Aumentano i casi di Epatite A in Calabria. Non solo in provincia di Catanzaro, ma anche nel territorio di Cosenza si registra un incremento anomalo dei contagi, fenomeno che negli ultimi giorni ha interessato diverse regioni italiane.
A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), che in una nota ufficiale segnala un aumento dei casi su scala nazionale. Sotto osservazione, in particolare, il consumo di frutti di mare crudi, anche se non si escludono altre modalità di trasmissione, tra cui il contagio tra umani e possibili carenze igienico-sanitarie.
In Calabria si continuano a registrare nuovi casi: al momento sono 14 nel Catanzarese e 9 nel Cosentino. Sebbene il consumo di molluschi crudi resti il principale indiziato, la Simit sottolinea come il quadro epidemiologico appaia complesso. Non tutti i pazienti, infatti, riferiscono tale abitudine alimentare, suggerendo una dinamica più articolata che potrebbe includere anche la trasmissione diretta tra persone.
A seguito dell’incremento anomalo dei contagi, l’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro ha attivato un’indagine epidemiologica per individuare l’origine del focolaio. In una prima fase, il Dipartimento di Prevenzione ha effettuato campionamenti sulle acque, risultati negativi, escludendo quindi una contaminazione idrica. Successivamente, attraverso l’analisi delle anamnesi dei pazienti, l’attenzione si è concentrata sui luoghi frequentati, in particolare su alcuni esercizi di ristorazione. Le verifiche avrebbero portato all’individuazione di una partita di frutti di mare contaminata, servita in un ristorante del litorale ionico catanzarese.
Secondo gli esperti, il fenomeno potrebbe essere collegato anche ai recenti eventi meteorologici estremi. Le forti e prolungate piogge invernali avrebbero infatti causato esondazioni e possibili contaminazioni fecali in alcune aree marine, favorendo la presenza del virus in diversi lotti di mitili.


L’epatite A è generalmente un’infezione acuta e benigna del fegato, che nella maggior parte dei casi guarisce spontaneamente senza evolvere in forme croniche. Tuttavia, può risultare pericolosa per soggetti fragili, come anziani, persone con patologie epatiche pregresse (cirrosi o epatiti virali) o con sistema immunitario compromesso, nei quali può provocare, seppur raramente, forme fulminanti.
Il periodo di incubazione varia dai 15 ai 50 giorni, mentre la contagiosità è massima nelle due settimane precedenti la comparsa dei sintomi. La malattia si manifesta inizialmente con sintomi simil-influenzali quali stanchezza, febbre, nausea, vomito e dolori addominali a cui può seguire l’ittero, caratterizzato da ingiallimento della pelle e degli occhi, accompagnato da urine scure e feci chiare.
La guarigione avviene solitamente entro 1-2 mesi, anche se il completo recupero delle funzionalità epatiche può richiedere fino a sei mesi. La malattia non cronicizza e conferisce immunità permanente. Il trattamento è prevalentemente di supporto e si basa su riposo, idratazione e dieta adeguata.
La diagnosi viene effettuata tramite specifici esami del sangue, con la ricerca degli anticorpi IgM anti-HAV.




























