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Home » Dimoranza, da Maida la storia del libro prima che fosse una notizia ripresa anche in America

Dimoranza, da Maida la storia del libro prima che fosse una notizia ripresa anche in America

Nel libro che porta come titolo Dimoranza scritto da Luca Cervadoro viene traccia la storia di un paese di quattromila abitanti, Maida in provincia di Catanzaro, che ha imparato a contare i suoi trentamila figli lontani

La redazione di La redazione
17 Settembre 2026
in CULTURA e SPETTACOLI, Maida
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di Luca Cervadoro –

Santino Pascuzzi, direttore responsabile del sito ilReventino.it, mi chiede come ho appreso la notizia arrivata da New York di un articolo dedicato al libro Dimoranza apparso sul sito La Voce di New York  il primo digital daily italiano inglese negli Stati Uniti. Per rispondere devo partire da lontano: da un gruppo Facebook di quindici anni fa, da un pezzo del 2019 su questo giornale, da un cane che annusava le pietre di un castello e da una parola che ilReventino.it ha stampato per primo. Qui il link al sito Dimoranza.

· · ·

Le sette e quarantotto

Alle 7:48 di martedì 15 settembre 2026 il telefono ha vibrato sul comodino. Era Santino Pascuzzi, de ilReventino.it, e prima ancora del buongiorno c’era un link: il mio post sul pezzo di New York. Sotto, un messaggio scritto come si scrivono i messaggi alle otto meno dieci del mattino, tutto d’un fiato e con la voce dentro: Luca, secondo me dobbiamo parlarne, è una bellissima notizia, se mi scrivi una tua opinione su come hai appreso questa notizia la pubblichiamo con il link del sito americano. Otto minuti dopo, un secondo link: quello vero, La Voce di New York, edizione inglese.

Gli ho risposto alle 8:12: va benissimo, ci lavoro, ma c’è molto di più. E poi: comunque cominciamo da New York.

La presentazione del libro Dimoranza a Vena di Maida

Ci ho pensato tutto il giorno e ho cambiato idea. Non si può cominciare da New York.
New York è la riga più recente di una storia che questo giornale ha cominciato a stampare prima di tutti, e un’opinione, se è onesta, deve dire da dove viene. Santino mi ha chiesto come ho appreso la notizia. La risposta breve è: al telefono, alle 14:14 di lunedì, e poi restando in silenzio. La risposta vera comincia quindici anni fa, in un gruppo Facebook che si chiama con una domanda in dialetto.

Il tavolo dei relatori per la presentazione del libro Dimoranza a Vena di Maida

Ma tu e Maida sinni?

Quindici anni fa un gruppo di maidesi ha aperto su Facebook una stanza e le ha dato un nome che è una domanda: Ma tu e Maida sinni? Ma tu, di Maida sei? È la domanda che ci facciamo da secoli, in piazza e all’estero, per capire se chi abbiamo davanti è uno di noi. In quella stanza abbiamo cominciato a raccontare la storia di Maida a chi ce l’aveva sotto i piedi e non la sapeva: i tre millenni di #storiadimaida, dalle pietre lavorate degli scavi degli anni Sessanta alle fondamenta del tempio greco, dalla battaglia del 4 luglio 1806 che ha dato il nome a due quartieri di Londra fino alle famiglie che nel Novecento hanno riempito le navi. Eravamo pochi e lo facevamo gratis, la sera, dopo il lavoro. Nessuno ce lo chiedeva.

La copertina del libro

Poi è arrivato un giornale. Il 24 novembre 2019 ilReventino ha pubblicato il primo pezzo con la mia firma: Maida, la “fortuna” di Martin Scorsese e l’incontro con Nicholas Pileggi “figlio” di Calabria. Raccontava che Nicola Pileggi, nato a Maida ed emigrato negli Stati Uniti intorno al 1911, aveva avuto un figlio, Nicholas, cronista di mafia per l’Associated Press e per il New York Magazine, e che da due suoi libri Martin Scorsese aveva tratto Quei bravi ragazzi e Casinò. Raccontava la telefonata delle undici e mezza di sera: Nick Pileggi? Mi chiamo Martin Scorsese, sono un regista, ho appena letto il tuo libro, lo cerco da anni. E la risposta: ho aspettato questa chiamata per tutta la vita. Quel giorno l’ho capito anch’io: avevo aspettato per tutta la vita che qualcuno pubblicasse una storia di Maida su una testata vera.

Da allora, sempre qui. Dominic Caruso, figlio di Maida, quasi vent’anni alla Johnson & Johnson fino a diventarne il direttore finanziario, raccontato nei giorni del vaccino (19 aprile 2021). Antonio Cristiani, il sarto di Maida che a diciassette anni partì per la Francia e finì in Rue de la Paix, presidente dei sarti francesi nel 1923, con il figlio Francis che avrebbe vestito Gary Cooper e Marcello Mastroianni (11 aprile 2023). Il turismo delle radici come rinascimento di un paese (30 ottobre 2023). La cittadinanza onoraria a Caruso, che aveva restaurato di tasca propria la Fontana di Brunini senza che nessuno glielo chiedesse (26 giugno 2024). Storie di gente partita da qui e diventata grande altrove, raccontate a chi era rimasto. Non lo sapevo ancora, ma stavo scrivendo lo stesso libro da quindici anni, un capitolo alla volta.

Lo dico perché oggi di Maida scrivono tutti, ed è giusto così, e ne sono contento. Ma quando siamo partiti noi non c’era nessuno, e questo giornale mi ha dato spazio quando nessuno avrebbe scommesso un euro su di me. Il giornalismo che conta non è quello che arriva quando i riflettori sono accesi. È quello che accende la luce quando la stanza è vuota.

La presentazione del libro Dimoranza a Vena di Maida

Una sera al castello

Bisogna dire anche di un cane, perché senza di lui questa storia non avrebbe la sua parola.
Si chiamava Leo, cane di razza incerta, ed è stato con me per quasi sedici anni. Una sera di dieci anni fa, all’ora del vespro, salivamo al castello normanno di Maida. Lui annusava le commettiture delle pietre, come fanno i cani, che leggono con il naso quello che noi leggiamo con gli occhi. A un certo punto ha alzato il muso da una pietra e mi ha guardato, e l’ho scritto nei ringraziamenti del libro: come se sapesse, prima di me, che cosa stesse per accadere. Anni dopo, in un mattino di aprile, mentre annusava le stesse pietre nei vicoli, mi è venuta l’idea che un luogo potesse continuare ad abitare le persone che lo hanno lasciato. Poi mi è venuta la parola.

Leo se n’è andato quest’estate. Nell’edizione del libro per il Sud America, quella in portoghese, c’è una dedica per lui. Non lo scrivo per commuovere. Lo scrivo perché la Dimoranza è nata così, in basso, all’altezza di un muso che annusa una pietra, e chi la racconta come una teoria da scrivania non l’ha capita.

           
La prima volta su un giornale

La parola è uscita per la prima volta su una testata il 13 aprile 2026, e la testata era questa. Il pezzo si intitolava La “Dimoranza”. Dalla Silicon Valley alle pietre normanne di Maida, e raccontava di Jordan Ciliberto, avvocato californiano, i cui bisnonni Antonio Ciliberto e Angela Maria Braccio erano partiti da Maida nel 1910. Centosedici anni dopo Jordan è tornato con la moglie e i tre figli. In municipio il sindaco Salvatore Paone ha aperto davanti a lui i registri con i nomi dei suoi, e gli è stata consegnata una pergamena in due lingue: le radici sono il ponte più forte tra passato, presente e domani. Lì, per la prima volta in un giornale, la Dimoranza è stata definita: la capacità di un luogo di continuare ad abitare coloro che lo hanno lasciato.

Va detto con precisione, perché le date sono la sola cosa che resta quando le opinioni passano. Se l’assessora Merilisa Del Giudice è stata la prima a portare questa parola in una piazza, davanti a un pubblico, Il Reventino è stato il primo a stamparla. Due mesi prima del libro. Cinque mesi prima di New York.

Il 31 maggio è arrivato il secondo pezzo, Gay Talese, l’uomo di Maida che insegnò al mondo a leggere il silenzio, scritto quando la New York Public Library ha acquisito l’intero archivio di Talese, ottant’anni di carte che apriranno al pubblico nel 2029. Il direttore della biblioteca ha detto che Talese non ha influenzato il giornalismo e non l’ha ispirato: l’ha plasmato. In quel pezzo scrivevo che Maida, al figlio del sarto Joseph Talese partito nel 1922, non aveva ancora dedicato una via, una lapide, una targa. Lo scrivo di nuovo, perché quattro mesi dopo è ancora vero.

Il pubblico a Vena di Maida

Il 12 giugno e la signora Concettina

Il 12 giugno 2026 il libro è uscito. Si chiama Dimoranza. Manifesto per una Civiltà Ubiqua, e la parola del titolo è rimasta in italiano in tutte e sei le edizioni, perché nessuna lingua ne aveva una equivalente. Dimoranza sta nel primo Vocabolario degli Accademici della Crusca, Venezia 1612, e nell’edizione del 1729 ha accanto un verso di Guido Cavalcanti. Per settecento anni ha voluto dire dimora, indugio, il tempo che una persona passa in un luogo. Poi si è addormentata, e la Treccani l’ha archiviata con la sigla che si mette alle parole finite: ant., antica. L’abbiamo rovesciata come un guanto: non più una persona che dimora in un luogo, ma un luogo che continua a dimorare in una persona, e nei figli di quella persona, anche quando non ci hanno mai messo piede.

La prima persona a dirsi dimorante non è stata un professore. È stata una signora emigrata in Svizzera, Concettina, che mi ha scritto dandomi del Lei, signor Cervadoro, per chiedermi una copia con la firma, perché in Svizzera il libro non le arrivava. Era di passaggio a San Pietro a Maida e ha voluto ritirarla di persona. Ha fatto la strada. Ho capito quel giorno che il libro non era mio: era suo, e di quelli come lei, che la parola l’aspettavano da prima che esistesse.

La piazza a Vena di Maida

La piazza di Vena

Sabato 25 luglio 2026, ore 19:00, Piazza Skanderbeg, Vena di Maida. La rassegna Orizzonti Letterari, ideata da Merilisa Del Giudice, che si è battuta per presentare per prima un libro di cui nessuno sapeva ancora bene che cosa fosse. Con lei il sindaco Salvatore Paone e Francesco Panza della Pro Loco di Vena. L’architetta Mara Varia ha dialogato con me. Hanno letto Miriam Conidi e Maria Teresa Riga, e la Riga, leggendo il passo sulla storia del suo paese, ha fatto piangere la prima fila. C’erano Vincenzo Trovato, che ha detto che Maida e Vena sono una cosa sola, Gregorio Colistra, che ha dichiarato in pubblico le sue origini venote, il dottor Francesco Pileggi. La musica di Roberta Ferraro e Francesco Miniaci, flauto e pianoforte. Un quadro di Annina Grande alle spalle e, a pochi metri, la lapide con le parole di Alexandre Dumas su Vena, autunno 1835. Ho scelto Vena perché gli arbëreshë, arrivati nel Cinquecento con lingua, fede e vestiti intatti, sono il popolo più dimorante che conosco: il loro motto, Gjaku ynë i shprishur, il sangue nostro sparso, dice la Dimoranza con cinque secoli di anticipo.

Ma quella sera è stata ancora più bella di così, e per una ragione che non era in scaletta. In piazza, in mezzo al pubblico, c’erano due ragazzine, Alessandra e Federica. Sono loro, da sempre, la mia fonte di ispirazione: la curiosità con cui entrano in un palazzo storico, le domande che fanno a Casella di Maida davanti alle pietre del Paleolitico, alle terme romane, in ogni posto dove qualcuno ha vissuto prima di noi. Un adulto guarda una pietra e vede una pietra. Loro chiedono chi l’ha messa lì. Tutto quello che ho scritto in quindici anni è il tentativo di rispondere a quella domanda.

Una stanza e un’edicola

Mercoledì 29 luglio 2026, ore 17:27, sala del Consiglio comunale di Maida. Dieci consiglieri su tredici, maggioranza e opposizione, nessun voto contrario: delibera n. 25, Maida Città della Dimoranza. Registro Comunale dei Dimoranti, Certificato di Dimoranza, Giornata del Dimorante. Un comune di quattromila abitanti che decide di riconoscere formalmente i suoi trentamila discendenti nel mondo, senza dare cittadinanza né residenza, senza un euro di spesa: soltanto il riconoscimento che andarsene non era la fine dell’appartenenza. La mozione l’avevano firmata Galdino Amantea e Antonio Sonetto, era nata da un’intuizione di Maria Concetta Pileggi, ha presieduto Francesca Gigliotti. Il 7 agosto il responsabile dell’Area Amministrativa Walter Perri, l’ha trasmessa via posta certificata all’ANCI Calabria, alla Regione e alla Prefettura di Catanzaro. A New York hanno scritto che si ritiene sia la prima delibera del genere in Italia.

Una settimana dopo, il 14 agosto, il libro è entrato nell’edicola di Giuseppe Cerminara, in Corso Numistrano a Lamezia Terme, sotto l’insegna della Gazzetta del Sud. Qualcuno mi ha detto che le classifiche di Amazon non contano niente, e ha ragione. Ma un edicolante che toglie venti centimetri di banco a qualcos’altro per metterci un libro di Maida conta, perché quei venti centimetri sono suoi e li paga lui. Giuseppe lo ha annunciato nel gruppo AMA LAMEZIA TERME, sessantamila persone, e il 10 settembre ha pubblicato la foto del libro tenuto in mano davanti all’edicola, con una frase presa dalla pagina dell’autore: sapere da dove vieni non ti allunga la vita, te la rende più tua. Non gliel’ho chiesto io. Anche questo è un modo di crederci per primi.

Parma, Cambridge, New York

Nel frattempo la parola aveva cominciato a camminare da sola.
Da Parma la segue Romolo Russo, amico, maidese lontano, che ha montato il video del progetto sulle fotografie e sulla canzone, e che sotto ogni post lascia commenti che sembrano pagine di un libro non ancora scritto. Quando qualcuno ha confuso la Dimoranza con la nostalgia e con il folklore, è stato lui a rispondere, con garbo, che la Dimoranza è il coraggio di restare o tornare legati a una terra riconoscendola per quello che è stata e che è, non per come ci piacerebbe ricordarla nei sogni.

Sotto il pezzo di New York, Romolo ha scritto questo:
«Luca… è straordinario! Il tutto dimostra perfettamente come le radici non siano solo un ricordo del passato, ma un ponte vivo che attraversa gli oceani. Vedere Maida e la “Dimoranza” arrivare fino a New York e intrecciarsi con il mito di Gay Talese è veramente una gran soddisfazione. Un paese di 4.000 abitanti si sveglia a New York e tu me lo racconti così, con la stessa nonchalance di chi è andato a prendere il pane? Scherzi a parte, pezzo pazzesco e storia straordinaria. A questo punto, se Gay Talese non risponde alla mail, mandagli direttamente una delegazione da Vena di Maida con un piatto di fileja. Complimenti per questo traguardo e per aver dato una nuova voce a chi è partito e a chi è rimasto!»
Romolo Russo, da Parma, 14 settembre 2026

La preprazione della presentazione del libro a Vena di Maida

Un paese di quattromila abitanti si sveglia a New York e tu me lo racconti con la nonchalance di chi è andato a prendere il pane. È vero. Ma il pane, in questo paese, andiamo a prenderlo da quindici anni.

Qualche settimana fa un bel post ha mostrato una ragazza di Maida che intervistava i suoi coetanei a Cambridge. Poi, lunedì, New York. Alle 14:14 del 14 settembre è arrivata una mail di poche righe: la proposta era stata letta, era parsa intrigante e molto rilevante per i lettori italoamericani, e l’articolo era già scritto. Il paese ancestrale di Gay Talese, quattromila abitanti, abbraccia la sua diaspora di trentamila. Firmato Grazia (Grace) Russo Bullaro, vicedirettrice dell’edizione inglese de La Voce di New York, il primo quotidiano digitale italiano in inglese negli Stati Uniti, redazione dentro il palazzo delle Nazioni Unite. Lo stesso giorno, in due lingue.

Non ci credevo. L’ho detto a un amico, al telefono, e lui invece di congratularsi mi ha corretto: ma che dici, Grazia è quella che ha intervistato Benigni dopo l’Oscar per La vita è bella. E si è messo a cercare sul computer, e io lo sentivo battere sui tasti, e dopo un po’ ha detto: l’ho trovata, complimenti, ho la pelle d’oca. Anch’io, gli ho risposto. Poi siamo rimasti in silenzio tutti e due, che è la cosa che si fa quando una cosa è vera. Ho controllato dopo: Grazia ha lasciato l’Italia a nove anni, ha insegnato per venticinque al Lehman College della City University of New York e ha scritto cinque libri sull’emigrazione. Aveva ragione lui.

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Per tutto il pomeriggio sono arrivati messaggi, da Maida e da lontano, e ognuno diceva la stessa cosa con parole diverse: finalmente. Non finalmente Luca. Finalmente Maida.

Cambridge qualche settimana fa, New York l’altro giorno. Niente male, per un paese di quattromila persone. Non lo dico per vantarmi. Lo dico perché lo leggano i ragazzi: non è il paese che è piccolo, è il mondo che è grande, e dal paese ci si arriva.

La presentazione del libro Dimoranza a Vena di Maida

Il vizio del passato

Una persona, l’altro giorno, mi ha detto: hai il vizio di parlare molto al passato. È vero. Ma solo con quello che hai fatto, e con il posto da cui vieni, puoi dire chi sei e dove vuoi andare. Un paese che non sa da dove viene non può nemmeno decidere dove andare: gira. Parlare al passato, quando il passato è verificato, datato e messo in fila, è il solo modo onesto di parlare al futuro. Il resto è pubblicità.

La mia opinione

Santino mi ha chiesto un’opinione. Eccola.
Come ho appreso la notizia: al telefono, con un amico, restando in silenzio. Che cosa ne penso: che non è una notizia su di me. È una notizia su un metodo. Quindici anni fa abbiamo deciso di raccontare Maida con le date, con i nomi, con i documenti, senza inventare niente e senza chiedere niente a nessuno. Un gruppo Facebook, poi un giornale del Reventino, poi un libro, poi un Consiglio comunale, poi un’edicola, poi New York. Ogni passaggio ha creduto al precedente perché il precedente era vero. Questa è la mia opinione: che la verità, se la tieni in ordine abbastanza a lungo, prima o poi qualcuno la legge dall’altra parte dell’Oceano.

E c’è una cosa che devo dire a Te, Santino, in pubblico, perché in privato l’ho già detta e non basta. Grazie. Non per oggi, che i riflettori sono accesi e scrivere di Maida è diventato facile. Grazie per il 2019, quando questo giornale ha pubblicato un pezzo su un figlio di Maida che aveva fatto grande Scorsese, firmato da uno che nessuno conosceva, e nessuno avrebbe scommesso un euro né sul pezzo né su chi l’aveva scritto. Tu hai scommesso. Tutto il resto è venuto da lì.

Un sarto partito nel 1922, uno sceneggiatore che aspettava una telefonata, un avvocato tornato dopo centosedici anni, una signora venuta dalla Svizzera a ritirare un libro, una piazza di Arbëreshë, dieci consiglieri, un edicolante, un amico a Parma, due ragazzine che chiedono chi ha messo quella pietra, e un cane che lo sapeva prima di me. Questa è la notizia. New York l’ha soltanto letta per prima. E, come sempre a Maida, è soltanto l’inizio.

Luca Cervadoro – Città di Maida –

· · · 

Di seguito i link per leggere il pezzo – firmato da Grazia Russo Bullaro – pubblicato sul sito americano:

La Voce di New York, edizione inglese: https://lavocedinewyork.com/en/news/2026/09/14/gay-taleses-ancestral-town-of-4000-embraces-its-30000-strong-diaspora/

La Voce di New York, edizione italiana: https://lavocedinewyork.com/news/2026/09/14/il-paese-di-gay-talese-4mila-abitanti-in-calabria-e-una-diaspora-di-30mila-nel-mondo/

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