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Home » Società, i Rom e Scordovillo: tra ghettizzazione ed emarginazione (III e ultima parte)

Società, i Rom e Scordovillo: tra ghettizzazione ed emarginazione (III e ultima parte)

Si conclude il viaggio in compagnia della professoressa Ninfa Marilena Vescio, alla scoperta della comunità nomade di Lamezia

Alessandro Cosentini di Alessandro Cosentini
8 Dicembre 2020
in COMUNI, Lamezia Terme
0
 Società, i Rom e Scordovillo: tra ghettizzazione ed emarginazione (I parte)
838
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Si conclude, con questa terza e ultima puntata, il nostro viaggio letterario sui rom del campo di Scordovillo a Lamezia Terme. Guidati in questo excursus dal volume della professoressa Ninfa Marilena Vescio, a loro dedicato e in uscita nel 2021, ma che i lettori de il Reventino.it, grazie alla sua gentlezza e amicizia, hanno potuto saggiare in anteprima, abbiamo potuto approfondire molti aspetti delle comunità nomadi calabresi. Con essi ci confrontiamo da sempre e, nel bene o nel male, la maggior parte di noi vi ha avuto a che fare. Ninfa Vescio, attraverso le sue dirette esperienze scolastiche, ci ha fatto conoscere aspetti magari poco o nulla considerati finora, ma che ci possono aiutare ad approcciare, d’ora in poi, con queste popolazioni in modo più tranquillo e meno pregiudizievole. Del resto, con il passare del tempo, le nuove generazioni sono andate, via via, perdendo determinati connotati e codici comportamentali tipici delle comunità di una volta.

1) Nel suo excursus attraverso la vita, gli usi e i costumi rom, si percepisce chiaramente che il tratto distintivo di questa popolazione, sia il modo di parlare. Un’idioma che, spesso, non è neanche molto comprensibile ed è così particolare, tanto da essere oggetto di spontanee imitazioni

“La situazione  linguistica  dei Rom ha  visto la presenza di almeno due idiomi: un codice orale usato nella comunicazione affettiva e familiare e l’italiano parlato nel luogo in cui era ed è situato il campo nomadi.. Ogni gruppo in effetti non è che il risultato di un particolare tipo di acculturazione che lo fa essere “altro” dai gagé con cui convive, e anche dagli altri gruppi rom, che hanno avuto contatti di tipo diverso.  Per cui c’è da dire che ormai la  lingua d’origine dei Rom stanziali oggi non esiste più o quasi, hanno ormai assorbito il dialetto locale, ricordano solo qualche parola sparsa qua e là, hanno mantenuto invece una certa intonazione lamentosa che si accentua  in  relazione al maggiore o minore bisogno della richiesta e al desiderio di vedere la stessa soddisfatta”.

“Gli studi – ci racconta ancora la Vescio – ci dicono che nessuna cultura  è monolitica e immutabile, tanto meno quella rom che si basa da secoli sulla convivenza, pur conflittuale, con società maggioritarie dalle quali loro hanno sempre preso una varietà di elementi. Nel corso del tempo si è verificato  quindi un processo di assimilazione che ha visto uno snaturamento lento ma progressivo e inconsapevole della cultura e del sistema di vita rom, al quale è stato ed è difficile opporre resistenza”.

2) Dopo la lingua, non si può non parlare di religione e anche di feste e, in particolare, di matrimoni, ovvero la festa per eccellenza in una comunità come quella rom    

“I Rom in generale non hanno mai avuto una religione ufficiale, adeguandosi sempre ai culti dei paesi con i quali hanno avuto contatti, però in mezzo alla loro più assoluta ignoranza, hanno, come la maggior parte degli uomini, un’anima naturalmente religiosa.  In realtà sono più superstiziosi che religiosi , hanno una visione del mondo divisa fra bene e male cioè fra forze benefiche e forze oscure (malocchio), inoltre credono ai santi e agli spiriti dei defunti (mulè)”.

“Anche i Rom lametini – prosegue – hanno adottato la religione praticata dalla popolazioni fra cui vivono, per la grande maggioranza sono cristiani, cioè cattolici. Tra i Santi venerati vi sono SS. Cosma e Damiano festeggiati a Riace dal 25 al 27 settembre. Ogni anno, fin dalle prime luci del 25, giungono in gran numero da ogni parte della regione, per venerare i Santi medici Cosma e Damiano, riconosciuti loro protettori. Per questo motivo, questa festa  a Riace è detta dagli abitanti del circondario “a festa di zingari”. La loro presenza ha radici molto antiche, infatti in quanto grandi mercanti di bestiame, essi giungevano per la tradizionale fiera del bestiame che veniva fatta in passato in occasione della festa e che purtroppo da lungo tempo è stata interrotta”.

“Per quanto riguarda il matrimonio esistono diverse tradizioni o meglio diversi comportamenti. A volte il matrimonio viene stabilito dai genitori: il padre comunica al figlio l’intenzione di chiedere la mano di una ragazza per lui. Già a partire dall’età di 14-15 anni il giovane riceve una compagna. In questo caso il matrimonio  può essere definito “matrimonio per acquisto”, il padre del ragazzo si reca presso la famiglia della ragazza per chiederle la mano, a volte viene deciso con la attiva partecipazione dei futuri sposi, cioè i genitori tengono conto delle loro preferenze, anche se prevale in genere quella maschile. In caso di contrarietà delle famiglie, i due giovani innamorati fuggono (la fhujìtina) e dopo alcuni giorni ritornano insieme, ottenendo il perdono delle famiglie e ricorrendo al “ matrimonio riparatore”. Le donne intervistate durante gli incontri hanno sottolineato che quasi tutte ricorrono alla fhujìtina per favorire prima l’unione tra un uomo e una donna”.

“Al matrimonio – ci svela ancora Ninfa – un tempo era legata la verginità della ragazza e un insieme di tradizioni ancora oggi praticate e condivise socialmente e culturalmente. Secondo la tradizione bisogna allestire il letto matrimoniale con l’aiuto delle donne più anziane appartenenti alla comunità, utilizzando lenzuola bianche precedentemente lavate e stirate con cura   poi sulla coperta un cuore con petali di fiori e/o confetti.. L’allestimento del letto matrimoniale riveste un ruolo fondamentale, anche se non si ha una vera casa, in quanto diviene il simbolo di una unione indissolubile”.

“I rom lametini sono molto legati al valore del matrimonio e delle sue tradizioni, infatti si sposano sia in chiesa e sia al comune, organizzano il ricevimento al ristorante e preparano le bomboniere da dare agli invitati come segno di ringraziamento per aver partecipato al matrimonio e aver condiviso tale momento di gioia. I festeggiamenti non si concludono al ristorante, ma continuano nel campo, con balli e canti, viene allestito un banchetto e si continua a mangiare e bere in onore degli sposi, in attesa che venga mostrato il segno della verginità della sposa, in caso di matrimonio non ripararatore per poi continuare nella festa e onorare gli sposi. Secondo la tradizione rom bisogna conservare per sempre la prova dell’onestà della donna, cioè il lenzuolo, con i suoi segni, viene raccolto e riposto in un angolino della casa, perché nessuno osi mettere in dubbio l’onestà e l’amore della donna verso il suo uomo, il suo sposo … “tutte u fhacìmu!” (tutte lo facciamo) così ripetono le donne intervistate …”.

3) Altro aspetto che mi piacerebbe approfondire con lei e che leggendo il suo scritto mi ha colpito, riguarda le donne rom e tutto il mondo che vi gira intorno.

“Nelle varie progettualità ideate e svolte ci si è interessati in particolare alle donne Rom perchè, dalle riflessioni sulle esperienze accumulate nel corso degli anni a contatto con tale tipologia di utenza, era nata la convinzione che sono proprio le donne Rom le attrici principali nel poter produrre cambiamento, considerato il ruolo che le stesse rivestono all’interno della famiglia. Sono soprattutto le donne che si occupano dell’educazione dei figli sia maschi e sia femmine, mentre l’uomo interviene solo nei casi di disubbidienza dei figli, per ripristinare l’ordine e il rispetto dei ruoli genitoriali”.

“Oltre all’educazione dei figli – spiega Ninfa Vescio – la donna rom si occupa della casa, cioè lavare, stirare, cucinare, far la spesa e prendersi cura anche delle persone più anziane della famiglia, infatti gli anziani non vengono abbandonati al loro destino ma vengono accuditi e spesso vivono con uno dei loro figli. In passato la donna rom andava in giro per cercare l’elemosina e portare a casa qualche soldino per sfamare la famiglia, ora questa “pratica” non viene più svolta, almeno dalle nuove generazioni. Ormai è un’usanza praticata soprattutto dalle donne più anziane, le quali con abilità espressive riescono ad esprimere e coniugare un insieme di esigenze e bisogni fra il rom e il non-rom. Recita così la loro “litania”: “…occhi di cavaleri….… cca u Signuri ti ringrazia rigalatecci qualcosa cca a fortuna t’ aiuta… ca a zingarella ti caccia u malocchiu… “,oppure “ oh bella signora… oh bella signurina…..”.

4) Alla base dell’integrazione nelle comunità dei gagè c’è il lavoro, ma il concetto dei rom, da quello che si evince dai suoi racconti, è molto relativo, come anche quello del tempo e dello spazio.

“Per quanto riguarda l’uomo, invece, lui è il capofamiglia, si occupa di mantenere la famiglia dal punto di vista economico, cura i rapporti sociali con la comunità di appartenenza. In passato, fino a qualche anno fa gli uomini rom si dedicavano alla raccolta del ferro, del rame, da cui poi ricavavano oggetti, utensili, per il lavoro nella campagna e le “palette” per il braciere, che rivendevano poi, andando in giro per i paesi in cambio di poche monete o qualcosa da mangiare. Si dedicavano anche all’allevamento di cavalli, asini, muli ed altri animali, che vendevano poi in occasioni delle fiere e feste di paesi. Oggi, queste attività sono quasi scomparse presso la comunità rom lametina, i Rom rifiutano spesso di lavorare sotto un capo, soprattutto se gagé preferendo al limite l’accattonaggio. Chi lavora per 30 euro al giorno è considerato uno “sfruttato” e i membri tengono in grande considerazione il giudizio della comunità.  Un immagine un po’romanticheggiante considera difatti i  Rom come chi, avendo uno spirito libero, non può sottostare alle restrizioni della società organizzata e quindi vive in povertà pur di non doversi sottomettere ad alcuna limitazioni. Per natura lo zingaro pone in primo piano “L’IDENTITA’ DI SE’ ” dell’ESSERE ZINGARO, la conservazione di sé come persona, del suo modo di vivere, del suo appartenere ad una specifica comunità; mentre pone in secondo piano, come parte e supporto del suo stile di vita, l’ATTIVITA’ LAVORATIVA, l’interazione con gli altri attraverso i “MESTIERI”, e la sua polivalenza professionale”.

“Gli uomini rom che accettano l’idea di lavorare, – sottolinea ancora la notra autrice – sono per lo più impegnati in lavori di “fortuna”, alcuni sono venditori ambulanti di frutta, si collocano lungo le strade, in prossimità di incroci stradali o punti ritenuti strategici per la vendita …; altri sono reclutati per i lavori in campagna “alla jurnata” ora alle dipendenze di uno, ora di un altro per la raccolta di olive o per la vendemmia. Nel tempo però, gli abitanti della tendopoli che non hanno accettato l’idea di un impegno lavorativo, hanno trovato altre fonti di guadagno, trasformando purtroppo il campo in una discarica a cielo aperto  bruciando di tutto, rifiuti, gomme d’auto e altri materiali nocivi, lo fanno per ricavare il rame, per loro una delle principali fonti di guadagno e lo fanno soprattutto per smaltire rifiuti speciali che, per pochi euro, vengono loro ceduti da persone e imprenditori senza scrupoli che altro non fanno che alimentare un circolo vizioso.  Reati ripetuti e tollerati o comunque resi possibili attraverso il divieto da parte degli stessi Rom di ogni possibile accesso pubblico a Scordovillo a fini di ogni  controllo o repressione.  Il campo è diventato anche luogo di ricovero  o smercio o reimpiego dei proventi dei reati commessi all’esterno del Campo (dalle rapine, ai furti, alle estorsioni praticate anche nella forma del cosiddetto “cavallo di ritorno” quale mezzo per la restituzione dei veicoli rubati e trafugati all’interno del Campo) e lo stesso, nei fatti, era quindi, sottratto all’autorità ed al controllo dello Stato e dello stesso Comune di Lamezia Terme.   Una  situazione divenuta insostenbile che ha spinto l’autorità giudiziaria ad emanare un  provvedimento di sequestro del campo, ma il campo a distanza di anni è ancora là”.

IL TEMPO E LO SPAZIO

“Cos’è il tempo e lo spazio per i Rom? Per i Rom, organizzare le proprie attività per recarsi a scuola in base ad una rigida scansione temporale è stato davvero un passo molto difficile“ … Oij sugnu vinuta giusta …? “Una domanda ricorrente quando arrivavano per frequentare i corsi, che ha permesso di porre l’attenzione sulla concezione del tempo e dello spazio per i Rom, e di comprendere di conseguenza le modalità di organizzazione della loro vita Calabrò A.R. nel suo libro “Il vento non soffia più” afferma: “che differenza c’è tra un rom e un italiano? La stessa che corre tra l’orologio ed il tempo: il primo segna le ore, i minuti, e tu sai che dopo le sei vengono le sette; il secondo è il sole, la pioggia, il vento, la neve e tu non sai mai quello che sarà …”

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“Nella vita di un Rom nomade – puntualizza la Vescio – la concezione e l’organizzazione del tempo sono estranee al tempo dell’orologio, bastano il giorno e la notte a fissare i ritmi quotidiani, così come le stagioni stabiliscono il calendario delle attività economiche e degli spostamenti geografici. Con l’avvenuta sedentarizzazione si sono assunti modi di vita, orientamenti differenti tanto da creare due linguaggi tra loro incompatibili. Infatti, il rapporto con le istituzioni, comporta la conoscenza e l’osservanza del calendario proprio a ciascuna istituzione, vivere in una città costringe ad imparare velocemente l’organizzazione dello spazio e del tempo proprio della cultura ospitante, che richiede processi di adattamento lunghi nel tempo e nello spazio difficilmente “negoziabili”.

“Il tempo è presente, il futuro appartiene ad un domani che non c’è”…

5) Per concludere questo nostro viaggio nel mondo dei rom lametini, cerchiamo di trovare, come nelle favole, una morale, ovvero ciò che di buono e di meno buono si può attingere da queste comunità così particolari, direi uniche nel loro genere.

“Io credo che sia importante lavorare sul territorio contro la dispersione delle azioni ma anche sulla sensibilizzazione della società civile per costruire una rete permanente, nella consapevolezza che, le azioni, le iniziative, le progettualità diventeranno azioni a vantaggio dell’intera cittadinanza e non dei singoli gruppi che vivono il disagio. Non un’ottica di intervento emergenziale che non è risolutiva come per lo più è stato fatto finora ma interventi a lungo termine, in rete, attraverso una cabina di regia coordinata sul territorio con il coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali, volta a favorire lo sviluppo di comunità e l’onesto inserimento sociale e lavorativo”.

“La necessità e l’urgenza nell’affrontare con questo spirito il problema del lavoro, non risponderebbe solo alla logica di una politica occupazionale; essa assumerebbe invece, nel caso specifico, una grande importanza anche in quanto costituirebbe una grande occasione di riscatto dall’emarginazione, di prevenzione e superamento della devianza, di sviluppo e autopromozione economica non assistenzialistica, di progettualità produttiva compatibile con le istanze della cultura e dell’assetto sociale del popolo zingaro”.

“Ciò che caratterizza il Rom, in quanto componente di una comunità minoritaria che da secoli vive a stretto contatto con altre comunità, è innanzitutto il modo in cui egli si rapporta alla società dei gagé con cui convive, il modo in cui assimila attraverso gli anni  i loro elementi culturali e li reinterpreta allo scopo di assicurare la propria sopravvivenza culturale. Proprio per questa continua osmosi fra i Rom e la società maggioritaria, ogni comportamento non è che il risultato della convivenza. Ogni gruppo non è che il risultato di un particolare tipo di acculturazione che lo fa essere “altro”dai gagé con cui convive, e anche dagli altri gruppi rom, che hanno avuto contatti di tipo diverso. Ma ciò che sicuramente accomuna tutti gli Zingari è la consapevolezza di appartenere ad una minoranza disprezzata e sempre emarginata. Loro continuano ad essere relegati nei famigerati campi nomadi, la cui struttura non  tiene conto delle loro esigenze, in condizioni di solito indecenti perché le attrezzature non ci sono o non funzionano, costretti a vedersi impedito tutto ciò che ha sempre costituito la loro vita, sono ridotti all’apatia. Lo spazio si restringe sempre più, la possibilità di iniziativa è sempre minore, prevale la sensazione di impotenza, di impossibilità di agire sulle cose, mentre aumenta il senso di dipendenza dagli altri, dall’assistenzialismo sociale, dal Comune. Occorrerebbe pensare sul serio di affrontare con determinazione il problema intanto abbattendo il muro dei pregiudizi e degli stereotipi legati all’immagine negativa degli zingari che vivono di espedienti, che rifiutano il lavoro soprattutto inteso come valore e distaccati da un inserimento sociale, sollecitando l’avvicinamento ad una possibile formazione professionale congeniale alle  potenzialità di questi spiriti liberi e l’aspirazione ad un lavoro definito”.

“La riflessione sul problema del lavoro – afferma la professoressa Vescio – dovrebbe valorizzare le potenzialità presenti in queste comunità rispettando i loro valori .Tutto ciò, sia promuovendo l’aspetto della comunicazione che ridefinendo i saperi artigianali e comunque tradizionali e individuando nuove prospettive occupazionali e produttive compatibili con le trasformazioni in atto nel mondo zingaro. La mia lunga esperienza professionale ha reso evidente l’esistenza di una nuova generazione di Rom <nata>, che fa parte a pieno titolo della nostra città, che non vuole vivere nel degrado e nell’emarginazione. Ornella, Manuela, Francesca, Emanuele, Rosanna, Silvana, Monica, Sonia, Fiorella: sono i nomi di coloro, Rom, che hanno condiviso  momenti di alcune giornate con persone sentite un po’ diverse da loro: <gli italiani>, ma poco alla volta si è instaurato quel clima di fiducia, di reciproca e piacevole accettazione l’uno dell’altro, in quanto persone… E’ stato un importante incontro oltre che generazionale soprattutto culturale, esempio significativo che non è <impossibile> favorire il superamento di blocchi comunicativi e rimuovere gli ostacoli di differenze culturali e sociali, che di fatto limitano la libertà e l’uguaglianza ed impediscono il pieno sviluppo della persona sul piano affettivo, cognitivo, emotivo, relazionale e sociale. Sintetizzando……… interventi ad ampio raggio e con la giusta motivazione e determinazione in tema di istruzione, lavoro, salute e alloggio, tutto in un clima di collaborazione e accettazione da parte della società civile, possono essere sicuramente un’alternativa ai censimenti sui Rom e una valida alternative alle ruspe di recentissima memoria  del tutto aberranti perché evocano  una sorta di pulizia etnica  e poi ormai i Rom sono tutti a pieno titolo italiani. Porre le premesse per rinnovate attenzioni, nuovi progetti, nuovi orizzonti, nuove speranze e qualche provvidenziale ripensamento…. far meditare e promuovere una cultura inter-culturale basata sul dialogo, sul confronto, sulla de-costruzione e sulla partecipazione attiva. Niente assistenzialismo, niente vittimismo persecutorio, via i campi ghetto dove si consuma ogni forma di illegalità”.

“Mi piace credere – conclude l’autrice – che un giorno, forse le future generazioni di ogni varia umanità, potranno intrecciare le loro vite felicemente e non avranno più il ricordo di razzismi, conflitti, strumentalizzazioni, emarginazioni e ognuno potrà guardare l’altro senza mai dover abbassare lo sguardo”.

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Alessandro Cosentini

Alessandro Cosentini

Alessandro Cosentini è giornalista pubblicista dal 2001. Dal 2003 ha collaborato per varie testate televisive, radiofoniche e quotidiani regionali, occupandosi principalmente di cronaca e sport. Attualmente la sua attività giornalistica si svolge soprattutto sul web.

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