di Irene Talarico –
Una donna è stesa a terra, con le gambe aperte. È morta. Non respira. Non si muove. È un cadavere. Indossa una camicia da notte ed una vestaglietta di color azzurro. Forse, un angelo: l’angelo del focolare.
Alla sua destra entra una vecchia vestita di nero, adagiata su una verde poltrona, dall’accento improbabile ma sicuramente prettamente terronico, la incita ad alzarsi. La vecchia, a suo modo, deliria.
«Alzati, alzati.», sollecita alla giovane stesa. «La colpa è tua. Tu lo provochi. Ci sono i servizi da fare. Non ci pensi a tuo figlio!? Alzati, alzati.». Questo è più o meno il senso del suo vaniloquio. E, quante volte, queste parole, sono risuonate di madre in figlia, e ce le siamo sentite dire da una società prettamente patriarcale!?
Un suono tra il lamento, i sospiri, il delirio, che solo i vecchi – quando hanno raggiunto una certa età – riproducono.
Sullo sfondo, alla sua sinistra, un letto, con sopra il figlio dormiente, che, come un merlo cadenza: «Mà. Mà. Mà.».
Il figlio aspetta di essere svegliato dalla madre. Le impone il suo da farsi, come chi non si arrende alla morte.

Una donna morta, crocifissa, con il capo sanguinante; che non ha neanche il tempo ed il diritto di poter morire (in pace), è costretta ad alzarsi. Deve adempiere alle sue faccende familiari, alle sua solita routine da gabbia. Il suo ritmo mattutino è tutto cadenzato e ritmato.
La sveglia al figlio pappamolle, la cura del focolare, i litigi con la suocera per aver viziato gli uomini di casa. E così, il ritmo si ripete, tutti i santi giorni, la stessa scena, lo stesso caffè imposto da fare, la sveglia che suona, l’acqua nel bagno da asciugare. Il solito rituale domestico.
Lui, il troglodita, che si esprime a suon di versi tipici dei cavernicoli, maschio muscoloso e pompato, che urina come se dovesse centrare un bersaglio, e imponendo costantemente: «Uh, cahè.».
Il solito circolo vizioso, il solito ritmo che si ripete per la donna che tenta di ribellarsi verbalmente. Un destino che sembra segnato è che non trova chiavi d’uscita.
Il maschio alfa, muscoloso, parassita, alcolizzato che spreme la vecchia madre chiedendole di continuo soldi per poter vivere alle sue spalle; è che la spunta per affetto, radici, ma, soprattutto, per violenza. Il figlio adolescente, senza sogni, senza meta, trascorre le intere giornate a letto, sentendosi una nullità e rifugiandosi nel cibo.
La vecchia madre che difende l’educazione del figlio, cosparge, a suo modo, la casa di affetto, donando ed esprimendosi con un po’ di dolcezza. Custodisce nel suo scrigno, gelosamente, i suoi sweets, donandoli nei momenti di gioia, così, come nei momenti di violenza. I lecca-lecca sono le sue espressioni d’affetto, il suo modo di comunicare, laddove sente, in cuor suo, di aver avuto delle mancanze come Donna, come Madre.
La donna del focolare con una fisicità ed un corpo che parlano, cerca di tenere a suo modo legato tutto; nonostante la sua ripetitività, la sua gabbia dalla quale detiene, lei stessa, le chiavi, e alle quali anche cercando e gridando: «Aiuto», non riesce ad evadere.
Una giovane ragazza di soli 16 anni, bella e “sicca-sicca”, alla quale vengono rotte le ali, spezzato il suo futuro, sotterrati i suoi sogni.
Lui, il troglodita, il maschio predatore e mai preda, addestra ed impone al figlio le sue tecniche di seduzione per poter adescare le ‘femmine’. Figlio flaccido, pappamolle, apparentemente senza sogni ma con il dono per il canto. Nato da una violenza sessuale. Violenza subita che si è rilevata per la madre il suo calvario, ma allo stesso tempo “la cosa più bella che potesse capitargli nella vita”.
E, così, l’angelo del focolare, come spesso accade, ancora oggi, in molti contesti familiari accetta il suo destino. Accetta la sua condanna, subendo quotidianamente e ripetutamente violenze verbali, psicologiche, fisiche, ‘tradimenti’ da parte del marito.
«Tu non vali a niente. Tu si na cosa inutile», gli insulti, le minacce, ripetute a mantra da parte del marito.
Lei, non potendo, e non avendo neanche il dovere e il diritto di morire (in pace), semina speranza ed amore verso suo figlio, indirizzandolo ed incoraggiandolo ad avere degli obiettivi, dei sogni alti, come ad esempio quello per il canto, per il mondo dello spettacolo. Sogni che magari rispecchiavano i suoi, quelli che per dovere familiare e costruzione, abuso, ha dovuto sotterrare.
Ha soffocato il suo corpo, la sua libertà, la sua vita, la sua bellezza, come accade spesso a tante donne che non hanno avuto la possibilità di essere libere, di sentirsi libere, di essere state educate alla libertà, di essere indipendenti, soprattutto, una volta entrate a contatto con amori tossici e abusi di varia natura.
Una crocifissione, una scena da funerale viene celebrata. L’angelo del focolare disteso sul letto viene pianto dal marito alcolizzato, dal figlio omosessuale e debole. Pregato dalla suocera.
Una scena di femminicidio, un episodio di violenza domestica e contemporanea che poteva evitarsi; come spesso accade leggere e sentire tutti i giorni.
Tutti sapevano, nessuno ha fatto nulla per fermarlo, per denunciare.
Una catena familiare che si spezza dove: la madre difende il figlio, le radici difendono il terreno, dalla violenza.

Anche quando non si può fare nulla. Anche quando ciascuno di noi difende i suoi demoni in casa; le pezze che si lavano in famiglia. Una violenza fisica che apparentemente si evita quando la suocera prende una posizione netta, rompendo il legame della catena, difendendo la nuora ed il nipote, e scacciando suo figlio.
Violenza domestica, dunque, tra simbolismo e abuso. Tra arredamenti minimali e oggetti domestici che si rivelano armi.
Le parole offensive sono pugni, macigni, che scavano, feriscono e uccidono più delle piastrate del ferro da stiro caldo sul volto e sul capo. Della corda del ferro da stiro stretta attorno al collo, da un uomo alcolizzato, muscoloso, selvaggio che non ha ricevuto affetto a sufficienza e non conosce altro tipo di linguaggio, se non quello della violenza.
L’angelo del focolare muore, perde le forze, si regge a malapena in piedi, resuscita, ma alla fine trova le forze per ritornare in piedi sulle sue gambe.
Si sistema, si lava il sangue dal viso delle ferite e come un angelo bianco vola, danza, ‘pizzica pizzica’ sulla scena. Forse la morte, il femminicidio, la violenza non ha vinto questa volta.
La Donna ritorna sedicenne con i suoi sogni, i suoi obiettivi, le sue passioni. C’è solo lei danzante sulla scena, dall’aldilà.
Post Scriptum
La regista Emma Dante è stata insignita del Leone d’Oro alla carriera per il Teatro 2026 dalla Biennale di Venezia, in occasione dei suoi 25 anni di carriera.
Il riconoscimento le è stato conferito per il suo stile unico e riconoscibile, per l’intensità della forza scenica delle sue opere e per la capacità di raccontare e far conoscere la sua Sicilia — e, più in generale, il Sud Italia — a livello internazionale.
Una artista che non si è mai piegata ai compromessi, non ha mai cercato il consenso e ha tirato sempre dritta per la sua strada, risultando, molte volte, scomoda.
Il suo stile poetico ha trattato e si è occupato dei più deboli, dei reietti, degli invisibili e dei problemi che ancora oggi stentiamo a riconoscere come tali.
Mi sono chiesta, all’inizio della scena, in che epoca mi trovassi, tra un simbolismo di abiti e di scenografia semplice ed essenziale. Gli abiti di color azzurro, nero, bianco, le luci stroboscopiche, le canzoni anni Sessanta, in una stanza familiare semplice.
Lo spettacolo teatrale mi ha tratta in inganno perché non ha epoca. Il femminicidio, le violenze domestiche, le dipendenze patologiche, i disturbi di personalità, non le hanno.
Gli anni Sessanta, il vestito nero della suocera si sono rivelati gli anni di Laura Pausini e dei talent.
E, c’è una ‘cosa’ che custodirò e mi porterò dietro da questo spettacolo teatrale, più di tutte. I tanti volti incontrati e riconosciuti in platea, da operatori culturali locali, da varie associazioni teatrali e sociali, da vari attori calabresi, adunati, lì, apposta per: lei. L’angelo del focolare.
Irene Talarico































