Come da consuetudine, nei giorni di festa dedicati al primo e principale patrono di Soveria Mannelli, san Giovanni Battista, si realizzano molte iniziative laiche e religiose, tra cui spicca l’assegnazione del Premio San Giovannino, istituito fin dal 2018 dall’Arcipretura, ideato e portato avanti con intelligenza dal parroco don Roberto Tomaino. Si tratta di un Premio che ha come obiettivo quello di dare rilevanza a figure che, sull’esempio di san Giovanni Battista, abbiano dato prova di essere “testimoni di verità e giustizia”.

Quest’anno è stato individuato un alto prelato della Chiesa cattolica, mons. Giancarlo Bregantini, che ha passato gran parte della sua missione sacerdotale e vescovile in terra di Calabria: prima nella città di Crotone e poi nella Locride, in qualità di vescovo della diocesi di Locri-Gerace.
Ne ha ben chiarito le ragioni don Roberto, che ha ricordato come egli sia meritoriamente stato «il primo vescovo che nella storia della Chiesa ha formalmente e con decreto scritto scomunicato i mafiosi». Un gesto coraggioso ed eclatante che oggi ha fatto scaturire un applauso spontaneo e corale tra i presenti, ma che ai tempi gli ha procurato non pochi problemi. «Cosa che ancor di più lo avvicina al nostro santo patrono» ha chiosato don Roberto.
Anche il sindaco Michele Chiodo ha espresso gratitudine a nome di tutta la cittadinanza ricordando come egli sia stato «un importante punto di riferimento e un esempio non soltanto per i luoghi in cui ha potuto estrinsecare la propria azione ma per l’intera Calabria e anche per la nostra comunità».
Mons. Bregantini ha parlato della propria esperienza calabrese nella quale è stato sempre a fianco dei più deboli, ma con un indispensabile doppio registro: «infatti, non basta dare coraggio e dimostrare vicinanza a chi è in difficoltà, perché subito dopo occorre accompagnarlo nel suo cammino di liberazione».


Due sono le esperienze, tra le mille vissute, che ha potuto raccontare nel breve tempo dedicato alla manifestazione, ma certamente tra le più significative e rivelatrici dello spessore del personaggio.
Nel periodo in cui, da sacerdote, è stato a fianco degli operai licenziati di un’azienda in crisi di Crotone è arrivato a suggerire loro di fare lo “sciopero della fame” e non si è tirato indietro quando gli stessi operai lo hanno messo in cima alla lista degli scioperanti. L’allora don Bregantini ha preso il suo sacco a pelo e li ha seguiti nella sala del Consiglio comunale dove per sei lunghi giorni lo sciopero è andato avanti. E non ha esitato ad accettare il consiglio di un anticlericale come Marco Pannella, ma che poi si è fraternamente avvicinato a Papa Francesco, antesignano degli scioperi della fame in Italia, che suggeriva di masticare liquirizia per tenere a bada i succhi gastrici. Struggenti, invece, i racconti su un operaio che festeggiava in quei giorni il compleanno e al quale è stata preparata una torta di cartone con tanto di candeline da spegnere o su un altro il cui bambino, per solidarietà con il proprio padre, insisteva per fare pure lui lo sciopero della fame a casa.
Nel periodo in cui è stato vescovo di Locri-Gerace, oltre al già citato gesto epocale della scomunica ai mafiosi, si è prodigato per favorire la costituzione di cooperative sociali, perché «il lavoro fatto insieme ti libera dalla paura». Insomma, ha fatto suo uno slogan che ama ripetere spesso: «tu solo puoi farcela, ma non puoi farcela da solo», per chiarire ancora meglio l’importanza della solidarietà e dell’unirsi per essere più forti, anche contro una criminalità organizzata pervasiva e nemica di uno sviluppo sano e sostenibile. Il fatto che «queste realtà cooperative in trent’anni che lavorano vanno ancora avanti benissimo, perché non nate dalla speculazione» è la conferma di quanto si possa fare anche nell’ambito sociale da parte di una Chiesa che decide di essere «la mano che libera e la mano che accompagna».

Davvero una magnifica lezione per noi calabresi, da qualcuno che è venuto dall’estremo Nord dell’Italia a dimostrarci quanto di buono si possa fare quando questa terra la si ama per davvero e si lotta con tutte le proprie forze per trasformarla in positivo. Dopo la consegna del Premio, un simbolico piatto d’argento, realizzato dall’orafo Gerardo Sacco, che intende rappresentare il sacrificio estremo di Giovanni Battista per come raccontato nei Vangeli, mons. Bregantini si è detto commosso per tante attenzioni e ha salutato, uno per uno, tutti i presenti.
Raffaele Cardamone

























