Si è svolta ieri, presso il The Space Cinema del Centro Commerciale Due Mari, la prima cinematografica del film Don Chisciotte, diretto da Fabio Segatori e interpretato da Alessio Boni. Un evento che ha saputo unire pubblico, istituzioni e protagonisti del cinema in un momento che è andato oltre la semplice proiezione. 
La serata si è aperta con gli interventi introduttivi e la presentazione del film, alla presenza del presidente della Calabria Film Commission, Anton Giulio Grande, che ha sottolineato il valore dell’opera anche come strumento di valorizzazione del territorio, capace di trasformare i paesaggi calabresi in elementi vivi della narrazione. In sala anche gli attori Marcello Fonte, Pino Torcasio, Giuditta Cosentino e Martina Molinari, protagonisti di un racconto corale che restituisce spessore umano e visivo all’intera opera.
Poi le luci si sono abbassate e il racconto ha preso forma.

Girato tra l’Alto Ionio calabrese e la Basilicata, Don Chisciotte trasforma il Sud in uno spazio sospeso, quasi mitico, dove il paesaggio non è sfondo ma corpo narrativo: calanchi, castelli, vento e luce diventano materia viva del racconto. È un cinema fisico, concreto, lontano dall’artificio, che sceglie la terra e i corpi per restituire il senso dell’epica. La Calabria (e parte della Basilicata) si presenta come una terra aspra, luminosa, capace di riflettere la tensione interiore del protagonista: è qui che si muove il Don Chisciotte di Segatori, figura senza tempo che torna a interrogare il presente.
Perché, in fondo, “nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia”, e proprio per questo sembra ancora esserci bisogno di qualcuno disposto a mettersi in cammino, anche a costo di apparire fuori luogo, fuori tempo, fuori misura.
Il film non tradisce lo spirito del Don Chisciotte della Mancia ma lo riporta dentro una dimensione contemporanea. Don Chisciotte non è soltanto il cavaliere dei mulini a vento: è l’uomo che rifiuta il cinismo, che sceglie di non restare “chiuso coi suoi libri in una stanza”, che decide di esporsi, di agire, di rischiare. L’anima di don Chisciotte rivela quella continua tensione tra realtà e visione, tra sconfitta e dignità. Il nostro hidalgo resta colui che vede ciò che gli altri non vedono, che insiste dove gli altri si fermano; un uomo che sceglie di non adattarsi, che rifiuta la resa al disincanto, che continua a vedere possibilità dove altri vedono limiti.

E allora il suo viaggio diventa qualcosa di più di una follia: diviene “uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto”. In questa chiave, il film diventa una riflessione sull’oggi. Su un’epoca in cui il pragmatismo ha spesso preso il posto dell’immaginazione e dove l’idealismo viene confuso con ingenuità. Eppure, proprio in questa frattura si inserisce la forza del personaggio: nella sua ostinazione a credere che il mondo possa essere diverso.
Alessio Boni restituisce un personaggio fragile e ostinato, capace di muoversi sul confine tra visione e realtà, tra caduta e dignità. Accanto a lui, la presenza di Sancho costruisce quel dialogo eterno tra idealismo e pragmatismo, tra chi sogna e chi misura, tra chi essendo più realista “si accontenta di un castello”.
Eppure è proprio lo sguardo del cavaliere a trasformare il mondo: “l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna”, sembra suggerire il racconto, perché ciò che conta non è ciò che si vede ma ciò che si sceglie di vedere.
Il film diventa così una riflessione sull’uomo contemporaneo. Su un’epoca in cui il disincanto è diventato regola, e dove chi continua a credere viene spesso scambiato per ingenuo. Ma Don Chisciotte resiste. Anzi, rilancia.

“Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?”, sembra chiedere, mentre continua a combattere la sua battaglia solitaria. Una battaglia che non è contro i mulini ma contro l’ingiustizia, contro l’indifferenza, contro il Potere che “è l’immondizia della storia degli umani”. Un uomo che accetta anche di perdere pur di non rinunciare alla ricerca di giustizia e bellezza.
La prima al Due Mari si è chiusa con un lungo applauso, sentito, non rituale. Il segno che qualcosa è arrivato.
Perché, alla fine, Don Chisciotte resta questo: un uomo che sbaglia, che cade, che viene deriso ma che continua. Uno che decide di “sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”, anche sapendo di essere, forse, da solo.
E proprio per questo, ancora necessario.

























