Segni di decadenza si rivelano nella ringhiera arrugginita, benché la stessa sia chiaramente memore del prezioso intreccio di curve e di linee creato dal fabbro, artigiano quasi artista dei tempi che furono; così come si lasciano rilevare nelle crepe evidenti del cornicione e del muro, simili a rughe d’espressione di antichi volti contadini.
Nelle tracce di pittura della parete esterna, un tempo di un vivace arancione, che richiamava il colore degli agrumi tipici della zona, e ora tendente a un triste grigio scuro, si intuisce il passare del tempo; dagli infissi di legno deformati dal rapido alternarsi del caldo con il freddo e dalle intemperie che hanno infierito su quelle ante, su quegli scuri ormai chiusi per sempre, si capisce che la speranza è morta e che forse anche i fantasmi non abitano più qui.
Questa immagine è «il nostro omaggio a Costabile, profeta di una società che si muove verso cosa? Che chiude le finestre senza più riaprirle. Qui è la bellezza decadente (paradigma della società meridionale) di un palazzo nobiliare al centro di Gizzeria» commenta il nostro fotografo Antonio Renda.
Franco Costabile è nato a Sambiase, che è ora un quartiere di Lamezia Terme, e probabilmente Gizzeria, a pochi chilometri di distanza, era il “suo mare” da ragazzo. Ma Gizzeria è un “paese doppio” come tanti altri in Calabria, un pezzo sul mare, vivo e vegeto soprattutto in estate quando viene preso d’assalto dal turismo balneare di massa, e un pezzo in collina, abbandonato dai più, quasi un cimitero, una Spoon River nostrana.
«Liberateci / dai coltelli di Gizzeria / dal sangue dei portoni», scriveva il poeta Costabile nel suo Il canto dei nuovi emigranti, e chissà cosa voleva dire. Non sappiamo se a Gizzeria era capitato, ai suoi tempi, qualche brutto fatto di sangue di cui era stato testimone indiretto e che gli si era impresso nella memoria, o se si era trattato semplicemente di una suggestione che aveva colto il poeta in qualche sua visita di gioventù: un’immagine, uno scintillio di lama, un colore, un rivolo di vernice rossa. Fatto sta che in questo verso c’è una terribile e incontenibile voglia di fuga…
E fugge, infatti, il poeta, verso lidi forse più consoni alla sua arte, cenacoli culturali che lo accolgono nella capitale, ma anche verso un male di vivere che lo porterà, ancora giovane, al suicidio. Un gesto non spiegato e mai spiegabile, tanto più per chi aveva ancora molto da dare, soprattutto alla sua terra d’origine , pur rimanendo confinato nel suo altrove. Ma forse voleva solo evitare di «…morire a vent’anni / anche se vivi fino a cento» (Lucio Dalla, Cosa sarà, dall’album Lucio Dalla, 1979). Allora ha deciso di andarsene a quaranta. E ora tocca a noi saperci accontentare di quello che ci ha lasciato, e non è poco: i suoi versi a volte crudi, secchi, spietati, altre volte teneri, dolci, amorevoli. Rassegniamoci non senza rimpianto al suo «Addio / terra. / Salutiamoci, / è ora.» (Il canto dei nuovi emigranti, 1964).
Raffaele Cardamone





























