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Home » Il cuore affollato delle vedove

Il cuore affollato delle vedove

di Domenico Lanciano, dalla rubrica: Lettere a Tito n. 332 (Fonte autorizzata: CostaJonicaWeb.it – news Sicilia e Calabria)

Domenico Lanciano di Domenico Lanciano
5 Luglio 2021
in OPINIONI
0
Il cuore affollato delle vedove
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Caro Tito, le vedove ed i vedovi (che sono in gran numero nel mondo) mi appaiono una categoria dolente e dolorosa generalmente molto ignorata, quando non sottoposta ad ulteriori sofferenze umane e sociali.

Me ne sono accorto fin da bambino, quando ne sentivo parlare gli adulti nel termine “cattivo – cattiva” con cui venivano indicati, nonostante venisse riservato loro il dovuto rispetto, assai caldamente ed espressamente raccomandato pure dal Vangelo, dalla pietà popolare e dal buon senso. In genere, in quasi tutte le grandi società e le piccole comunità, le vedove e gli orfani erano e restano persone da aiutare molto.

1 – CATTIVI

Infatti, nel dialetto di Badolato di Calabria, mio paese natìo, la vedova veniva chiamata “cattiva” e il vedovo “cattivo”. Per me la parola “cattivo” significava quel che puoi intendere pure tu adesso e cioé che si comporta male e che spesso appare in tutte le sfumature di una cattiveria più o meno preoccupante. Quando mi comportavo male, facevo i capricci o ero monello, a volte persino ribelle o dispettoso, mi si diceva che ero “cattivo” nel significato opposto a bambino buono, docile, ubbidiente.

Ancora oggi non mi è chiara l’origine di questa parola applicata ai vedovi e alle vedove. Ho sempre pensato che potesse derivare dal latino “captivus” con il significato di “prigioniero” (solitamente di guerra). E, come i vinti dalla guerra e dalla vita, erano ridotti in catene fisiche e mentali, in estrema umiliazione e sofferenza, privati della libertà e più spesso costretti in vera e propria schiavitù.

Comunque sia, ho constatato che tale termine “cattivu” (per indicare vedovo) è presente in alcuni vocabolari calabresi come ad esempio quello dell’ottimo amico Enrico Armogida per il nostro vicino paese di Sant’Andrea Apostolo dello Jonio (alla pagina 1242 – Dizionario Andreolese – Italiano edito da Rubbettino nel 2008) o quello del borgo di Gasperina (Dizionario Dialettale Calabrese edito nel 2015). Presente pure nel dialetto di San Marco Argentano, in provincia di Cosenza. Sono soltanto pochi esempi, ma è possibile che tale termine di “cattivo/a” abbia una diffusione quasi regionale, magari a macchia di leopardo. Bisognerebbe vedere cosa ne ha scritto il grande glottologo tedesco Gerhard Rohlfs cui Badolato ha dedicato la piazzetta antistante la scuola elementare di Viale Aldo Moro.

Certamente la perdita di un coniuge, specialmente per una donna, comporta affrontare enormi ostacoli e spesso un cambiamento radicale della propria esistenza (come possiamo aver constatato da noi stessi, per le conoscenze che abbiamo, più o meno dirette). Quasi sempre significava e significa ancora oggi rischiare o cadere in povertà, dovendo affrontare indicibili difficoltà quotidiane di sopravvivenza quando non di disperazione e persino di pesanti molestie, condizionamenti, ricatti che minano la dignità personale e familiare. Tale “destino” avverso comporta (a volte o spesso in determinate mentalità) soffrire persino di una condizione di permanente inferiorità sociale.

Nel nostro sud, sicuramente fino a 50 anni fa circa, la donna rimasta vedova era tenuta a comportamenti rigidissimi di segregazione. Ma lo è ancora adesso in determinate “enclave” socio-culturali dove vide la più stretta tradizione. In pratica, doveva dimenticarsi persino di essere donna. In pochi, vedovi e vedove, si risposavano (quasi sempre per difficoltà economiche o per un sostegno pratico, logistico e quotidiano). Però, se avevano figli, si astenevano da un nuovo matrimonio pure per non causare traumi e dissidi tra figli e figliastri. Molti erano i racconti dialettali, fatti a noi bambini, circa le malvagità delle matrigne, come d’altra parte dimostra pure la letteratura di ogni popolo e paese. Insomma una situazione ed una condizione umana e sociale sovraccarica di sofferenze continue ed estenuanti.

Oggi come oggi, qualcosa sembra essere cambiato, specialmente dopo le rivendicazioni femminili e femministe del secolo ventesimo appena trascorso e dopo una migliore maturità dei maschi al potere. Tuttavia, le difficoltà restano e sono ancora davvero troppe, specialmente per le donne. Vorrei tanto che, in tutta umiltà ma con forte determinazione, questo mio intervento giornalistico rilanciasse in qualche modo (nel nostro metro di deserto sociale) la problematica e contribuisse a sensibilizzare meglio e di più la mentalità di ognuno di noi e, soprattutto, dei legislatori a favore di vedovi, vedove ed orfani.

2 – LE VEDOVE E I VEDOVI DELLA MIA VITA

Ovviamente, fin da quando ero bambino, ho conosciuto molte situazioni di vedovanza, sia nel paese che nella parentela e nei dintorni. Dal 1981 tale triste situazione è entrata pure nella mia famiglia e adesso sono vedove tre mie sorelle su quattro ed anche un fratello ed una cognata. Parecchie vedove mi hanno confidato le proprie grandi difficoltà, persino alcune incontrate per caso, come in un lungo viaggio in treno. Per alcune di loro la vita è diventata un “inferno”. Per chi non ha visto da vicino una vedovanza non riesce ad immaginare cosa cambia nella conduzione di una famiglia, come e quanto condizioni pure l’esistenza degli altri. Ritengo che pure la mia vita sia stata messa (più o meno) in forte difficoltà o sia addirittura cambiata dalla vedovanza delle mie sorelle. In pratica, si rompono tanti equilibri e ci si accorge come e quanto valga la presenza di una sola persona in un meccanismo inter-familiare.

3 – GENITORI ORFANI DI UN FIGLIO

Se la perdita di un coniuge devasta l’altro coniuge e tutta la famiglia, la perdita di un figlio (specialmente se in giovanissima età) è ancora più devastante poiché stronca l’esistenza di entrambi i genitori, in particolare delle mamme (per ovvi motivi). Le vicende della vita mi hanno fatto seguìre parecchie di queste situazioni, davvero assai atroci. Penso che non ci sia dolore più grande su questa terra.

Ho seguito, ad esempio e in particolare, i coniugi Ferrante di Campobasso che hanno perso un figlio di 28 anni. Il papà non ha retto e dopo pochi anni lo ha segìito. La mamma ha cercato di ricordare tale figlio con una serie di iniziative sociali, ma non ha nemmeno lei retto a lungo, nonostante abbia cercato nella fede di un “dolore luminoso” una santa rassegnazione (come ti ho raccontato in alcune lettere). L’amore genitoriale e l’amore coniugale producono gli strazi più immensi ed indicibili. Irrisolvibili, nonostante le apparenze di ripresa, poiché è una parte essenziale di sé stessi che muore.

Ti ho partecipato pure la tristissima vicenda dell’ottimo amico Mimmo Badolato di Soverato che ha perso il figlio Massimiliano. Non a caso è grande nella nostra cultura il culto e la devozione prevalente per la Madonna Addolorata che resta un simbolo universale del dolore di una madre e di un genitore in genere.

4 – IL SOBILLATORE D’AMORE

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Caro Tito, sto cercando di portare a termine il secondo libro di quella trilogia de IL SOBILLATORE su cui ti ho abbondantemente informato. Tale secondo volume (intitolato IL SOBILLATORE D’AMORE) è più complesso del primo IL SOBILLATORE D’ARMONIA, che abbiamo diffuso nel corso del mese di aprile dello scorso anno pandemico 2020. Non fosse altro che l’Amore ha aspetti molteplici e direi quasi infiniti, anche se per me significa descrivere soltanto ciò che ha sobillato la mia esistenza.

Tra i capitoli di questo lavoro “Il sobillatore d’Amore” (già donato, ricordo, a tutta la famiglia di Totò e Caterina Rudi di Badolato) c’è quello dedicato proprio al “Cuore affollato delle vedove”. Già di per se stessa la donna è uno spinoso roveto, avendo psicologia e natura alquanto diverse da noi uomini, al limite spesso della incompatibilità esistenziale. Una donna vedova moltiplica tale roveto per le situazioni difficilissime che si trova ad affrontare, specialmente se ha figli, ancora di più se ha solo figlie femmine. Purtroppo la nostra cultura sociale e la politica amministrativa non aiuta sufficientemente le vedove con prole. Sul perché il cuore delle vedove sia o risulti “affollato” è cosa che spiegherò tra le pagine del volume. Qui sarebbe troppo lungo.

5 – ACCORATO APPELLO A VEDOVE E VEDOVI

Al punto in cui sono arrivato in questo capitolo “Il cuore affollato delle vedove” ho capito che la mia esperienza con vedovi e vedove non basta per tracciare un minimo paradigma su tale stato individuale, familiare e sociale. Ho bisogno di conoscere ancora meglio e di più. Perciò, chiedo aiuto a vedovi e a vedove per cercare di capire in modo più esaustivo la loro situazione, pure per sensibilizzare politici, amministratori ed opinione pubblica sulla loro condizione. Ma possono scrivermi pure anche i loro figli e altri familiari. Questa mia di narrazione-reportage, intende essere tra l’altro un’utile occasione per evidenziare problematiche e rivendicazioni, poiché è chiaro che bisogna migliorare, assolutamente ed urgentemente, la precaria condizione di chiunque abbia subìto un dolore così grande.

Quindi, inviatemi, per piacere, quanti più commenti e racconti sulla vostra esperienza!… Avanzate le vostre proposte per migliorare ciò che può e deve essere migliorato. Un appello particolare rivolgo a sacerdoti, a psichiatri, psicologi, assistenti sociali e a tutte le figure che ruotano attorno a questa dolorosissima esperienza che è più diffusa di quanto non si veda o non si creda.

Un appello particolare rivolgo alle vedove e ai vedovi di morti sui luoghi di lavoro. Un appello speciale ai vedovi che hanno perso la loro donna nel dare alla luce un loro figlio. Il dolore del mondo è immenso ed è sicuramente gravato in modo assai significativo proprio da quello dei vedovi e delle vedove e dalle loro famiglie.

Molti anni fa ho avanzato la proposta di giungere a fare una vera e propria ASSOCIAZIONE GENITORI ORFANI (A.G.O.). Adesso avanzo la proposta di realizzare un’ASSOCIAZIONE VEDOVI E VEDOVE (A.VE.). Questo perché, insieme si può giungere ad un notevole miglioramento individuale e sociale della propria condizione, incidendo, in particolare, sulle leggi e sulle deleterie mentalità ancora determinanti per la cultura prevalente in corso.

6 – LE VEDOVE BIANCHE

Badolato, la Calabria, l’Italia sono state terre di forte emigrazione, mentre adesso stanno diventando sempre più terre d’immigrazione da tante nazioni del mondo. Quando un coniuge parte per lavorare lontano e per lungo tempo, l’altro è considerato “vedovo bianco”. In genere tale condizione è stata prevalentemente femminile fin dalla mala-unità d’Italia del 1860 e l’essere “vedove bianche” era, specie nel nostro sud, prerogativa e “marchio” delle donne che avevano i mariti emigrati per lavoro nel resto d’Italia o all’estero.

L’espressione di “vedove bianche” è stata usata nel giornalismo e dalla sociologia, specialmente negli anni seguenti alla seconda guerra mondiale, quando c’è stato sì il boom economico ma, di pari passo, c’è stato il boom emigratorio, desertificando borghi e campagne. Indicava le mogli degli emigrati rimaste in paese, le quali, poiché rivedevano in pratica i loro mariti generalmente una volta l’anno e per poco tempo, erano considerate “vedove” di fatto. Un altro risvolto di tale vedovanza è stata l’espressione sociologica di “femminilizzazione dell’agricoltura” in quanto le donne che avevano i mariti emigrati erano costrette ad occuparsi in prima persona degli affari di famiglia e in particolare della cura dei loro terreni.

Adesso, la (in)civiltà iper-industriale (con i suoi tragici inquinamenti e le sempre più estese desertificazioni) e la globalizzazione stanno muovendo, con estrema disinvoltura, da una parte all’altra del mondo masse ingenti di persone in cerca di lavoro e di una vita migliore. Le attuali migrazioni portano a innumerevoli stragi pure nei viaggi della speranza di cui pare che nessuno sia responsabile o colpevole.

7 – DOVE INVIARE

Per piacere, gradirei ricevere i messaggi preferibilmente per iscritto o per telefono (pure in forma anonima) ai seguenti recapiti: [email protected] tel. 334-7727454 (anche whatsapp) – Viale Castelnuovo 33 – 86081 Agnone del Molise. Ovviamente, per chi può farlo, sarebbe utile parlarne in un apposito incontro, in modo da approfondire meglio il discorso.

8 – IL CLUB DEI VEDOVI NERI DI BADOLATO

Infine, una curiosità. A Badolato borgo, fin da alcuni decenni esiste un’associazione denominata << CLUB DEI VEDOVI NERI >> (http://web.tiscali.it/clubvedovineri/page2.html) che, fondata da “ragazzotti” attempati e non sposati, si ispira al filosofo greco-antico Epicuro e si professa “satirica, enologica, gastronomica, con il nobile fine di divulgare la cultura del bere  e del mangiare bene”.

In effetti, tale associazione ha avuto finora un consistente ruolo di attrazione, di animazione e rianimazione socio-culturale del borgo antico (dichiarato “Badolato’s Republic”) e della conseguente vita turistica, realizzando interessanti iniziative, assai seguite anche da persone provenienti da paesi vicini e lontani.

9 – MUSEO DELL’EMIGRAZIONE A SAN NICOLA DA CRISSA

Caro Tito, pure come attinenza alle “vedove bianche” del paragrafo 6 sopra riportato, ti comunico che, finalmente, dopo tanto lavoro, molto presto (probabilmente nel pomeriggio di venerdì 16 luglio e, comunque, entro il mese di agosto) sarà inaugurato in Piazza Marconi a San Nicola da Crissa (Vibo Valentia) IL MUSEO DELL’EMIGRAZIONE ideato, voluto e realizzato da Bruno Congiustì, già fondatore nel 1995, anima ed editore del periodico LA BARCUNATA, nostro stimatissimo amico ormai dal 2009, autore di libri e di tante altre iniziative socio-culturali, nonché ex sindacalista di primo piano della CGIL calabrese (come abbiamo già evidenziato in alcune nostre Lettere).

Pare che questo di San Nicola da Crissa sarà il primo vero Museo dell’Emigrazione in Calabria, regione che, falcidiata dall’emigrazione come poche altre zone del mondo ormai da ben 161 anni, avrebbe dovuto avere già da tantissimo tempo non soltanto un grande e rappresentativo Museo dell’Emigrazione ma anche tante altre strutture a sostegno della memoria collettiva e dei nostri emigrati in modo tale da tenerli sempre legati alla Terra-Madre (come per decenni ho inutilmente sollecitato le Istituzioni regionali e locali). Bruno Congiustì, su nostro input, avrebbe desiderio di realizzare pure un MUSEO SINDACALE, per il quale ha già ricevuto documentazione e cimeli, pure dall’estero (come la donazione di autentici ed ormai storici “gilet gialli” francesi da parte del nostro amico scrittore Giuseppe Mungo, originario di Squillace).

E, a proposito di donazioni, IL MUSEO DELL’EMIGRAZIONE di San Nicola da Crissa accetta qualsiasi cosa inerente l’esodo sia migratorio che immigratorio. La donazione potrà essere definitiva o soltanto in comodato d’uso, a scadenza. Personalmente invierò di sicuro qualcosa di interessante. Se qualcuno volesse mettersi in contatto con Bruno Congiustì (fondatore e guida del Museo) questi sono i suoi recapiti: [email protected] e tel. 339-4299291. Ovviamente è raccomandata la presenza all’inaugurazione, la cui data certa sarà tempestivamente comunicata con ogni possibile mezzo (al momento la data più probabile resta venerdì pomeriggio 16 luglio, fra pochi giorni). Il programma dell’evento è presente alla pagina 48 numero di giugno 2021 de I DIARI DE LA BARCUNATA.

10 – ASSOCIAZIONE PAESI-BALCONI D’ITALIA

Dalla stessa pagina 48 di tale periodico (web e cartaceo) appena giuntomi sempre gentilmente via email dallo stesso Bruno Congiustì, apprendo che finalmente è stata costituita in San Nicola da Crissa un’apposita  << Associazione Paesi-Balconi d’Italia >> di cui è presidente Nicola Cosentino (telefono 340-5716423). Gioisco ed esulto, dal momento che sono anni (fin dalla mia prima visita del borgo di San Nicola da Crissa nel 2009) che insistevo con l’amico Bruno affinché si costituisse una tale associazione proprio in San Nicola da Crissa che è uno dei migliori paesi-balcone italiani e che avrei voluto addirittura capitale del paesi-balcone del Mediterraneo.

Tale associazione ha sede in Via Martini 1. Chi volesse far aderire il proprio Comune o il proprio punto panoramico a tale Associazione può contattare direttamente il gentilissimo presidente Cosentino oppure, via email, [email protected]  o lo stesso Bruno Congiustì (tel. 339-4299291). Spero di avere modo di darti, in un prossimo futuro, maggiori notizie sia sul MUSEO DELL’EMIGRAZIONE e sia su questa ASSOCIAZIONE PAESI-BALCONI D’ITALIA”.

11 – SALUTISSIMI

Caro Tito, leggendo il già citato numero di giugno 2021 de I DIARI DE LA BARCUNATA, ho appreso pure che Marco Martino, giovanissimo sindaco di Capistrano (un comune della zona del Parco delle Serre – Angitola a pochissimi chilometri da San Nicola da Crissa), ha intenzione di candidare il proprio borgo come Capitale italiana della Cultura per il 2024. Speriamo che tale candidatura possa almeno valorizzare meglio e di più, comunque (indipendentemente dal risultato), tutti i dintorni del versante vibonese delle Serre. Da parte mia, il sindaco Martino avrà la massima collaborazione, così come (a suo tempo) ho dato la mia sincera e gratuita disponibilità al sindaco di Tropea Giovanni Macrì. Sento come mia ogni bella iniziativa proveniente dalla nostra Calabria e quindi mi rendo partecipe, al mio massimo possibile, per vedere risplendere la nostra terra come e più del sole che la illumina.

Sono inoltre lieto di comunicarti che il quadrimestrale LA RADICE di Badolato (nel ricco numero del 30 aprile 2021 – anno 27 n. 1) ha dato maggiore voce a tre recenti temi a noi assai cari: n. 1) L’istituzione del Centro Studi e Ricerche sulla Prima Italia a Squillace, pagina 21 e 22; n. 2) la recensione dell’opuscolo CARPE DIEM alle pagine 39-40; n. 3) una sintesi della nostra Lettera pubblicata mercoledì 24 febbraio 2021 alle ore 19.44 (https://www.costajonicaweb.it/lettere-a-tito-n-320-la-difficile-emigrazione-femminile-matrimoniale-econtadina-in-italia-da-sud-a-nord-1945-1985/), pagine 43-44. Ringraziamo di vero cuore, per tale gentilezza e sensibilità, il direttore Vincenzo Squillacioti e i suoi più stretti collaboratori, Mario Ruggero Gallelli e Aldo Gallace.

di Domenico Lanciano

Inter City, sabato 03 luglio 2021 ore 18.06 (le foto sono state prese dal web)

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Domenico Lanciano

Domenico Lanciano

È nato nel casello ferroviario di Cardàra, una contrada rurale di Badolato di Calabria, il 4 marzo 1950. Figlio di operai e di contadini, si ritiene contadino e coltivatore diretto del pensiero e della parola che prevalentemente esprime tramite “Lettere” alla maniera degli emigrati. È convinto che la “lettera” è alla portata di tutti e che non comporta ambizioni o particolari stili letterari né giornalistici ma semplicemente l’umile atto del comunicare e di far circolare gli affetti e le idee. Nel 1986 ha lanciato la vicenda di “Badolato paese in vendita” per contrastare lo spopolamento e la morte del borgo antico, prototipo e simbolo di decine di migliaia di borghi in disfacimento in tutta Europa e di milioni di comunità desertificate dalla globalizzazione in tutto il mondo, dove le città scoppiano e i paesi muoiono e invocano equilibrio. Ostracizzato a motivo di questo suo lungimirante attivismo, dal primo novembre 1988 vive in esilio in Molise.

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