Domenica 10 agosto, Bianchi (CS) rende omaggio alla figura di Pietro Bianco, uno dei briganti più noti e controversi della Calabria, la cui vicenda si intreccia con le leggende e le lotte sociali del periodo post-unitario.
L’occasione è l’inaugurazione del “Sentiero della Grotta del Brigante Pietro Bianco”, un itinerario naturalistico recuperato e valorizzato grazie a un progetto finanziato dalla Regione Calabria nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale 2014-2022 – Piano di Azione Locale “Ruralità di Qualità” del GAL S.T.S. (Savuto, Tirreno, Serre Cosentine), tramite la Misura 7.5 aree interne – Intervento 7.5.1 per il sostegno ad infrastrutture ricreative e turistiche nell’Area SNAI Alto Savuto (Comuni di Bianchi, Carpanzano, Panettieri, Scigliano).
Alla cerimonia, prevista per le 10:30, partecipano il presidente del GAL Luigi Provenzano, l’assessore regionale Gianluca Gallo e le autorità locali.
Il percorso, lungo oltre 3 km, si snoda nella macchia pre-silana attraversando aree di sosta e pic-nic, guadando torrenti e piccole cascate immerse nella natura incontaminata. Già conosciuto da escursionisti e associazioni naturalistiche, è stato reso oggi più fruibile e sicuro.
La durata media di percorrenza è di circa 2 ore e 30 minuti, con un dislivello massimo di 310 metri e un’altitudine che raggiunge i 1.151 metri s.l.m. La meta è la grotta del brigante, situata nel comune di Bianchi, luogo natio del Brigante.

Nell’ultimo tratto, dopo aver attraversato il fiume, si risale la sinistra della stretta alta valle del Corace fino quasi alla sorgente. Qui, nascosta tra le rocce e accanto a un piccolo salto d’acqua, si trova la grotta. Dalla rupe sovrastante si apre un ampio panorama sulla valle, la conca di Decollatura e la cima del monte Reventino.
La Figura di Pietro Bianco
Pietro Bianco nacque a Bianchi il 31 marzo 1839, figlio di Domenico Bianco, pastore, e di Rosa Bianchi, filatrice. La sua storia, tramandata anche oralmente, lo ha trasformato in una figura quasi leggendaria, il “Robin Hood calabrese” che difendeva i poveri dai soprusi di potenti e autorità.
Il suo esordio come fuorilegge risale al 1856, in seguito a una disputa con Domenico Stacco. Da allora, con una banda formata da Mancuso Rocco, Brusca Saverio, Caserta Santo, Brusca Santo, Villetti Pasquale, Muraca Bernardo, Pettinato Giacomo e Caserta Mario, imperversò tra i boschi della Regia Sila e nel Crotonese.
Nel poco noto Cronache del brigantaggio in Calabria 1864-65, Vincenzo Padula racconta la seduta della Corte d’Assise di Catanzaro del 21 giugno 1867, in cui Bianco, insieme a Odoardo Trapasso, Angelantonio Greco, De Fazio e Chiarella, fu imputato per sequestro ed estorsione ai danni di Salvatore Celi e Vitaliano Corrado di Catanzaro.
Pietro Bianco fu catturato nei pressi di Colla (Soveria Mannelli) insieme alla sua compagna, la brigantessa Generosa Cardamone, nata a Castagna l’8 novembre 1845 e sorella del brigante Giovanni Cardamone. Generosa, 22enne e incinta di otto mesi, rivendicò fino alla fine di essere brigantessa per amore e per ideali di giustizia sociale. Prima di unirsi alla banda, lavorava come filatrice e la sua condotta era considerata impeccabile. La vita brigantesca di Pietro Bianco e Generosa divenne oggetto di poesia popolare. Ancora oggi, i più anziani, ricordano i versi in dialetto che celebrano l’amore e le imprese dei due amanti, “chi lassau a gonnella per lo schioppo e la montagna e che mai lo tradì” e adesso diventata anche una canzone, ad opera di un gruppo locale.
Il Tribunale di Catanzaro riconobbe a Bianco ben 107 reati contro la proprietà e 102 contro la persona. Il 19 settembre 1873, a 34 anni, fu decapitato nel vallone di Rovito (Cosenza), dopo essere stato trasferito sul patibolo allestito con una ghigliottina arrivata da Messina e un boia, Michele Garigliano, giunto apposta da Catania.

Il bisettimanale “Il Calabro” (1869-1906), giornale ufficiale per gli annunci giudiziari, descrisse la scena:
“All’alba, un pubblico numeroso di ogni ceto si affollava intorno al patibolo. Bianco, tra preti e carabinieri, salì lentamente i gradini, ma giunto sul pianerottolo si oppose. Gli furono legati anche i piedi e, dopo pochi minuti, fu decapitato.”
A 22 anni, Bianco si arruolò volontario con i Mille di Garibaldi e combatté a Capua, animato da ideali patriottici, afferma il Padula. Ma l’Unità d’Italia lo deluse profondamente, spingendolo a ribellarsi alle nuove autorità, in una Calabria segnata da miseria e disuguaglianze.
Come ricorda Camilleri, il brigantaggio non fu solo criminalità, ma spesso una forma di resistenza contadina: tra il 1861 e il 1863, i dati ufficiali parlano di 3.780 briganti uccisi e oltre 4.000 arrestati, numeri che sollevano interrogativi su quante di quelle vittime fossero in realtà semplici ribelli in cerca di pane e lavoro.
La Legge Pica del 1863 sancì la repressione militare del fenomeno, mentre intellettuali come l’abate Vincenzo Padula denunciarono, dalle pagine de Il Bruzio, le condizioni sociali disastrose del Meridione.
Ricordare Pietro Bianco oggi significa andare oltre la semplice cronaca storica, per restituire voce a una narrazione spesso scritta dai vincitori. La sua vicenda, sospesa tra mito e realtà, riflette le tensioni dello scontro tra Stato e territori, tra potere centrale e autonomie locali, tra ingiustizie e soprusi dei vincitori sui vinti.
Il sentiero che porta alla sua grotta diventa così non solo un percorso escursionistico, ma un cammino nella memoria e nella coscienza collettiva della Calabria. Un invito a interrogarsi sulle radici storiche e sociali di un fenomeno, il brigantaggio, che ancora oggi divide e affascina. Alla necessità di una revisione storica di quel periodo che tante ombre ancora ha in grembo.


























