Settimana di fine agosto densa di eventi nell’emisfero cosiddetto occidentale, così bollente per gli avvenimenti da aver superato quello orientale, di per sé già molto rovente.
La domanda esatta da porsi sarebbe: quanto può salire ancora la tensione tra Europa e Russia?
Non possiamo ancora affermare che l’Europa e la Russia siano sull’orlo di una guerra nucleare. Sarebbe irresponsabile sostenerlo senza prove. Ma negli ultimi tempi, passo dopo passo, sono state superate alcune delle soglie che per più di mezzo secolo avevano rappresentato un argine tra confronto politico, guerra per procura e scontro diretto tra nazioni dotate di armi nucleari. Assistiamo a una progressiva escalation fatta di armi, sanzioni, minacce e nuove linee rosse. Il sostegno militare europeo all’Ucraina cresce, consentendo, sponsorizzando, finanziando e probabilmente collaborando allo sviluppo della capacità di Kiev di colpire sempre più in profondità il territorio russo.
Lunedì 24 agosto Londra autorizza la condivisione delle informazioni tecniche sui missili da crociera Storm Shadow, per consentire ai francesi di accelerare sulla produzione in Ucraina dell’arma a lungo raggio. Questo non significherà che domani Kiev avrà una fabbrica capace di produrre in massa missili da crociera. Le nuove capacità produttive richiederanno tempo. Ma il significato strategico della decisione è evidente: l’Occidente non si limita più soltanto a fornire armi all’Ucraina. Sta contribuendo a costruire una capacità industriale destinata a rendere quella fornitura strutturale e potenzialmente autonoma.
Lunedì 24 agosto Mosca richiama il proprio ambasciatore da Londra, come confermato dall’agenzia AGI. Un segnale diplomatico pesante, anche se non significa, almeno per ora, la rottura formale delle relazioni tra Russia e Regno Unito. Ma in questo momento accende un campanello d’allarme che non può essere sottovalutato. In precedenza, Mosca aveva criticato aspramente l’uso di droni forniti dal Regno Unito negli attacchi in profondità sul territorio russo.
Sempre lunedì 24, la Commissione europea approva un pacchetto di aiuti militari da 6,1 miliardi di euro, che si aggiunge ai 16 miliardi di euro di piani di approvvigionamento già approvati, dei quali 8,35 miliardi di euro sono già stati erogati.
Ancora lunedì 24 agosto, un gruppo di Primi Ministri europei, i cosiddetti “Volenterosi” (di mettere in pericolo 500 milioni di europei, qualcuno obietterebbe), ha annunciato, per bocca del presidente francese Macron, che le esercitazioni della “forza multinazionale per l’Ucraina” saranno condotte nei mesi di ottobre e novembre, e per le quali sembra che l’Italia, “prudentemente”, si sia defilata.


Martedì 25 agosto si diffonde la notizia più significativa delle ultime ore: il direttore della CIA John Ratcliffe sarebbe stato a Mosca per una visita non annunciata, la prima conosciuta da quando ha assunto l’incarico. CIA, Pentagono e Casa Bianca non hanno fornito spiegazioni ufficiali sul contenuto degli incontri. Arrivato nella capitale russa a bordo di un aereo militare C-17 Globemaster III, senza alcun annuncio ufficiale, sarebbe ripartito otto ore dopo. Si tratterebbe di un genere di visita rarissimo, verificatosi in passato in concomitanza con gravissime crisi o vere e proprie transizioni geopolitiche. L’ultima volta che ciò sarebbe avvenuto risalirebbe al 2021, quando l’allora direttore della CIA William Burns si recò a Mosca, poco prima dell’inizio dell’operazione russa in Ucraina, per consegnare le linee rosse americane e chissà quale altro messaggio non pubblicato.
Di questa visita, che nessuno vuole spiegare, si sa che, prima della partenza della delegazione, Washington avrebbe chiesto a Kiev di sospendere temporaneamente gli attacchi contro obiettivi nelle vicinanze delle principali città russe durante la permanenza della delegazione americana.
Potrebbe trattarsi di un canale riservato per affrontare la guerra in Ucraina. Potrebbe esserci un messaggio da consegnare al Cremlino. Potrebbe essere un tentativo di riaprire un canale diplomatico. Oppure potrebbe riguardare questioni più ampie, considerato il quadro geopolitico sempre più complesso. Qualunque sia la risposta, una cosa appare evidente: quando il direttore dell’intelligence americana vola a Mosca su un aereo militare e la missione viene tenuta lontana dai riflettori, sarebbe imprudente considerarla una situazione normale.
Nel frattempo, lunedì 24 agosto, l’appello diplomatico dell’ONU a Mosca, su proposta di alcuni Paesi europei, per un cessate il fuoco immediato e senza condizioni in Ucraina incassa solo 50 firmatari su 186 presenti, compresi gli Stati Uniti, che non lo hanno sottoscritto. Una notizia che evidenzia, a mio avviso, l’isolamento europeo e che è stata ampiamente oscurata, e persino distorta, dalla stampa europea.
La visita di Ratcliffe a Mosca potrebbe essere nulla più di un episodio diplomatico riservato. Oppure potrebbe essere qualcosa di molto più importante. Non abbiamo elementi sufficienti per dirlo, ma qualcosa non torna.
Se davvero siamo arrivati al punto in cui Washington deve chiedere a Kiev di congelare temporaneamente gli attacchi durante una visita riservata a Mosca, mentre contemporaneamente Londra, Parigi e la Commissione europea aumentano il sostegno alla capacità missilistica ucraina, allora qualche domanda dobbiamo pur farcela.
Lasciando da parte le origini di questa guerra, sulle quali ci sarebbe molto da scrivere, quanto le nazioni europee a guida inglese, francese e tedesca possono continuare ad alzare la posta prima che qualcuno non sia più in grado di abbassarla?
Se gli Stati Uniti dovessero concretizzare la volontà di tirarsi indietro, considerando la guerra come una questione esclusivamente regionale, e la retroguardia ucraina dovesse estendersi alle nazioni che forniscono e producono armi per conto dell’Ucraina, quale tipo di escalation si verificherebbe?
Oggi la guerra presenta scenari completamente diversi da quelli conosciuti finora. I droni hanno cambiato il campo di battaglia. I missili a lunga gittata hanno ridotto le distanze. La guerra informatica ha cancellato i confini tra le nazioni. Le operazioni clandestine rendono sempre più difficile capire chi abbia realmente compiuto un’azione. E soprattutto, la comunicazione politica si è fatta sempre più aggressiva, esautorando lo spazio della diplomazia. C’è un momento in cui la diplomazia torna a diventare una necessità.
Esistono guerre che possono essere vinte, guerre che possono essere perse e guerre che, una volta iniziate, potrebbero non lasciare vincitori. E quando sul tavolo c’è anche l’opzione nucleare, il vero obiettivo dovrebbe essere evitare che il mondo scopra troppo tardi quale sia il punto di non ritorno.
































