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Home » Autonomia differenziata? No, “secessionista” (di Angelo Falbo)

Autonomia differenziata? No, “secessionista” (di Angelo Falbo)

Angelo Falbo di Angelo Falbo
23 Luglio 2019
in OPINIONI
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Autonomia differenziata? No, “secessionista” (di Angelo Falbo)
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Autonomia differenziata?

No, “secessionista”.

Una lettera del Presidente del Consiglio Conte, con un contenuto tanto ossequioso quanto inaccettabile, sta scatenando un putiferio. Nel silenzio generale è sembrata pure coraggiosa!

Egli si è rivolto ai cittadini lombardi e veneti per chiarire che stava ricevendo insulti dai Presidenti Zaia e Fontana sulla questione dell’”autonomia” precisando, quasi volesse scusarsi, che le cose stavano in altro modo: egli è sostanzialmente d’accordo sulla riforma, ma bisogna trovare un accordo negoziando materie e condizioni.

Perché rivolgersi solo ai Veneti e ai Lombardi?

La questione della cosiddetta riforma dell’” autonomia differenziata”, meglio “secessionista”, riguarda tutti gli Italiani.

Perché se vengono accolte le richieste del Veneto della Lombardia, e in fondo anche dall’Emilia Romagna, in pochi anni si sfascia lo Stato Centrale. E’ un’autonomia secessionista, sulla scia dell’antico anacronistico e antistorico sogno dei “lumbard”, dei bossiani e dei maroniani.

Leggetevi il dossier dove si elencano le materie che vogliono gestire in proprio, con proprie leggi e con i “loro soldi”, senza dover aver a che fare con lo Stato: dalla Scuola, agli Aeroporti, al Calcio (?)…

Un disegno di rendersi sostanzialmente “indipendenti”, anche se ci girano intorno e per la solita ipocrisia all’ italiana hanno timore di pronunciare la giusta parola.

I “loro soldi” il “loro sviluppo” le “loro ricchezze”?

Per rendere la Penisola uno Stato unitario ci sono volute tre Guerre di Indipendenza: Risorgimento. Patiboli, forche e torture!

E non sono bastate!

Al fine di “completare il processo di “unificazione territoriale “gli Italiani, furono chiamati a combattere la Grande Guerra contro l’Austria e la Germania. Ai giovani meridionali, arruolati in massa fu promesso di distribuire “le terre”. Ennesima beffa dopo quella della Spedizione dei Mille e la proclamazione del Regno Unito.

Moltissimi di quei Giovani non tornarono né vivi né morti.

Domandate a Zaia e a Fontana chi ha reso indipendente l’ex Regno Austro Ungarico, sulla linea del Piave e sulle Cime alpine.

Poi , con la lotta di Liberazione i Partigiani hanno scritto la pagina del Riscatto da un ventennio di Regime fascista tanto ben sostenuto dalla Borghesia imprenditoriale e agraria del Centro Nord.

In quel riscatto sono iscritti i principi e i valori della Patria Repubblicana. La Carta Costituzionale non parte dagli artt. 116, 117, 118 e 119.

Parte dagli art. 1,2,3 e a seguire. Parte dai concetti base di una Repubblica fondata sul lavoro e su uno Stato che deve tutelare tutti i Territori e tutti i cittadini, dentro un ideale di eguaglianza, giustizia sociale e solidarietà.

Che vogliono oggi i Presidenti (Presidenti e non Governatori, di Governatori non hanno né la forma né la sostanza!) Zaia e Fontana? Con piglio ostile hanno gridato che loro non accettano di firmare quel che Conte propone! Loro vogliono una vera autonomia, cioè “scissionista”. Perché Zaia si sente di rinverdire le vestigia dei Dogi e Fontana considera di essere investito di poteri eccezionali perché a capo della regione più ricca Italia!

Ma, queste ricchezze e questo sviluppo da primati, tre volte maggiore di quanto si ha nelle altre regioni del Sud, da dove vengono?

Risposta mia: Vengono prima di tutto, fino al 1922, dai sacrifici degli emigrati partiti da tutte le Regioni della Penisola, a partire dai Veneti, dai Liguri e dai Lombardi, fino ai Campani, Pugliesi, Lucani, Calabresi e Siciliani.

Loro mandarono “le rimesse” che rappresentarono entrate nette per lo Stato, che fece “decollare” agli inizi del Novecento, il piano di investimenti per l’industrializzazione.

Dove? Solo nel Nord.

Poi ci fu la Prima guerra mondiale, che accelerò la crescita di quell’apparato industriale (le infrastrutture e le ricchezze), ad uso militare, per gli indispensabili armamenti e approvvigionamenti. Dove? Solo al Nord.

Il Sud partecipava solo con centinaia e centinaia di migliaia di Giovani chiamati a difendere la “Patria”.

Durante i Fascismo avvenne di peggio: le folle contadine delle regioni meridionali, immiserite, furono sbarcate a colonizzare le terre dell’Impero, da dove dovettero scappare dopo pochi anni più impoverite di prima.

Ci furono, e numerosi, i giovani meridionali nelle fila della Resistenza, vissuta come nuovo Risorgimento, per darci una Patria liberata dal nazifascismo. A guerra finita, è vero, i meridionali a maggioranza votarono per la Monarchia! Ma è da domandarsi: Perché nei decenni del Regno Unito e del Regime Fascista “Cristo” non si era mosso da Eboli. Anzi era salito più su!

In ogni modo la Repubblica fu proclamata. La Costituzione fu promulgata. Solo che i suoi principi sono rimasti inattuati.

Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, che sull’”autonomia” vuole giocarsi la prossima campagna elettorale, contrariato dal rinvio dell’approvazione, è sbottato: “Le differenze sono quelle di oggi”

Vero è. E di questo si dovrebbe preoccuparsi, invece di volerne accentuare, anche Lui, le già gravi conseguenze economiche, sociali, politiche e culturali.

Da dopo il secondo dopoguerra ancora più marcatamente le scelte di politica economica sono state unidirezionali: verso il Nord, ancora! Alcune misure sono state prese con una mirata funzione di sostegno all’apparato industriale del Nord, arrivando a scambiare l’acquisto merci (carbone) con facilitazioni nelle “forniture” di lavoratori. Leggetevi la vicenda tragica di Marcinelle e del perché tanti minatori in Belgio provenivano dall’Italia meridionale.

Lo sviluppo industriale del Nord ha interrotto l’emigrazione da quelle Regioni.

Ha creato benessere diffuso. È stato meglio, ma per i Meridionali ha significato continuare ad emigrare, non verso le Americhe, non verso gli altri Stati europei, ma verso il “triangolo economico”. Le terre e i Paesi del Sud sono rimasti irreversibilmente svuotati e abbandonati. Zone di invecchiamento progressivo, senza generazioni di giovani spinti oggigiorno ad andarsene.

Se si valutano le cifre dei flussi migratori che hanno portato quasi 25 milioni di italiani fuori Patria si scopre un dramma socio – economico politico corrente:

  1. Durante il Regno di Italia si emigrava da tutte le Regioni.
  2. Durante la Repubblica si continua ad emigrare solo dalle Regioni meridionali.

Che è successo?

I Veneti, i Liguri, i Lombardi sono divenuti d’un tratto “spierti” e i meridionali son rimasti “fannulloni e sciocchi”?

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No, la differenza l’hanno fatta le scelte tutte indirizzate a favorire il Nord.

Certo, lì c’erano dapprima i requisiti di vantaggio: posizione, territori pianeggianti, cultura tecnica più diffusa, tessuto civile più organizzato. Ma, se non si fossero aperti i tanti trafori, se non si fossero realizzate lì e solo lì tante infrastrutture, a carico dello Stato (cioè di Tutti) tanta differenza non si sarebbe mai prodotta.

Provate ad immaginare se solo fossero stati potenziati pure i porti della Sicilia, della Calabria ecc., con i necessari collegamenti, lungo la Penisola ed in tutte le direzioni del Mediterraneo…

Certo nel Sud si sono concentrate tre gravi patologie:

  • Uno sfrenato “ascarismo”, più che trasformismo, delle classi dirigenti
  • Un diffuso malessere sociale canalizzato in culture antistatali
  • Un espandersi malefico e crescente di forme criminaloidi contro le quali lo Stato centrale più che agire per contrastarle, di volta in volta se n’ è reso compiaciutamente distaccato, o peggio, ne ha volutamente strumentalizzato gli atti di violenza.

Interi territori sono senza risorse endogene.

In queste condizioni governanti attenti (dello Stato e delle Regioni) dovrebbero porsi una sola domanda: dove andrà un’Italia così ridotta, nella quale più di un terzo del suo territorio è ai limiti del vivere dignitoso e civile in tutti i settori?

Invece no.

Gli egoismi prevalgono e si pretendono Leggi che sono inesorabilmente l’anticamera dello sfascio dello Stato Centrale. Perché, tra l’altro, innescano processi di rivalsa, di rivalità e di frantumazione dell’idea stessa di “essere e sentirsi” italiani.

Il guaio è che la “questione” è avvilita da un silenzio quasi generalizzato.

Non cosa buona e utile che il Segretario del PD ed altri dirigenti si limitino ad indicare le liti “tra i due”, Di Maio e Salvini… non d’accordo…

C’è bisogno di sentire pronunciare parole nette e chiare, come quelle pronunciate da Landini, con una chiamata alla mobilitazione contro la cosiddetta “autonomia differenziata” – scissionista, cominciando a chiedere a Bonaccini di uscire subito dalla confusa mischia.

Ai soliti intellettuali, opinionisti di serata, non si può fare affidamento.  Parleranno, inconcludenti, a danni fatti!

I numeri della tabella danno conto delle considerazioni espresse.

L’andamento dei flussi dice chiaramente una cosa: prima e dopo, sempre, dal Sud si deve partire.

Dentro le considerazioni non vi è alcuna nostalgia revanscista pro-Borboni.

Semmai i Borboni hanno il torto di essere sempre rimasti quelli delle tre “f”: feste, forche e fruste. Mentre in tutta Europa avanzava l’ideale di Indipendenza dei popoli, Loro restavano soggetti agli interessi spagnoli e austriaci, e timorosi di uno Stato pontificio ostile da sempre ad una Penisola unificata.

Loro, i Borboni, hanno inginocchiato il Sud, trucidando i giovani intellettuali protagonisti del fallimentare tentativo della Repubblica Napoletana del 1789, con censure e repressioni estese ai Circoli e alla Stampa in ogni angolo del Regno. Oscurantisti e reazionari. Si mostrarono imbelli; non seppero cogliere il favore dei tempi, pure essendo con il Regno più esteso e militarmente più forte. Non meritano i tanti nostalgici vanti: sono forme di patetiche nostalgie.

Faremmo bene a rafforzare ogni impegno a divenire finalmente “Italiani” in Europa, cittadini del Mondo.

di Angelo Falbo

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Angelo Falbo

Angelo Falbo

Preside in pensione. Laurea in Materie letterarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Intellettuale e scrittore. Vive a Carlopoli. È il responsabile della Lega SPI-CGIL del Reventino.

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