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Home » Archeologia del paesaggio calabrese: individuate nuove rocce incise sul Reventino

Archeologia del paesaggio calabrese: individuate nuove rocce incise sul Reventino

Alessandro Mantuano di Alessandro Mantuano
10 Giugno 2021
in LUOGHI
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Al via “Walk & Map” il concorso che racconta la bellezza delle nostre montagne, in uno scatto!
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<<Tutto ciò prova soltanto che il vero simbolismo lungi dall’essere un prodotto artificiale dell’uomo, si trova nella natura stessa o, meglio ancora, che la natura tutta non è altro che un simbolo delle realtà trascendenti>>. (René Guenon, Il simbolismo della croce).

L’ andare a piedi in natura dà la possibilità di conoscere il  paesaggio formato da secoli di attività umana. Percorrere per ore le antiche vie, sentieri e mulattiere, del nostro Reventino è una delle cose che amo fare di più. E il fatto di essere nato e di vivere qui è per me il più grande privilegio che mi sia capitato. Il raggiungere il culmine di uno dei rilievi montuosi, dopo due o tre ore di cammino, è sufficiente per sentirmi parte del grande Cosmo. Di quel Cosmo fatto di tanti microcosmi: alberi, rocce, pietre, acque che danno vita al mio Centro, o ai miei centri, del mondo. Dove  ciò che è dentro di me diviene ciò che è fuori di me e viceversa. Cercando quell’ armonia tra il Sé e il Tutto. Tra il mortale e l’immortale. Tra il visibile e l’invisibile. Tra la nostra anima e l’Anima del Mondo. E l’ albero, la pietra e l’acqua sono i medium di questo dialogo silenzioso. Un tempo si credeva che la vita umana provenisse dall’albero e dalla roccia, ed erano per questo oggetto di culti. Lo spiega Jacques Brosse nel suo Mitologia degli alberi:

<<l’idea di far nascere l’uomo dal legno è comune al patrimonio indoeuropeo. Ne ritroviamo allusioni in Omero e Esiodo, nell’espressione <<discorrere della quercia e della roccia>>, ragionare <<sulla quercia e sulla roccia >>, che per loro significava risalire fino alle leggende sull’origine degli uomini, usciti dalla quercia e dalla roccia. (…) Come osserva Jean-Paul Roux, la pietra, uguale a se stessa <<da quando i più antichi progenitori l’hanno eretta o hanno inciso su di lei i loro messaggi, è eterna, è il simbolo della vita statica, mentre l’albero, soggetto a cicli di vita e di morte>> ma dotato del <<dono incredibile della perpetua rigenerazione>> è il <<simbolo della vita dinamica>>.

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E’ questa una struttura cosmica dualistica, di cui troviamo traccia ancor oggi tra i Berberi. L’interpretazione che questo popolo ne dà, trasposta sul piano individuale, consente di capire meglio uno dei suoi due aspetti che non sempre è messo in evidenza. “L’unione delle due anime, principi essenziali della persona umana, è rappresentata dalla coppia albero- roccia. Il primo rappresenta il principio femminile, la seconda il principio maschile.” (…) Tracce del culto reso alla coppia albero e pietra si possono altresì scorgere nel più remoto passato. In un articolo pubblicato nel 1901, sir Arthur Evans, che effettuò gli scavi di Cnosso e ne curò il restauro, metteva in risalto l’interdipendenza tra la venerazione dell’albero e quella che circondava le pietre sacre. Egli faceva inoltre osservare che questo culto congiunto era passato da Creta alla Grecia, per esempio ad Atene, dove erano onorati insieme una colonna e l’ulivo sacro di Atena. A tali consuetudini, già ai loro tempi nient’altro che oscure sopravvivenze, alludono certamente Omero ed Esiodo>>.

Quindi l’albero e la pietra furono gli elementi naturali alla base delle prime forme di religiosità umana e delle cosmogonie e cioè dei racconti mitologici sull’origine del mondo. Cito di nuovo Jacques Brosse:

<<nelle mitologie, lo stato primigenio della vita sulla terra è rappresentato dall’ associazione della roccia con l’ albero. La pietra sacra, venerata come bétilo, <<casa di Dio>>, centro, ombelico del mondo, come a Delfi l’ omphalos, è sede della potenza divina, ricettacolo della vita non ancora manifesta, della quale espressione prima è l’albero cosmico. L’albero appare come figlio della pietra>>.

Il mio camminare tra le zone pedemontane e montane del Reventino (m.1417 s.l.m.), dà la possibilità di compiere non solo un viaggio nello spazio fisico, da un luogo a un altro, attraversando antichi boschi di castagni, cerrete, ontaneti, grandi piani incolti o ancora coltivati, faggete, ma altresì di compiere un viaggio all’origine di quella primordiale relazione tra l’uomo e il Cosmo. Ogni albero che ammiro può essere l’albero cosmico, in origine rappresentazione della “vita non ancora manifesta” e successivamente simbolo di “rinnovazione cosmica”. Un’annosa quercia , come la roverella, o un colonnare cerro dai lunghi rami protesi verso il cielo. Dal terreno invece affiorano pietre o rocce, altro elemento naturale molto diffuso sul Reventino. Come gli alberi, anche la pietra ci rimanda a un passato ancestrale: <<l’albero appare come figlio della pietra>>.  La pietra è stata non solo elemento di costruzione per i grandi templi, pagani e cristiani o per le abitazioni, ma è stata parimenti ricettacolo di energia cosmica. Fino a divenire, nell’evoluzione dell’attività simbolizzante dell’uomo, un simbolo di Cristo, così come l’albero è divenuto la Croce. Tralascio di approfondire queste due ultime osservazioni, appena accennate, che meriterebbero ben più ampie riflessioni e analisi nell’ambito di un discorso a sé.

L’ intero cosmo è quindi un simbolo potenziale. Camminando, ogni roccia o gruppo di roccia può richiamare la nostra attenzione;  ci piace soffermarci innanzi ad esse, o salirci su. Parlo al plurale perché so di non essere il solo a percepire il misterioso e primitivo richiamo della pietra.  Il guardare le rocce è  una delle più raffinate esperienze estetiche che si possano fare. Per la psicologia del profondo, e cioè per la psicoanalisi di ispirazione junghiana, la pietra tonda è simbolo del Sé. Anche la montagna e l’albero sono simboli della personalità e del Sé, e cioè dell’uomo nella sua totalità o Universalità, che ci fa agire per il bene universale,  in contrapposizione all’ Io, e cioè all’ individualità, alla parte istintiva di noi, che nutre il proprio ego. La pietra e l’albero possono rappresentare, singolarmente o insieme, il punto di arrivo della ricerca di un centro del Mondo dal quale può irradiarsi il nostro essere e il nostro agire nel mondo.

Sulle pietre l’uomo ha inciso segni e figure. A Papasidero, nella valle del fiume Lao, sotto il riparo di una grotta dove sono state trovati segni di frequentazione umana risalenti al paleolitico, vi due massi sulla cui piatta superficie sono incise delle linee e delle figure zoomorfe. Tra questi spicca la figura di un grande uro o bos primigenius, l’estinto antenato selvatico del domestico bue. Si tratta di una delle più antiche testimonianze di arte rupestre europea. Testimonianza artistica e religiosa dell’uomo del paleolitico superiore.

Sul massiccio del Reventino sono state individuate nel corso degli ultimi anni pietre coppellate e incise. Nel 2010, su impulso dell’archeologa Ginevra Gaglianese, è stata riconosciuta quale evidenza archeologica di arte rupestre la Pietra di santa Filomena di località Orsi di Decollatura, nei pressi del monte Castelluzzo, a una quota di 987 m.s.l.m.  Quattro anni dopo è stata posta sotto vincolo di tutela. Nel 2015 Ginevra Gaglianese e Dario Sigari vi hanno condotto, con l’autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Regione Calabria, uno studio sistematico consistente in un rilievo a contatto e documentazione integrale seguendo metodi standard adottati nello studio e documentazione dell’arte rupestre. I risultati dello studio sono stati esposti nel corso di un intervento alla tavola rotonda dal titolo  “L’arte rupestre dell’età dei metalli nella penisola italiana: localizzazione dei siti in rapporto al territorio, simbologie e possibilità interpretative,” svoltasi a Pisa nel 2015 e dedicata all’arte rupestre post – pleistocenica lungo la dorsale appenninica; successivamente,  i dati emersi nel corso del convegno sono stati pubblicati in un volume dal medesimo titolo a cura di Renata Grifoni Cremonesi & Anna Maria Tosatti ( 2017). La pubblicazione è scaricabile dal sito www.archaeopress.com. Gli studiosi hanno avanzato l’ipotesi che le 13 coppelle e gli altri segni presenti sulla pietra, una croce e due probabili impronte di piedi, potessero risalire al periodo protostorico, e cioè a un periodo compreso tra la preistoria e la storia (quest’ultima inizia con la comparsa della scrittura.) Ginevra Gaglianese attribuisce la Pietra di Santa Filomena a “frequentazioni genericamente pre-protostoriche”. Inoltre viene messa in relazione alle evidenze archeologiche emerse in quell’area del Reventino. Riporto parzialmente quanto è scritto nell’abstract della pubblicazione: la pietra in questione è una superficie rocciosa affiorante lungo una strada interpoderale in località Orsi, con incisi diversi segni: 12 coppelle di 5cm di diametro circa, una coppella di 20cm circa, un motivo a croce e due segni che sembrano due impronte di piede.

Poco distante da questo sito, in località Sorbello, sono stati rinvenuti in situ frammenti di impasto e, in località Micciullo, in cumuli terrosi di riporto, provenienti da località Sorbello, sono stati riconosciuti altri frammenti con decorazione impressa. Tali reperti ceramici sono stati messi in connessione dalla Gaglianese con il masso coppellato.

La denominazione della roccia, Pietra Santa Filomena, e della località accanto, Pietra Pagani, la raffigurazione di una croce, evidente traccia di frequentazioni medievale e/o moderna, la posizione del sito lungo uno dei tre passaggi montani preferenziali che collegano l’altopiano di Decollatura con la Piana di Lamezia e dunque con il mare, e non distante da fonti idriche e da un passo il cui toponimo, Acquabona, è più che esplicativo, ben riflettendo quelle costanti già riscontrate in siti protostorici, dal nord al sud della penisola.

Le proprietà sopra elencate potrebbero dunque definire una certa sacralità del luogo, attraverso l’espressione grafico- simbolica delle coppelle. Ma non sono solo le fonti idriche e/o gli affioramenti ceramici e litici da dover essere tenuti da conto. La posizione strategica della Pietra di Santa Filomena, al di sopra della piccola piana di Decollatura e a controllo di passaggi montani, è anche rispetto alle fonti minerarie, ben evidenziate nella carta archeologica pubblicata nel 2012 da Gaglianese, Musolino, Vivacqua che evidenzia affioramenti di piombo, rame e ferro a breve distanza.

Nuove scoperte nell’ambito dell’arte rupestre sono state fatte in altre zone della Calabria, studiate o in corso di studio.  Mi riferisco alle testimonianze pittoriche del riparo del Passo del Monaco,  sulla sinistra idrografica del fiume Lao e in territorio del comune di Papasidero; alle figure cruciformi il cui studio è in corso, individuate su un passo della valle dell’Argentino, un affluente del fiume Lao; ad alcuni segni grafici, tre linee parallele, al riparo della grotta del Romito; alla pietra della Capra di Pedivigliano, sulla quale sono incise due coppelle e due vaschette. Si tratta di testimonianze riconducibili all’età sia preistorica che protostorica. I risultati degli studi, a firma di Davide Servidio, Dario Sigari e Felice Larocca, sono contenuti in un’altra pubblicazione dal titolo “L’arte rupestre nella penisola e nelle isole italiane: rapporti tra rocce incise e dipinti, simboli, aree montane e viabilità”, a cura di Francesco M. P. Carrera, Renata Grifoni Cremonesi, Anna Maria Tosatti, scaricabile dal sito www.archaeopress.com. Nella stessa pubblicazione sono inoltre riportati di nuovo i dati riguardanti la Pietra di santa Filomena.

L’attenzione degli studiosi potrebbe concentrarsi in futuro sul ricco campo di ricerca che può offrire il nostro Reventino. Negli ultimi mesi, tra il mese di settembre 2020 e lo scorso marzo, ho individuato sul Reventino orientale sette siti ove vi sono una o più rocce incise, per lo più si tratta di rocce con coppelle. Le scoperte sono tutte avvenute nel corso delle mie camminate tra Feroleto Antico, valle del Badia, e le fasce submontane e montane, monte Condrò, ricadenti nel comune di Serrastretta, ad altitudini comprese tra i m.500 s.l.m. e i m.1000 s.l.m. o poco più.

Rocce incise del monte sant’Elia

Il monte sant’Elia è un rilievo a 900 m. s.l.m. Il crinale è in parte sgombro di vegetazione arborea, cosicché permette di godere di una amplissima visuale sull’istmo di Marcellinara, spaziando contemporaneamente da est, con il golfo di Squillace, il monte Tiriolo, a ovest, con il golfo di sant’Eufemia. Fino a qualche decennio fa erano ancora visibili i resti di un’ antico e piccolo edificio religioso.

Il 30 settembre ho individuato una delle due rocce recanti le incisioni più interessanti e che si potrebbe definire roccia 1 di monte sant’Elia. La roccia si trova a circa 850 m. s.l.m., all’inizio del sentiero che scende nel valloncello sottostante, dove scorre un ruscello,  e che risale sulla pendice opposta laddove passa la via che conduce a Mancini e Polidonte di Serrastretta. Si tratta di una via che attraverso castagneti da frutto permetteva alla popolazione locale, di Ievoli e di Feroleto Antico, di raggiungere le zone montane del comune di Serrastretta, e viceversa. Siamo in un bosco misto di cerri, lecci e castagneto da frutto. Sulla superficie obliqua rispetto al terreno si notano tre piccole coppelle circolari, un segno cruciforme o antropomorfo, due piccole cavità a mensola, una scanalatura a forma di parabola ruotata di novanta gradi, con il vertice a sinistra, che sembra collegare le tre coppelle anche con un ulteriore segno orizzontale al centro di quest’ultima. La pietra è esposta a sud-ovest.

In prossimità del punto di uscita del sentiero che proviene dal monte sant’Elia, vi è, sul lato a valle della via che collega Ievoli alle zone sommitali attraversando dei castagneti da frutto, un’altra roccia coppellata: due larghe coppelle, una circolare e l’altra subcircolare, sono ricavate sulla superficie quasi piana di una roccia a forma della prua di una nave che sembra fuoriuscire dal terreno.

Lungo il crinale del monte sant’ Elia, frequentato da greggi di capre Nicastresi e pecore,  il 17 marzo scorso ho individuato un’altra roccia recante due coppelle. Può chiamarsi questa, roccia 2 del monte sant’Elia. Si tratta di una roccia oblunga in posizione sud: è da qui che la vista può spaziare contemporaneamente dal golfo di Squillace al golfo di sant’ Eufemia. La roccia affiora dal terreno ricoperto di eriche arboree. Le coppelle differiscono l’una dall’ altra: una ha forma circolare e un diametro di circa venticinque centimetri, mentre l’altra ha forma quadrangolare ma della stessa misura.

Roccia incisa di Lettaru

Lettaru è il nome di un ampio e sgombro pianoro un tempo coltivato, vi è anche una pastillera per l’ essiccazione delle castagne raccolte nei vicini castagneti. E’ posto ad est di monte Minnazzo (circa 900m.sl.m.) di Feroleto Antico. Anche in questo caso la roccia incisa e affiorante dal terreno è posizionata in direzione sud, quindi da qui è possibile vedere l’ Istmo di Marcellinara, la costa orientale e occidentale di questa parte della Calabria centrale. Le incisioni sono sei coppelle ricavate nella superficie pressochè piana della pietra posta sul limitare meridionale del pianoro. Si tratta di tre coppelle grandi i cui diametri misurano due cm.27 e una cm.30; le tre piccole misurano rispettivamente cm.7, cm. 12, cm. 13. Sono del tipo più diffuso e cioè paragonabili per forma e misure a quelle già descritte sopra, con esclusione di quelle della prima roccia incisa descritta. Infatti le coppelle del Reventino che provo qui a descrivere si potrebbero suddividere in due categorie differenti con riferimento alla forma e alla dimensione.

Roccia incisa del Cozzo dei Tinghi

Si trova tra altre rocce e i bellissimi cerri, dei quali uno monumentale, del Cozzo dei Tinghi o Case Tinghi in località Barone di Serrastretta, a m.1000 s.l.m.  Tinghi è l’epiteto della famiglia che qui ha vissuto fino al perdurare della società tradizionale. La pietra incisa che emerge dal terreno per circa 1,50 cm., è al margine della via che conduce alle sottostanti zone pedemontane di Ievoli. Presenta cinque piccole coppelle di misure diverse e quattro di queste sono allineate. Le più grandi dovrebbero avere un diametro di circa 20 cm. Vi sono incise poi due vaschette, una al di sopra delle incisioni circolari e l’ altra al di sotto. Si potrebbe dire che questa coppelle potrebbero essere paragonate per forma e dimensione a quelle incise sulla roccia 1 di monte sant’ Elia. Le incisioni hanno un’esposizione in direzione sud-ovest.

Roccia incisa di Serre

Siamo tra le rocce di un bel complesso litico nei pressi di un’antica via a 1000m.s.l.m. e non lontano dal piccolo villaggio di Serre di Serrastretta. Le incisioni, due coppelle di circa 30 cm. di diametro,  sono sul lato piatto e orizzontale di una delle rocce più basse affioranti dal terreno.

Roccia incisa di Pietracupa

Siamo ancora non lontano da Serre di Serrastretta, in un bel castagneto da frutto della valle della Fiumarella, a poco più di 1000m.s.l.m. e da dove si può ammirare in lontananza l’altopiano della Sila. Il toponimo Pietracupa, pietra bucata o cava, fa riferimento a una bella formazione rocciosa a forma di onda, all’interno di un antico castagneto da frutto. Poco distante, e vicino la via che attraversa i castagneti fino a giungere sulla Fiumarella e da qui risale al paese di Serrastretta, vi è una piccola roccia affiorante dal terreno sulla quale è incisa una coppella dal diametro di circa 20 cm.

Roccia incisa strada Feroleto-Galli (valle del Badia)

Percorrendo la strada provinciale che collega Feroleto Antico alla frazione Galli, e che da qui prosegue fino a monte Condrò e alle frazioni montane di Serrastretta e a quest’ultimo, dopo il primo ponte su un corso d’acqua tributario del Badia, sulla sinistra e al margine di un piccolo dosso con alcune roverelle e rocce, sulla sommità piana di una di queste è incisa una coppella dal diametro di circa 25 cm.

Rocce incise di Chianu i Caselle (valle del Badia)

Difronte il dosso del quale ho fatto cenno sopra, inizia la via sterrata ma inizialmente cementata (per pochi metri) che sale verso la zona pedemontana di Forestella, passando da uliveti fino a giungere a dei bei castagneti con immancabili rocce sparse e due pastillere. Siamo quindi a Chianu i Caselle. Sulla pendice a valle, grandi roverelle allignano tra belle formazioni rocciose. Su una roccia affiorante di forma quadrangolare e quasi del tutto piana in superficie, è incisa una coppella dal diametro di circa 30cm. Vicino, sul lato verticale di un’ altra roccia “ a scivolo” si ammira una piccola incisione di forma quadrata con i lati interni convergenti in un unico punto. Sulla via, quasi in linea con le rocce incise appena descritte, vi è un’altra piccola roccia sulla quale è incisa un’altra piccola cavità quadrata.

Le rocce incise del Reventino, per lo più si tratta di incisioni coppelliformi, potrebbero rappresentare degli unica nell’ambito dell’archeologia del paesaggio calabrese. Anche alla luce di ulteriori e nuove scoperte. Inoltre nel più ampio contesto appenninico italiano, al momento, come spiega Grifoni Cremonesi ancora in “L’arte rupestre nella penisola e nelle isole italiane”, le rocce con coppelle “sono un fenomeno poco frequente lungo la dorsale appenninica, molto ben attestato invece al nord, lungo l’arco alpino, in Liguria e nella Toscana settentrionale e anche in Sicilia.” Nei pressi della cima di monte Condrò, una delle cime più orientali del massiccio del Reventino, vi è un ampio e panoramico pianoro puntellato da affascinanti rocce di varie dimensioni, alcune delle quali sembrano in posizione allineata. Su una, alta un metro e mezzo da terra, è incisa un’ampia scodella dal diametro di circa 40 cm.: osservandola si potrebbe pensare di trovarsi difronte la “madre” di tutte le coppelle incise sulle pietre, che ho descritto sopra, e che sono presenti nelle zone montane e pedemontane al di sotto di monte Condrò. Questo luogo non a caso è chiamato Petre de Quadarelle e cioè pietre delle piccole pentole.

Le rocce coppellate potrebbero risalire a un’epoca o sono il frutto di un’epoca in cui la civiltà dell’uomo non si sentiva solo nel Cosmo ma si sentiva parte del Tutto. L’atto di incidere la pietra potrebbe essere stato un modo per relazionarsi organicamente con il Cosmo e il suo grande mistero. Non era un atto fine a se stesso. Forse il compimento di un rito. Le coppelle, cavità circolari o subcircolari, potevano essere i simboli di questa relazione cosmica attraverso i suoi elementi primordiali: l’acqua piovuta dal cielo è raccolta dalla roccia esposta ai raggi vitali del Sole. Una cavità nella roccia, quindi il vuoto, avrebbe accolto l’acqua del cielo, acqua portatrice di fecondità quindi di vita. L’uomo poteva così ripetere il passaggio dal Kaos-roccia informe o betilo, al Kosmos-roccia incisa: il passaggio dal Caos al Cosmo o ordine avvenuto all’inizio dei tempi. La pietra che accoglieva l’acqua era inoltre medium tra il Cielo e la Terra.

I segni o simboli incisi si potrebbero interpretare anche quali segnali venuti da un lontano passato: ci invitano a riconnetterci con la vita cosmica da contrapporre alla morte cosmica in atto nelle “civili” società contemporanee. Il Reventino non si sottrae a questo pericolo di morte incombente: mi riferisco ai rifiuti abbandonati nei corsi d’acqua, lungo le strade o nei boschi! alla cementificazione in realtà ingiustificata di suoli; al taglio di querce come roverelle e cerri, con relativa distruzione degli habitat naturali di diverse specie di animali selvatici; ai tentativi di installare impianti eolici sui crinali più belli della nostra montagna etc.  Per questo inviterei tutti ad impegnarsi nel fare la loro parte nel promuovere un ritorno alla vita in armonia con gli alberi, le pietre, gli animali, le acque, il cielo.

Per concludere desidero suggerire inoltre che tutti i fenomeni di arte rupestre si potrebbero interpretare anche alla luce dell’archeomitologia. E cioè di quella disciplina, fondata dall’archeologa Marija Gimbutas, che unisce all’archeologia descrittiva la mitologia comparata, la linguistica, il folclore e l’etnologia storica. Pietra miliare dei suoi studi sulle civiltà del neolitico e dell’età del bronzo dell’Europa centrale più le isole, dall’ Adriatico all’Egeo, dalla Polonia a Creta con l’aggiunta di Cipro e Malta e che l’autrice chiama Vecchia Europa,  è Il linguaggio della Dea (1989). In questo libro sono illustrati e descritti migliaia di reperti riferiti al neolitico fino all’età del bronzo: secondo la Gimbutas, al centro della cultura religiosa dell’Europa antica vi era il culto della Grande Dea o Dea Madre della vegetazione, della natura ,della fecondità o fertilità ma anche della morte e rigenerazione. Ma ecco ciò che Marija Gimbutas ci rivela a proposito delle coppelle: << I tratti predominanti delle grosse rocce intenzionalmente modificate e delle pietre antropomorfizzate da un capo all’altro d’Europa, specialmente occidentale e nordica, sono piccole cavità rotonde, le cosiddette “coppelle”. Ce ne sono a centinaia isolate oppure in associazione con occhi e serpenti. In alcuni casi una pietra antropomorfica – la Dea – n’è ricoperta completamente. Non di rado sono circondate da cerchi singoli, doppi o multipli, e rappresentano un’evidente metafora: quella degli occhi, che sono al contempo la sorgente del liquido divino, la stessa acqua di vita e i suoi ricettacoli quando cade. Questo significato è suggerito dal fatto che simili coppelle hanno mantenuto fino a oggi parte di tale accezione simbolica nella subcultura contadina europea, la quale attribuisce poteri curativi all’acqua di pioggia che vi si raccoglie dentro. Paralitici e altri disabili cercano sollievo bevendo l’acqua sacra, con cui pure si lavano o sfregano le parti sofferenti. In Grecia il 26 luglio, festa di santa Paraskevi (che significa “venerdì”), erede della Dea preistorica, è un momento particolarmente propizio per curare i disturbi agli occhi. Si possono vedere centinaia di ex voto in argento raffiguranti occhi umani adornare le sue icone. Nell’estate del 1986 ho visto simili offerte votive appese al dipinto della santa nelle cappelle sull’isola di Paros, al centro del mar Egeo.

 Una coppella è un pozzo in miniatura. I pozzi sacri sotto le ampie pietre sono sacrosanti e considerati quali misteriose sorgenti dell’umidità datrice-di-vita della Dea, una credenza riscontrata in tutta Europa fino al XX secolo.

Nella preistoria e nella memoria popolare pozzo e coppella erano simbolicamente intercambiabili. Ambedue erano simboli della forza di vita della Dea convogliata al centro >>.

di Alessandro Mantuano

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