di Maria Marino –
Nella notte del 19 agosto nella sua casa tra i monti del Trentino ci lasciava il primo Presidente del Consiglio Italiano del dopoguerra, Alcide De Gasperi.
Il treno che tre settimane prima lo aveva portato per l’ultima volta da Roma su quei monti per le vacanze estive, ritornò a Roma col suo feretro; abbiamo tutti negli occhi le immagini della folla che salutò quel treno ai margini dei binari lungo tutto il tragitto; lo stesso Amintore Fanfani commentò sul suo diario “mai vista una cosa del genere!”.
Oggi più di allora possiamo affermare che mai più l’Italia potè gloriarsi di un Presidente del Consiglio di così alto spessore umano, culturale e politico; anzi oggi possiamo affermare che, in 70 anni di Repubblica, il livello politico degli uomini e delle sempre poche donne che governano il Paese non è mai stato così scadente.
Se pensiamo a quell’idea degasperiana di Unione Europea politica e federata, e non solo economica e mercantile, ci si rende conto di quanto purtroppo oggi siamo lontani da quell’idea per ciò che essa è diventata; governata com’è dai grandi poteri delle lobbies, che piegano l’UE adattandola agli interessi di pochi, si è determinato un divario con effetto a forbice inarrestabile, e assistiamo pertanto a poveri sempre più poveri e a ricchi sempre più ricchi.
La Brexit non è altro che la dimostrazione più tangibile della presa di coscienza popolare che “i pochi” non possano imporsi sui molti, che nessuno può dimenticare l’altro e pensare solo a se stesso e ai propri interessi.
L’Europa unita può sopravvivere solo se saprà rispettare la sovranità nazionale dei singoli popoli e quindi delle singole Persone, considerando la diversità un plusvalore nella sua azione politica, giammai soffocandone o annullandone le diverse peculiarità.
Era questo il sentire e l’idea di De Gasperi e su tale convincimento faticò per riportare l’Italia nei contesti internazionali: il suo discorso a Parigi si aprì con le sue famose parole “…tutto è contro di me…” autodefinendosi un “ex nemico”, comprendendo bene quanto pesasse in quel consesso mondiale la trascorsa alleanza dell’Italia con Hitler; eppure seppe portare il nostro Paese prima al difficile trattato di Pace e poi, grazie alle grandi riforme post-belliche, seppe riconquistare un ruolo sul piano internazionale, inserendo a pieno titolo l’Italia nelle grandi democrazie mondiali quale Paese fondatore del Patto Atlantico nell’aprile del ’49 e della CECA nel 1952.
Tutto ciò non sarebbe mai potuto accadere senza il suo prestigio personale e la sua grande visione politica, una visione altamente democratica e partecipativa; governare il Paese nell’immediato dopoguerra non era stato facile, ma lui seppe accompagnare il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica proprio grazie al profondo convincimento che la forza di un popolo risiede nel coinvolgimento e nella partecipazione; egli rispettò e esaltò infatti il pluralismo parlamentare e la sua autonomia nella stesura della Costituzione, la più avanzata del mondo, che riconosceva il suffragio universale; le donne poterono finalmente votare, e sebbene ci volle ancora qualche anno perché venisse riconosciuto loro l’elettorato attivo , certo fu il primo e decisivo passo verso la partecipazione delle donne alla vita politica del Paese.
Perché dunque ritrovarsi oggi a commemorare la figura di De Gasperi?
Perché lui si ritrovò a governare un Paese distrutto dalla guerra e dovette elaborare un piano di ricostruzione che muovesse in diverse direzioni contemporaneamente: logistiche, politiche, culturali e internazionali per i grandi errori compiuti dall’Italia, delineandone obiettivi e strategie, oltre che individuarne gli uomini giusti e necessari allo scopo; solo la sua visione ampia e generale permise al Paese di uscire dal baratro.
Oggi corre l’obbligo, se proprio le coscienze tacciono, di ripensare nuovamente ad un piano di ricostruzione del Paese, che si muova nella direzione soprattutto di una rinascita morale, umana, culturale e politica, capace di porre al centro la Persona nei suoi bisogni e nelle sue necessità quotidiane oltre che di prospettiva futura: i nostri giovani, come pure le nostre migliori energie e realtà produttive, scappano dall’Italia, non solo dal sud, al pari degli emigranti con le valigie di cartone dell’inizio del secolo scorso, e tutto nell’indifferenza totale di chi governa il Paese, chiamato “a fare” (ma non eletto) ma che, quale unica proposta di ritorno per animare il dibattito e distrarre l’attenzione dai reali problemi del Paese, pone l’accento su una riforma di quella Costituzione che fu cara a De Gasperi e della quale non tutti i diritti sanciti sono stati ancora effettivamente sostanziati; si vuol riformare l’organizzazione repubblicana statuita dai padri costituenti a favore di quanti non vogliono più la partecipazione e il pluralismo tanto care a De Gasperi; diventa perciò necessario ribadire con fermezza che nulla gli Stati e i loro governanti possono, senza il necessario consenso popolare espresso attraverso la partecipazione, che oggi sembra non interessare più a nessuno, se non solo per come annullarla nella maniera più formalmente corretta: da qui leggi elettorali sempre più prive di contrappesi al potere del singolo; da qui lo svuotamento di significato della vita dei partiti politici; da qui la disertazione dei cittadini agli appuntamenti elettorali.
La stessa crisi economica diventa quindi conseguenza di un modo di pensare e di governare autoritario ed impositivo, perché non contempla la necessaria ed obbligata partecipazione popolare, ma solo l’approvazione, più o meno imposta, di pezzi sempre più circoscritti della società; mentre la maggioranza, di fatto , non condividendo né il pensiero né l’agire dominante dei pochi potenti di turno, non condivide e non rispetta più nemmeno le leggi da questi emanate, perché non ne individua più la necessità o un ideale di fondo che sia d’interesse popolare: alto tasso di tassazione fiscale, alto tasso di disoccupazione, alti costi della corruzione uniti alla poca efficienza dei servizi resi dallo Stato ai cittadini non sono altro che palesi segnali della decadenza di un Paese.
C
ommemorare De Gasperi a 62 anni dalla sua morte, significa quindi assumere il suo pensiero e la sua azione politica quale modello di riferimento nelle sfide che un nuovo percorso politico l’Italia può e deve intraprendere, per riconquistare quei valori democratici e quel benessere sociale oramai scomparsi da tempo. L’uomo politico di oggi deve riprendere e far proprio quel convincimento degasperiano del “SERVIRE E NON SERVIRSI” per il bene comune e di ciascuno, se davvero ha a cuore le sorti di un Paese che ha palesemente oramai perso la rotta della giustizia e della solidarietà sociale che furono, e sono ancora, i pilastri fondamentali e lo scopo prioritario della democratica convivenza civile. L’incontro si è svolto venerdì 19 a Catanzaro, nel ricordo, a 62 anni dalla morte, di Alcide De Gasperi. Alle ore 10 si è tenuta una S. Messa nella Chiesa di S. Nicola e a seguire la riunione commemorativa, a cui è intervenuto Mario Tassone, nella sede del partito in via S.Nicola.
Maria Marino
Consigliere Nazionale
NUOVO CDU
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