoli fino all’uscita dallo spazio aereo estone.
Un’operazione di normale amministrazione, identica a quelle di routine della Guerra Fredda.

Più diplomazia, meno allarmismo
Le vicende di questi giorni sembrano più un’escalation verbale che un reale avvicinamento a un conflitto. La reazione della NATO va letta nel contesto geopolitico attuale e delle difficoltà incontrate nel conflitto in Ucraina.
Oggi, come ieri, queste missioni sono parte di un gioco di nervi e di dimostrazione di forza:
- NATO trasforma ogni intercettazione in un messaggio pubblico di vigilanza e deterrenza, per affermare la propria presenza sul territorio.
- MOSCA banalizza gli episodi, rafforzando l’idea di un Occidente sempre più “nervoso” e consolidando la narrativa interna di potenza capace di sfidare l’Alleanza.
Gli sconfinamenti non sono incidenti casuali ma strumenti di intelligence e pressione diplomatica. Serve quindi sangue freddo e rigore nell’interpretazione degli eventi. Solo così si eviterà che un episodio di routine diventi la scintilla di un conflitto più ampio.

























