Poco si può aggiungere all’analisi di Gerda 122 scritta da Carmine Torchia, cantautore e dunque poeta egli stesso, nella sua “precisa” introduzione. Lui descrive le poesie “non poesie” di Lucia Bonacci, che definisce correttamente «notazioni poetiche» e quindi implicitamente poesie, come «notazioni per una sceneggiatura», da consegnare a un fantomatico regista cinematografico o, senza intermediazione, a un direttore della fotografia per farne inquadrature da imprimere sulla pellicola che ormai si usa poco, perlopiù soppiantata dal digitale.
Con questa definizione, Carmine Torchia coglie l’essenza della silloge, perché davvero Lucia Bonacci ha il raro potere di trasformare le parole in immagini, di far vedere al lettore ciò che ha scritto, in un processo di significazione in cui gli astratti segni della scrittura assumono sostanza, concretezza, diventano oggetti, volti, gesti, luoghi e perfino sensazioni che si possono provare solo mettendo in gioco i cinque sensi, come quando si sente quel «clarinetto soprano in processione» o si vede quella «luna densa tra le stelle».
E non c’è contraddizione in tutto questo, perché la poesia può e deve esprimersi liberamente, senza che nessuna regola dettata da chi viene prima non possa essere trasgredita da chi viene dopo. Ricordate quella scena del film L’attimo fuggente di Peter Weir in cui il professor John Keating fa strappare a tutta la classe la pagina dal libro di testo con “le regole per comprendere la poesia” del professore emerito J. Evans Pritchard? Tenetela presente quando leggerete Gerda 122 perché la poesia non si misura sugli assi cartesiani ma su quelli dell’emozione.
Ma a questo, tuttavia, qualcosa si può aggiungere ancora. Per esempio che le immagini sono sempre completate dalla musica: una colonna sonora data dal ritmo e dalla melodia dei versi, che si sviluppano spesso senza connessioni apparenti di senso creando un intreccio, un intrico di parole che ricorda il migliore James Joyce, quello del flusso di coscienza, del monologo di Molly Bloom, in cui i pensieri si accavallano come note musicali, appunto, a volte armoniose e a volte, come nella musica dodecafonica, stridenti, dissonanti, volutamente fastidiose, mai banali.


Ma non voglio e non posso limitarmi a questo. Perché, se c’è un modo per definire la poesia, o se volete la “non poesia” ma poesia, del nuovo millennio, ci si può riferire senza incertezze a quella di Lucia Bonacci. Un nuovo millennio che inizia con l’abbattimento delle Torri gemelle di New York e prosegue con innumerevoli guerre e attentati terroristici, con un proliferare di idee che ricordano molto i totalitarismi del secolo precedente, fino ai parossismi che viviamo oggi a Gaza e in Ucraina, citando solo quelli più vicini al nostro mondo e non quelli dimenticati da sempre perché sembra non ci tocchino direttamente.
Ebbene, non ci sono riferimenti diretti, appena un accenno: «Resoconto di guerre quotidiane, / giornali grigi e sfioriti proclami», ma questa condizione, questa tensione, questo dramma sono presenti nei versi delle 122 poesie di questa silloge. Nella loro frammentazione, nel loro incedere senza illusioni sul futuro, se non barlumi di speranza che scaturiscono dalle emozioni a volte dettate dal vivere e quindi condivise, ma subito attenuate e tenute a bada dalla razionalità. Dal senso di sconfitta che attanaglia quella generazione che ha sperato e creduto in «un altro mondo possibile». Non si sa se lo vedrà mai, ma intanto è finito il primo atto: «È il momento del sipario. / Sia rosso».
Raffaele Cardamone





























