Cosa resta di una violenza quando le parole non bastano più a raccontarla? Cosa accade quando il trauma smette di appartenere alla cronaca e diventa una presenza che continua ad abitare i corpi, la memoria e lo sguardo collettivo? “Dentro non c’è voce” nasce da queste domande. La video-performance affronta il tema della violenza sui minori e delle responsabilità individuali e collettive che si annidano dietro il silenzio, l’omissione e l’indifferenza. Lontana da ogni forma di spettacolarizzazione del dolore, l’opera costruisce uno spazio di ascolto e riflessione, interrogando lo spettatore sul peso delle proprie scelte e sul ruolo che ciascuno assume di fronte ai segnali della sofferenza. 

Attraverso il dialogo tra corpo, immagine e suono, il progetto ha dato vita a un articolato percorso di ricerca che ha suscitato l’attenzione di studiosi, critici e osservatori del panorama culturale contemporaneo. Le riflessioni che seguono restituiscono prospettive differenti ma convergenti sulla forza espressiva e civile dell’opera.
Adriana Grazia Frijia scrive della performance: ‘’Dentro non c’è voce si muove in quel territorio fragile in cui l’arte non tenta di rappresentare il trauma, ma ne intercetta le vibrazioni residue, ciò che continua a pulsare quando tutto sembra già accaduto. Non ricostruisce gli eventi né trasforma la violenza in immagine spettacolare; preferisce abitare le zone d’ombra, dove il trauma non è più un episodio circoscritto ma una presenza che si deposita nel corpo, nella memoria, nello sguardo. La video performance diventa un luogo di ascolto, un dispositivo che accoglie non le parole dei bambini, parole impossibili, negate, spezzate, ma le voci degli operatori socio sanitari che ogni giorno si confrontano con ciò che resta taciuto. Queste voci non parlano al posto dei bambini, non li sostituiscono: rivelano piuttosto la natura collettiva della memoria traumatica, mostrando come il dolore individuale si trasformi in un fatto sociale, un’eredità condivisa, una responsabilità che non può essere delegata.
Il corpo dell’artista, esposto nella sua vulnerabilità, agisce come un archivio vivente. Non illustra, non imita, non teatralizza: accoglie. Diventa superficie di scrittura, luogo in cui il trauma si manifesta come tensione, frattura, gesto interrotto. L’opera si sottrae così alla logica della rappresentazione per entrare in quella dell’immanenza: il trauma non è mostrato, è attraversato. La forma video amplifica questa dimensione, perché registra ciò che sfugge, ciò che vibra ai margini del visibile, ciò che non può essere fissato in un’immagine definitiva.
In questo paesaggio interiore, fatto di suoni trattenuti, silenzi densi e frammenti linguistici, il trauma appare per ciò che è: non un evento isolato, ma una persistenza. Una forza che continua ad agire anche quando l’aggressore non c’è più, anche quando la storia sembra conclusa. È una violenza che si annida nelle omissioni, nei dubbi ignorati, nelle scelte di non vedere. Ed è qui che l’opera si intreccia con la realtà, ricordando che episodi come quello di Bordighera non appartengono alla cronaca nera, ma alla nostra incapacità collettiva di riconoscere i segnali, di intervenire, di assumere una posizione. Ridurre tutto alla colpa di due genitori significa costruirsi un alibi morale, fingere che il male sia confinato dentro una casa per non ammettere che spesso nasce anche fuori, nel silenzio di chi osserva e non parla.
Per questo Dentro non c’è voce non parla solo dei bambini: parla di noi. Della comunità che preferisce non vedere, delle istituzioni che non intervengono, della società che si costruisce narrazioni rassicuranti per non assumersi la propria parte di responsabilità. L’omertà non è assenza di azione: è una forma di complicità. Il lavoro del Collettivo Quarantotto restituisce voce a chi l’ha perduta, ma soprattutto restituisce a noi il peso del nostro sguardo. Le parole estratte dalle interviste, quelle pronunciate, quelle negate, quelle che avrebbero dovuto essere dette, compongono un lessico della responsabilità, un inventario di ciò che può salvare o condannare. L’ultimo nome da pronunciare è il nostro, perché ogni volta che scegliamo di non vedere, di non ascoltare, di non agire, partecipiamo alla stessa cancellazione.

L’opera non accusa, ma espone. Non urla, ma inquieta. Non racconta, ma lascia una traccia che obbliga a prendere posizione. In un tempo in cui la sofferenza viene spesso trasformata in spettacolo, Dentro non c’è voce compie un gesto radicale: restituisce dignità al silenzio e lo trasforma in un luogo politico. Ricorda che la responsabilità non è un concetto astratto, ma un atto quotidiano, un modo di stare nel mondo. E ci chiede, senza retorica e senza indulgenza, se il nostro sguardo serve a proteggere o a nascondere.’’
La dimensione etica e politica del progetto emerge anche nelle parole di Marika Mazzeo, che individua nell’opera una presa di posizione netta contro l’indifferenza e il conformismo sociale:
‘’È un progetto potente che fa risuonare il trauma civile e umano. Inizia nell’istante in cui scegli se il tuo sguardo serve a proteggere o a nascondere.
Il “quieto vivere” è spesso la risposta di chi ha paura di chi prende posizione. Dentro non c’è voce ribalta proprio questo. Il Collettivo non ha realizzato soltanto una performance: ha dato vita a un processo pubblico. Ha dato voce e ha urlato silenziosamente, con tutta la forza che l’arte sa esprimere, per chi quella voce l’ha persa. E ha lanciato un messaggio che trafigge: contro l’indifferenza.‘’
Accanto alla riflessione politica e sociale, il lavoro si distingue per il forte impatto emotivo e sensoriale che produce sullo spettatore, come sottolinea Giuseppe Antonio Bagnato: ‘’”Dentro non c’è voce” è una video-performance che colpisce e promette di non lasciare indifferenti. Come fardelli sempre più insormontabili, le umiliazioni e le ferite si accingono a coprire il corpo della performer. Impotente di fronte al proprio calvario, con lo sguardo fisso rivolto verso un altrove indefinito, la protagonista si lascia attraversare da una deplorevole consapevolezza del tormento. Questo non è solo fisico, ma soprattutto mentale, accentuato dalla penombra e dallo sfondo scarno, marcio e decrepito. Le voci fanciullesche e taglienti contrastano con il gesto immondo e ne danno risalto; mentre le parole, dense di tetre allucinazioni infantili, restituiscono il trauma di un dolore insormontabile. Beatrice, Giovanni e gli altri bambini non torneranno più in vita, ma quel senso di inquietudine e quella maligna allusione al dramma vissuto si ripercuotono fisicamente sul corpo martirizzato della performer. Osservando il video, le pesanti parole penetrano nell’anima di chi le ascolta e, improvvisamente, sopraggiungono pensieri sinistri e bruschi, mentre uno strano pallore sembra impadronirsi del volto. Ci si ritrova, quasi senza accorgersene, assaliti da un’angoscia insopportabile e, quel che è peggio, essa si fa sempre più profonda a ogni minuto che passa, man mano che si approssima la fine.’’


“Dentro non c’è voce” è una video-performance del Collettivo Quarantotto, gruppo di giovani artisti calabresi emergenti composto da Eva Fruci, Elia Valeo e Alessia Bozzarello, che sviluppa il proprio lavoro attraverso la collaborazione con altre giovani figure del panorama artistico regionale. Il progetto nasce dall’incontro tra pratica performativa del corpo e ricerca sonora, intrecciando linguaggi differenti in una riflessione condivisa sul trauma, sulla memoria e sulla responsabilità collettiva.
La componente sonora dell’opera è stata curata da Alessia Bozzarello, sound designer del collettivo, in collaborazione con Laura Muzzì. Le riprese sono state realizzate insieme a Francesca Delle Donne negli spazi dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, istituzione da sempre attenta alla promozione delle nuove progettualità artistiche e al sostegno delle iniziative delle giovani generazioni, con il supporto del professore Vladimir Costabile.






























