di Irene Talarico –
Nella sala dell’Officina della Cultura e della Creatività di Soveria Mannelli, si è svolta l’edizione autunnale del Festival del Lamento.


Una serata, dunque, all’insegna della convivialità, colorata da un pubblico molto variegato.
Il free talk, simile ad un salotto, è stato un botta e risposta, motivato da temi quali ‘lamenti del genere’, femminicidi, attivismo socioculturale, in una società e settori lavorativi (apparentemente) sempre più maschilisti, tra rapporti sociologici e qualità della vita che scema a decollare.
‘Femmine’, dunque, in base alle statistiche giornalistiche, sempre più prigioniere di ‘carichi mentali’, e di una politica e una società che a stenti riesce a supportarle.
Tra dibattiti fragorosi e una lunga lista di domande a cui rispondere, tra selfie e firmacopie, tra cuoppi di fritti locali e patate con funghi, la serata si è conclusa con lo spettacolo teatrale Alienate scritto ed interpretato dall’attrice girifalcese Francesca Ritrovato accompagnata dal cantautore cauloniese Fabio Macagnino. Il loro – un connubio – iniziato qualche anno fa, avendo delle affinità simili e un comune modo di ‘sentire’. Le due anime artistiche calabresi non hanno certo bisogno di presentazioni, avendo alle spalle curricula significativi.
Francesca Ritrovato è una giovane attrice di grande talento e potenzialità. Dopo la prima formazione presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, peregrina di qui e di lì, venendo adottata artisticamente dalla Francia, ma mantenendo sempre vive le sue radici verso la sua terra natia.
Fabio Macagnino frontman del Gruppo Movimento Terra, con alle spalle 15 anni di carriera nel cantautorato calabrese, percussionista e noto performer del folk contemporaneo.
Alienate dunque, le 5 donne monologate dall’attrice e accompagnate a suon di folk. Storie di donne internate alle quali viene data una voce facendo rivivere la loro anima. Una ricerca artistica nata e intrapresa, nel vecchio archivio polveroso dell’ex manicomio psichiatrico di Girifalco, che raccoglie fascicoli di individui che spesso nulla avevano a che fare con la psichiatria. Tra memoria, radici, attaccamento, senso di appartenenza e introspezione psicologica, i 2 artisti ci riportano in un mondo passato, che tanto lontano non è.
Tra voci, suoni e immagini di un sud che cercava di emergere, e dove nascere in una famiglia povera o analfabeta diventava un segno distintivo, e una impronta indelebile che non si scrollava più di dosso.
Non morgane dunque, ma donne che avevano il destino segnato da altri scritto sul loro biglietto da visita, che per amore, malattia, status sociale, si ritrovavano a vivere una vita altra, decisa e segnata dai più.


U panaru supra a capu, l’abitu jancu, u maccaturu, u velu da Madonna. L’elettroshock, le scarpe da donna con il tacco, le camicie di forza.
L’interpretazione di Fabio ci ha trasportato in un viaggio esperienziale. I suoi pezzi tratti dai brani: “Lu servu e la regina”, “Preghiera i l’amanti”, “Eudia”, “Zzafratatrance”, “Yasmine Butterfly”, dalle note riconoscibili e da quel trasporto emotivo, ci cullano, in quel suo mondo, che è diventato la sua filosofia di vita.
Esperimento sociale, dunque, più che serata da festival – mi verrebbe da dire – quella di sabato sera. Riuscitissima.
Resistenza, resilienza e restanza, pertanto, in una zona dell’area interna della Calabria centrale, tra andirivieni di artisti che sono andati e tornati, nati e poi ripartiti ma che ogni giorno nel loro piccolo cercano di portare avanti e a testa alta le loro idee e i loro progetti di vita, in territori aspri, dove l’umidità e il freddo fanno da padroni.
Assieme a quel pizzico di follia e di modus operandi, che come ricordano i più grandi filosofi di tutti i tempi: “ciascun di noi vede la follia degli altri e nessuno la propria.”
di Irene Talarico





























