di Alberto Capria –
Con il referendum alle porte – se non preceduto da una seria riforma della legge elettorale produrrà più danni che benefici – corroborati dalla “necessaria” polemica sulla richiesta del bonus partite Iva, si riparla di riduzione dello stipendio dei parlamentari, donazioni e beneficenze varie: è la plastica dimostrazione dell’involuzione politica che ci opprime da almeno 5 lustri!
Sia chiaro, la vexata quaestio ha qualche fondamento: i parlamentari italiani sono fra i più pagati d’Europa. E’ giusto, dunque, che la piazza capitanata da qualche “piazzista” incredibilmente assurto al ruolo di responsabile di partito, chieda il dimezzamento o la restituzione di parte degli stipendi?
No: a mio avviso non è giusto, almeno per due motivi.
Il primo è costituto dal ruolo – necessario, strategico e delicato – che un parlamentare è chiamato a rivestire: l’esercizio del potere legislativo (equi-ordinato rispetto a quello esecutivo e giudiziario), che se svolto con coscienza, serietà, onestà intellettuale e preparazione – la decisione spetta al popolo sovrano – deve essere ottimamente retribuito. Poi ciascuno deciderà, auspicabilmente senza “socializzazioni”, se devolvere parte dello stipendio o trattenerlo per intero.
Tenere conto, inoltre, delle retribuzioni degli alti funzionari della pubblica amministrazione, che quando non eccedono si discostano pochissimo da quelle dei parlamentari, sarebbe corretto.


Scrive Piero Sansonetti “la campagna contro gli stipendi dei deputati è guidata da giornalisti – spesso del servizio pubblico – che guadagnano molto di più dei deputati stessi, e che trovano indecenti le paghe dei parlamentari e assolutamente dignitose le loro”.
Sarebbe più serio rimarcare la differenza (tocca a noi farlo) fra il politico impegnato a tempo pieno, con capacità di individuare i problemi e tracciare una via per la ricerca della migliore soluzione possibile e chi non possiede queste qualità/capacità: al di là dell’alto o basso stipendio.
Un parlamentare ignorante – ne ricordo una, nel Parlamento insediatosi nel maggio 2013, che voleva eleggere un trentenne a capo dello Stato, ignorando l’impossibilità sancita dalla Costituzione – continuerà ad essere tale, per l’appunto ignorante, pur con lo stipendio dimezzato.
C’è un termine di origine greca – “demagogia” – che può essere così spiegato: “accattivarsi il favore delle masse con discorsi semplici ma privi di sostanza e con promesse che non si possono mantenere”. La frase che post elezioni sentiamo spesso ripetere è “… la campagna elettorale è finita, adesso si fa sul serio”; come dire, ci avete creduto? Con la capacità di analisi che gli è propria, Massimo Cacciari ha recentemente dichiarato che “promettere in campagna elettorale quello che si sa non poter essere mantenuto, è ignobile”!
Nella società globale, la demagogia è assurta a mantra, a tecnica di comunicazione, ad indecorosa ricerca e consolidamento del consenso; assistiamo – non quotidianamente ma in horas – ad esternazioni insignificanti da parte dei nostri rappresentanti a tutti i livelli sui canali social che, citando Umberto Eco, “ hanno dato fiato ad orde di imbecilli”, solo perché bisogna esternare, esserci, apparire, combattere battaglie più di forma che di sostanza.


In caso contrario, ed è il caso di specie, se è pura e semplice tecnica spinta fino all’esasperazione, ipocrita e populista, la demagogia e l’apparire diventano la parte più becera della politica, ben più grave del numero dei parlamentari, del bonus e dell’entità degli stipendi; è quella parte della politica che, per ossimoro, viene utilizzata per mascherare proprio l’assenza di cognizione e pensiero politico.
Alberto Capria
Dirigente Scolastico – Vibo Valentia




























