La battaglia contro l’inquinamento del Tirreno finisce in Procura. Sono già dodici i depuratori fognari sotto osservazione nel Cosentino da parte della Procura di Paola, nell’ambito della lotta all’inquinamento del mar Tirreno, cinque dei quali già posti sotto sequestro. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi il procuratore capo Fiordalisi, sottolineando che il numero potrebbe aumentare ancora. L’ipotesi di reato contestata ai gestori degli impianti è quella prevista dall’articolo 452 bis del codice penale: inquinamento ambientale.
Nell’ambito delle indagini compare anche un nuovo osservato speciale: le coltivazioni intensive lungo la costa, in particolare nei territori di Gizzeria e Campora San Giovanni (frazione di Amantea). Al centro dell’attenzione c’è la cipolla rossa di Tropea, eccellenza gastronomica che in queste zone, oltre a fregiarsi di marchio IGP, rappresenta una importante fonte occupazionale, integrando anche numerosi lavoratori immigrati.
Secondo indiscrezioni, le verifiche mirano ad accertare se ci sia stato un uso indiscriminato di fertilizzanti o altri agenti chimici, soprattutto in terreni vicini al mare o ai corsi d’acqua. In questo caso si tratterebbe della stessa ipotesi di reato già contestata ai depuratori: l’inquinamento ambientale.
Il Quotidiano del Sud lo scorso 25 agosto ha rivelato che «fonti qualificate riferiscono che il procuratore di Paola avrebbe già in mano determinati indizi e analisi eseguite in alcuni punti della fascia costiera amanteana, sino al confine comunale e provinciale con Nocera Terinese».
I sindaci di Amantea e Gizzeria, a seguito della circolazione di queste notizie, hanno emesso due ordinanze molto simili, vietando l’utilizzo di fertilizzanti, pesticidi, fungicidi e liquami zootecnici nelle aree agricole limitrofe al mare, ai pozzi, alle sorgenti e ai corsi d’acqua.


Agli occhi di un osservatore smaliziato della vicenda tutto ciò appare come un vero preavviso di tempesta, considerato il prestigio di immagine della “Rossa” e le gravi conseguenze occupazionali che un eventuale sequestro dei campi o degli stabilimenti potrebbe comportare. Una questione delicata, che richiede indagini accurate. Lo stesso procuratore Fiordalisi, in una recente intervista al Tg3, ha dichiarato che «da settembre inizierà un’opera più attenta per monitorare i fiumi, gli insediamenti industriali sopra Tortora e a Campora San Giovanni, in particolare quelli legati alla produzione della cipolla, che crea grossi problemi di inquinamento».
Un fulmine a ciel sereno che colpisce la cipolla rossa di Tropea, simbolo dell’enogastronomia calabrese e regina della dieta mediterranea. Si ipotizza infatti la presenza non solo di composti azotati e fosfati, ma anche di pesticidi oltre i limiti consentiti dalla normativa europea. Ipotesi che, va sottolineato, restano al momento da confermare.
Il fenomeno della colorazione giallo-verde del mare, dovuto alla eutrofizzazione, si verifica quando un ecosistema riceve un eccesso di nutrienti, in genere azoto e fosforo. Questi composti si trovano nei fertilizzanti, ma anche nei reflui urbani e industriali. Anche i detergenti, in particolare quelli per il bucato, ne contengono grandi quantità.
Intanto iniziano a levarsi i primi scudi a difesa della cipolla rossa. «È inaccettabile criminalizzare, come purtroppo sta avvenendo, il prodotto agricolo “Cipolla rossa di Tropea Igp”, associandolo a pratiche scorrette o a dinamiche estranee alla filiera agricola. Sono accuse infondate e lesive non solo per i produttori, ma per l’intera comunità che da anni investe in qualità e sostenibilità», ha dichiarato in una nota il consigliere regionale Pietro Molinaro. Sulla stessa linea anche le associazioni di categoria dei coltivatori e dei trasformatori, che difendono con forza il loro prodotto.
Di segno opposto il commento di Legambiente: Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria, e Carlo Gaglianone, presidente del circolo Riviera dei Cedri, plaudono alle indagini in corso, sottolineando l’importanza della creazione di una sezione della Procura di Paola dedicata ai crimini ambientali.
Al momento non esistono provvedimenti ufficiali nei confronti delle colture, fatta eccezione per le due ordinanze sindacali già citate. Tuttavia le dichiarazioni del procuratore capo lasciano presagire nuove indagini a partire da settembre.
I consumatori chiedono chiarezza e trasparenza. Se da un lato si auspica che tutto si risolva con semplici controlli, dall’altro emerge la necessità di regole certe, controlli adeguati e politiche di sostegno alla sostenibilità delle colture. Un prodotto identitario del territorio, conosciuto e apprezzato a livello nazionale e internazionale, non può trasformarsi in un problema ambientale.
Questa inchiesta rappresenta un’occasione per aprire un capitolo chiaro e severo sull’uso dei pesticidi in agricoltura. Serve una legislazione ad hoc che non deleghi ai singoli produttori il compito di certificare da soli la sostenibilità delle proprie coltivazioni. Non bastano i marchi di qualità se resta il rischio di fiumi avvelenati e falde contaminate. Servono controlli seri e regole chiare. Serve, insomma, un nuovo metodo di vigilanza.






























