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Home » Per ricordare Dalida: un’intervista esclusiva a Titti Preta, autrice di “Cercando Jolanda”

Per ricordare Dalida: un’intervista esclusiva a Titti Preta, autrice di “Cercando Jolanda”

Raffaele Cardamone di Raffaele Cardamone
18 Febbraio 2017
in COMUNI, CULTURA&SPETTACOLI, Serrastretta
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Per ricordare Dalida: un’intervista esclusiva a Titti Preta, autrice di “Cercando Jolanda”
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A trent’anni dalla scomparsa di Dalida, al secolo Jolanda Gigliotti, originaria di Serrastretta, molti hanno voluto ricordare la vita della cantante e attrice, una vera diva che, soprattutto negli anni ’60 e ’70, ha incantato il mondo intero.

Tra questi, la regista francese Lisa Azuelos, che ne ha fatto il film “Dalida”, trasmesso qualche sera fa da Rai 1, in prima assoluta televisiva.

Così pure ha fatto la scrittrice calabrese Titti Preta, che l’ha raccontata nel romanzo biografico “Cercando Jolanda” e che ci ha concesso un’intervista esclusiva, di cui le siamo particolarmente grati, assieme a tutti i lettori de ilReventino.it.

D) Da cosa deriva la sua passione per Dalida, quella stessa che l’ha portata a scrivere quella che, in pratica, è una sua biografia, seppure romanzata?

R) Venni a conoscenza di Dalida grazie a mia madre che, sin da quando ero piccola, mi cantava Bambino. Crescendo, non ebbi Dalida tra i miei idoli musicali, anche per motivi squisitamente anagrafici e, soprattutto, perché negli anni ‘80 in Italia la sua fama era stata oscurata.

Tuttavia, grazie a mia madre, il suo ricordo si è fissato nella mia memoria ed è prepotentemente tornato a galla. Appassionata lettrice di Grand Hotel, la patinata rivista per antonomasia degli anni 50/60, e amante dei dischi in vinile, mia madre mi trasmise l’amore per la musica leggera di quegli anni. Nativa di Filadelfia (CZ), era naturalmente proiettata verso il Lametino, dove si avvertiva molto l’eco di Jolanda Cristina Gigliotti, la cui famiglia era originaria di Serrastretta, ed essendo sua coetanea, l’aveva seguita sin dai primordi.

E’ per questo motivo che dedico a lei questo libro. Nello scriverlo, ho voluto intersecare al dato biografico quello narrativo in cui emerge l’anima dell’artista. Una mission letteraria portata avanti con testardaggine e passione e, forse, anche con coraggio, convinta di offrire un piacevole cadeau a intenditori della musica e non, come a calabresi e non. Per non dimenticare Dalida che, con voce piena e calda, era capace di trasmettere emozione e sentimento, di comunicare lo stato d’animo del momento, perché trasponeva nelle canzoni la sua vita.

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Non solo: coniugava la musica e l’impegno sociale, in un paese multiculturale come la Francia, patria della libertà, dell’affrancamento delle differenze, della laicità. Battaglie per i diritti umani o contro le guerre in veste di paladina per il dialogo tra le nazioni, dimostrando il potere della musica leggera per l’abbattimento delle frontiere ideologiche.  

Una certa critica parlò di canzonette. Sbagliato: si tratta, invece, di pezzi di storia del costume o addirittura di inni popolari, in grado di lanciare messaggi per l’indipendenza dalle regole “piccolo borghesi” che, in quegli anni, rendevano la vita difficile soprattutto alle donne, e quasi impossibile agli omosessuali.

C’è stata una profonda empatia tra me e Dalida, che ritengo una donna forte, che ha rotto gli schemi e si è saputa emancipare.

D) Com’è la Jolanda che viene fuori dalle pagine del suo libro?

R) La storia di Jolanda Gigliotti, in arte Dalida, nata in una famiglia originaria di Serrastretta (CZ) perciò detta “La Calabrese di Parigi” è fatta di speranze, delusioni, amore, successo, dolore e morte. E’ talmente bella e fiera, ma anche talmente infelice, da essere impossibile non associarla a un personaggio delle tragedie greche o a una Giulietta shakespeariana. La sofferenza, durata una vita intera, mai voluta, mai cercata, l’ha spenta piano piano, come una Didone dell’epoca moderna.

Dalida è una donna famosa, realizzata, talentuosa, indipendente: cosa che, ai suoi tempi, non è da poco. Eppure dietro i suoi sorrisi ci sono due occhi che tradiscono una grande malinconia. La bellezza, l’amore, il talento e la fama, non bastano: Jolanda sente che il puzzle della sua vita è perennemente incompleto, c’è un tassello mancante che scopre una ferita da sempre aperta nel cuore. Così decide di uccidere quella parte di sé che detesta, perché il conflitto tra la donna e l’artista è divenuto inconciliabile.

Dalida aveva tutto, Jolanda era una persona sconfitta, che non accettava il passare del tempo e la mancanza di una famiglia tutta sua.

Ho ritrovato i crismi del mito nella sua vita, che è leggenda scritta nelle stelle. Sono: la bellezza, l’amore e la morte (Eros e Thanatos); la nemesi (la maledizione); il coraggio di abbattere con caparbietà muri e frontiere; l’universalità, cioè essere capita e amata da tutti, giovani e anziani, donne e uomini, cristiani e arabi, e pure dai gay; la consacrazione e la gloria; l’eternità. L’eredità che ci lascia è il suo talento, conseguito dopo aver dato fuoco al mondo con le sue regole.

Dalida è stata il monumento di sé stessa. Tutto qui il senso della sua corsa fatale che tende all’annullamento. Il sogno di volare in alto viene troncato dal male di vivere, che il poeta Eugenio Montale ci ricorda in una celeberrima lirica della silloge: Ossi di seppia (1925): “Spesso il male di vivere ho incontrato…”

La vita le si è consumata in fretta, tra luci e ombre. Dalla morte di Luigi Tenco, Jolanda non si riprese mai e, nonostante fosse circondata di persone care, iniziò a sentirsi sempre più sola. Vivere divenne difficile, come ella stessa scrisse nel biglietto d’addio.

Accumulò delusione su delusione, cominciò a non accettare il passare del tempo, non coronò il sogno più grande, quello di ogni donna comune: essere madre e moglie, perché sono le piccole gioie della quotidianità che danno un senso alla vita e ci proiettano nel futuro.

Jolanda arrivava da un ambiente modesto del Sud Italia: la famiglia per lei era tutto, nonostante la vita mondana che conduceva. La sua vicenda dimostra come la perdita di un amore e la mancanza di una realizzazione sul piano affettivo non possano essere compensate né dal denaro, né dalle onorificenze.

D) Quali sono le differenze più marcate – se ce ne sono – rispetto al personaggio messo a fuoco nel film di Lisa Azuelos?

R) Nel film si è puntato molto su effetti di colore e immagini glamour, tralasciando alcuni capitoli rilevanti della vita di Dalida che, invece, nel mio libro sono trattati.

Il film non ha avuto uno sviluppo narrativo e riflessivo e mi è apparso superficiale in alcuni passaggi. Per esempio, sono stati tagliati alcuni momenti rilevanti, come la storia di Dalida con Arnaud Desjardins e, soprattutto, con François Mitterand.  

Il film è come un collage, la mia opera invece è uno scavo in profondo che segue un iter cronologico scrupoloso, è una cronistoria della società dell’epoca.

Il narrato filmico non indugia, ma accenna soltanto a situazioni che andavano maggiormente sottolineate.

Ritengo, poi, che non si sia colto un messaggio etico e costruttivo e che si sia data un’immagine di disfacimento. Quindi, per una forma di pruderie, Lisa Azuelos ha proceduto attraverso l’intercalazione di fasi, a volte scollegate le une dalle altre e ha dato per scontato che chi lo guarda, sapesse già tutto. Non è così, invece. Bisognava essere più didascalici e procedere in ordine, ricomponendo la complicata e ricca vita di Jolanda.

Ho gradito molto i costumi, le location, gli interni… tutti di raffinata bellezza e ritengo sia un valido prodotto vintage. Ma, ripeto, non ho colto l’introspezione e la chiave di lettura complessiva del personaggio/persona, cioè la permanenza di due anime in una sola e in combutta tra loro: Jolanda e Dalida, la donna e l’artista.

Infine un’altra nota dolente: nel film non c’è nessun collegamento di Dalida alla Calabria e questa, secondo me, è una grave pecca per ricomporre il personaggio.

Come interpretazione, ho gradito molto Riccardo Scamarcio. Sveva Alviti è bellissima e somiglia molto a Jolanda, forse è troppo alta e soverchia un po’ tutti gli interpreti maschi.

D) Lei ha visto il film, in prima assoluta televisiva, a Serrastretta, assieme ai “concittadini” di Dalida. Che sensazioni ha provato nel corso della serata?

R) E’ stata una serata indimenticabile, semplice e calorosa, che mi ha fatto compiere un “tuffo nel passato” nei luoghi d’origine della nostra “Calabrese di Parigi”, immaginando il suo stato d’animo quando, 55 anni fa, venne per la prima e – ufficialmente – unica volta a Serrastretta, paese natale del nonno. Mi sono immedesimata in Jolanda Gigliotti che, in un piovoso 5 aprile del ’62, passò una giornata festosa a Serrastretta e vi lasciò un bellissimo ricordo, conquistando tutti con la sua grazia mediterranea, senza smancerie e protagonismi. A quei tempi c’era più schiettezza e semplicità, anche negli approcci col pubblico e Jolanda non dimenticava il sangue calabro che scorreva nelle vene, caldo e passionale com’è tipico dell’anima latina e conferiva un timbro speciale alla sua ugola d’oro. Fu un evento la sua visita, da scrivere negli annali della storia locale: sentita al pari di un trionfo di una madonna laica seguita in processione, che si mescola con la folla al suono della fanfara e con i damaschi appesi dai balconi.

Vedere il film sull’onda emozionale del ricordo è stato fantastico e unico. Ho donato una copia del mio libro “Cercando Jolanda” all’Associazione “Dalida” e ne sono stata omaggiata con il calendario che annualmente viene stampato e che reca il volto bellissimo della diva canora. Con l’occasione, è stata lanciata la proposta di presentazione del libro, che verrà fatta a breve.   

D) Come procederà nei prossimi giorni la promozione del suo libro e dove è possibile acquistarlo?

R) Per il momento, sto promuovendo il libro con le mie forze, attraverso i social (specie Facebook con post giornalieri seguitissimi) e gli stores on line, come LibreriaUniverstaria.it. A Vibo città, è possibile acquistarlo presso la Libreria Mondadori. Ma a tutti gli amanti di Dalida dico: inviatemi un messaggio via Facebook e concorderete con me in modo semplice e diretto l’invio del libro comodamente a casa, con tanto di dedica!

In futuro, a parte Serrastretta, ci saranno presentazioni a Cortale, Amantea, Rogliano e nel Vibonese. Una data certa è nella mia città, Vibo Valentia, il 6 luglio, alla Biblioteca Comunale. Da aprile in poi inizia il tour che culmina a maggio: ricordo che il tre maggio cade il trentennale della morte di Dalida. Il libro, uscito il 17 gennaio, data di nascita della cantante, è già alla seconda ristampa. Attraverso le richieste on line sui social è giunto anche in Francia, dove Dalida è un mito.

Voglio, al fine della diffusione, fornire i miei contatti: E-mail: preta.mariaconcetta@libero.it / Pagina Facebook: Maria Concetta Preta / Blog: mariaconcettapreta.altervista.org / Instagram: Titti Preta (@tittipreta) / Twitter: Maria Concetta Preta (@tittipreta).

di Raffaele Cardamone

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Raffaele Cardamone

Raffaele Cardamone

Raffaele Cardamone è nato a Soveria Mannelli, dove vive da sempre, lavorando in prevalenza nella città di Catanzaro. Da giovanissimo ha realizzato, per Radio Soveria Uno, programmi musicali di nicchia (“Radio on” e “Rock in motion”) e trasmissioni sportive sulla squadra di calcio locale. Ha la qualifica di “Tecnologo della comunicazione formativa”, acquisita al termine di un corso biennale di formazione professionale sulle applicazioni in ambito formativo delle tecnologie informatiche, audiovisive e multimediali, e quella di “Coordinatore di attività di progettazione formativa”, acquisita sul campo, lavorando per oltre dieci anni nell’équipe di Coordinamento didattico dell’Enaip Calabria (Ente di formazione professionale delle ACLI). Ha avuto l’opportunità di viaggiare molto in Italia e in Europa, prima per motivi di studio e poi di lavoro. La sua attività lavorativa si svolge nei settori della formazione professionale, del sociale e della comunicazione (editoria, multimedialità e internet). È tra i fondatori e redattori della testata on-line ilReventino.it. Collabora stabilmente con Gazzetta del Sud, Cineteca della Calabria e l'Editore Rubbettino. Alcune sue opere letterarie sono presenti sulla piattaforma digitale di self publishing ilmiolibro.it. È autore dei testi del libro "Calabria. Un racconto a colori tra bellezza e identità", edito da Touring Club Italiano nel 2020.

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