







La progettazione affidata alla “Società cooperativa r.l. Gruppo Ricerca- Regione Calabria”, nella persona dell’ Ing. Emilio Michele Carravetta, ebbe il suo travaglio. La originaria intenzione dell’Amministrazione di ottenere il consolidamento dei ruderi e la fruizione del solo ambiente della Chiesa suggerendo una intelaiatura leggera per una copertura pure trasparente, fu bocciata, perché “…è inaccettabile l’aggiunta di ogni corpo estraneo”. Ogni tentativo riuscì vano. Anzi, ottenendo un sopralluogo un responsabile della Soprintendenza, dopo essersi meravigliato della presenza di quella struttura sconosciuta a sé e al suo Ente, ebbe ad esclamare…. “….non muoverei niente, nemmeno una pulitura farei, non vedete che fascino promanano queste mura avvolte, abbracciate da queste possenti edere….?.”


Il tecnico accanto però osserva.…”….Sì, fra qualche anno ancora e moriranno le piante di edera perché avranno finito di succhiare quanto stanno trovando negli interstizi della muratura tra le pietre… e le mura cadranno tutte…l’edera, può dispiacere, ma, se si vogliono salvare i ruderi deve essere estirpata e calibrare l’intervento di consolidamento con perforazioni e iniezioni di malte speciali…non visibili ”
Quando fu presentata pubblicamente l’iniziativa, il ragionamento sul valore inestimabile di quel sito con quella grande testimonianza storica di interesse universale, venne sottovalutato e da alcuni deriso, borbottando… “…abbiamo buche nel Paese e volete spendere tanti soldi per quelle quattro pietre cadenti…lontane e abbandonate ormai da secoli…! ”.


Si capi che l’opera nella sua maestosità sarebbe dovuta essere portata tutta alla luce adoperandosi, dopo l’intervento di consolidamento dei ruderi fuori terra, per un definitivo intervento di scavo archeologico. Ciò avrebbe richiesto un ulteriore congruo finanziamento e un tempo più lungo di lavori necessaria di ricerca. Ma avrebbe, liberando le murature da consolidare contemporaneamente allo scavo, consentito di “leggere” con completezza le funzioni dell’Abbazia, osservandone la maestosità al momento solo intuibile da un attento osservatore. Si fissava il proposito di una campagna di scavi per portare alla luce l’intera struttura. Ogni Amministrazione successiva ha messo del proprio. Sono seguiti due saggi di scavi che hanno confermato l’interesse e indicata la priorità da programmare: liberare tutta l’area intorno alla muratura perimetrale e i locali sottostanti dai detriti delle mura diroccate e da quelli alluvionali, con contestuale consolidamento di tutte le parti riportate alla luce. Si sono invece fatti altri modesti interventi di consolidamento di poche altre parti aeree, la sistemazione dell’area con piantumazione e un ampliamento nemmeno concluso della zona parcheggi. Per anni non si è fatto più niente in termini di manutenzione tanto che sulla cinta delle mura si scorgono erbacce e alberelli. Si è cercata la via di una valorizzazione d’immagine all’esterno, proclamando di operare per potenziare il bene – risorsa, senza il respiro di adeguate iniziative di collegamento tra “risorsa Abbazia” e le comunità locali. Ottime iniziative di accoglienza, con scolaresche e appassionati di spettacoli e vari generi musicali strumentali, con delle presenze rimaste li. Fino ad arrivare alla vigilia della recente tornata elettorale quando l’Amministrazione uscente ha pensato di giocarsi legittimamente una importante carta con la presentazione, che sta risultando affrettata proprio nella fase conclusiva, di un progetto coperto da impegno di spesa annunciato da manifesti mesi prima. Accompagnando alla presentazione degli elaborati la concessione di una “cittadinanza onoraria” al Tecnico indicato dalla Soprintendenza, del tutto rimasto sconosciuto ai cittadini. Fatto salvo il valore del Professionista, che non c’entra.
Non è stato possibile leggere la sua firma su nessuno degli elaborati di cui è stata presa visione. Forse perché in copia non autentica.


Il progettista si pone la questione di come coniugare l’esistente con la realizzazione del centro , valutando tre ipotesi:
1-Non realizzare il centro, …”tralasciando sulle inderogabili necessità e richieste”
2-Realizzare una struttura ex novo a distanza delle rovine, ma sempre nell’ambito della proprietà comunale, inserendo una nuova fabbrica
3-Valorizzare uno spazio contiguo, esterno al complesso abbaziale, integrato con lo stesso, attraverso l’installazione di coperture e chiusure verticali realizzate con materiali compatibili con quelle del rudere e completamente reversibili…
La terza ipotesi è stata presa in considerazione “…per valorizzare funzionalizzare gli spazi laterali”…con realizzazione di uno spazio polifunzionale e annessa una struttura ricettiva per servizi igienici e degli impianti…con piani di calpestio galleggianti (poggiati ) in tavolette di abete removibili, con pareti a vetrate e con zone coperte nell’estradosso con “lamiere Corten”..con l’intradosso a rivestimento in legno lamellare …. Per avere spazi…. per eventi in ogni stagione..
La lettura degli elaborati del progetto fa comprendere due aspetti:
1-Non si realizzano gli interventi di scavo archeologico che sarebbero prioritari e di contestuale ulteriore consolidamento dei ruderi lungo tutto il perimetro.
2-Si operano dei “sollevamenti” dei detriti per consentire la realizzazione di spazi fruibili in tre direzioni. L’intervento realizzerà:
-Chiesa che, consolidata nelle pareti, resterebbe a cielo aperto, ( in altra relazione sembrava si volesse una copertura parziale) con una pavimentazione sospesa (poggiata ) in “cocciopesto” ( quanto potrà durare esposto alle rigidità ?), un sistema di raccolta delle acque piovane e un sagrato esterno, non si comprende se con rivestimenti di pavimentazione e di quale natura, oltre ad opere di canalizzazione delle acque.
-Centro polifunzionale, non ho trovato per quale capienza e con quali arredi, realizzato come un corpo aggiunto tra gli archi laterali con pavimentazione in tavolette di abete, con parete esterna a vetrata ed una copertura con “lamiere Corten” , .
-Locali per servizi igienici e impianti, realizzati in un altro corpo aggiunto con le stesse tecnologie, ricavato nello spazio libero della zona degli archi.
-Si aggiungono altre coperture sul lato destro attiguo alla Chiesa. Coperture sempre a lamierato Cornet nell’estradosso, (tetto esterno).
Tutte “intromissioni” che modificano la visione attuale del sito. Il punto è: sono davvero necessarie e utili?
Valutando la proposta si possono avere diverse opinioni e diverse ne sono state scritte.
Alcune autorevoli per la pertinenza delle competenze professionali possedute ed in grado di fare emergere svariate criticità. Altre più spostate a sostenere la bontà dell’intervento. Altre opinioni manifestatesi allarmate per la invasività dell’intervento così come concepito. Altre ancora più esclusivamente preoccupate che non si perda il finanziamento, con l’invito magari ad apportare modifiche al progetto. Sono seguite interpellanze di parlamentari fino ad invocare interventi diretti del Ministero.
Prima di scrivere “che ne penso” mi sono preoccupato di leggere gli atti, quelli avuti a disposizione e capire procedure, contenuti, finalità e prospettive.
( A proposito, ognuno che si voglia interessare della sorte dell’Abbazia ne ha diritto; e si dovrebbe esser contenti se dopo silenzi di secoli l’ Abbazia sta attirando tante attenzioni, anche quando non tutte appaiono costruttivamente indirizzate; si richiede sempre confronto non ostracismo).
Sono rimasto sorpreso negativamente sul perché non si sono indirizzati i lavori da eseguire finalizzati ad un completo scavo archeologico liberando murature e locali sottostanti da tutti i corpi estranei che vi si sono arenati. La scheda per l’istruttoria della richiesta di finanziamento pure evidenziava questo stato di fatto. Anche se vi si negava che vi fossero stati interventi precedenti sull’Abbazia. E pure nella relazione sullo stato dell’abbazia si legge, osservando la differenza di quote:
“….Ciò si rileva dalla grande differenza tra il piano del chiostro settecentesco e il piano di calpestio della chiesa settecentesca. Attualmente è difficile comprendere come i monaci avessero risolto, dato che ora è impossibile immaginare la sistemazione antica dell’area occidentale, giacché completamente interrata da materiale alluvionale spesso alcuni metri. Si percepisce che sotto gli interri persistono diversi vani attualmente interrati, ma che un tempo dovevano costituire il piano terra e le strutture di base sia dell’abitazione sia della chiesa. …..” Leggendo le giuste osservazioni di sopra uno si aspetta che l’intervento venga indirizzato a ripristinare le condizioni originarie dei luoghi proprio per poter restituire al complesso la sua imponenza strutturale. Invece no.
La procedura è rimasta un azzardo. Da quanto si è potuto ricostruire l’istruttoria della richiesta è basata su due elaborati del 1982 a firma dell’ Ing. Carravetta (neppure avvertito, almeno come segno di cortesia!) accompagnati ad una scheda lasciata senza rispondenza tra stato delle cose descritte e progettualità impostata.
Proprio l’impostazione della scheda deve avere indotto ad una progettualità oggi molto criticata dal punto di vista della congenialità dell’intervento, perché appare avulso al luogo e al complesso abbaziale. Nella scheda si scrive che non ci sono stati altri interventi, che ci sono locali inesplorabili perché pieni di detriti e poi invece di prevederne lo smaltimento e liberare tutto il complesso dai terricci estranei lungo le mura e dentro i locali, si sceglie di realizzare corpi aggiunti e coperture lamierate esponendo l’intervento alle legittime critiche di “intromissioni invasive” che disturbano il sito e l’intera opera, mistificando la funzione originaria e le finalità.
I lavori dell’intervento sono invasivi?
A me sembrano piuttosto del tutto estranei a quanto veramente occorrerebbe e assai contraddittori rispetto alle stesse finalità.




Gli elaborati approvati nella titolazione mettono insieme tre concetti: restauro, consolidamento e valorizzazione, in quanto “attrattore religioso”.
Mi permetto di osservare che tali concetti in sé naturalmente condivisibili, non vanno perseguiti però introducendo apporti statici del tutto estranei al complesso abbaziale, e che sono di funzionalità assai dubbia rispetto alle prospettive ad essi assegnate.
Non è rassicurante scrivere che sono “rimovibili”. Anzi questo popone un altro problema: come assicurarsi che da rimovibili non diventino asportabili. Voglio ricordare che quella è pur sempre sarà una zona isolata. (Né si prevede né si prevederà mai un custode. E poco valgono le affermazioni della scheda secondo cui ci sarebbe un affidamento gestionale al Volontariato). La bellezza dei ruderi sta anche nella solitudine del luogo. Fossero in un’area urbana avrebbero molto meno impatto emotivo e una meno che normale valenza storica. In ogni area urbana vi sono ruderi anche più antichi, ma che non riescono a ”parlare“ nel chiasso e negli affollamenti di fabbricati e movimenti. La Penisola ne è disseminata.
Sto anche pensando a come si son fatti sparire diverse parti dell’impianto di illuminazione senza che sia stato possibile né recuperarle e né sostituirle.
La tutela di corpi considerati rimovibili richiede prima di tutto una costante opera di custodia e manutenzione. Qui stanno passando diecine di anni e non siamo in grado di ripulire le erbacce. Sono aspetti poco dirimenti se si guarda ad altro, ma prima di impegnare cospicui fondi per opere non essenziali alla conservazione del complesso abbaziale e di “dubbia attinenza”. Bisogna ragionarci.


No. Sono convinto che non è una prospettiva perseguibile.
La valorizzazione intanto deve essere considerata in una dimensione diversa: mettere in luce l’intero maestoso complesso, fermandone il degrado, garantendone una duratura e bella presenza è già una valorizzazione di natura storico – culturale di grande rilevanza. Per gli studiosi, per le vocazioni religiose, ma anche per gli occhi del medio osservatore. Una fruizione della Chiesa nelle modalità più sicure e non estranee alla natura del luogo dovrebbe essere consentita per corrispondere alle esigenze di pellegrini e di persone di fede. Magari adornandola, per le occasioni, con qualche elemento originario che è disperso in varie sedi, come già scritto.
Per quanto riguarda le esigenze di natura fisiologica possono essere realizzate soluzioni diverse e non confliggenti con i ruderi, nell’area attigua del terreno alberato, meglio ancora presso la zona parcheggi.
Sia per singoli visitatori che per comitive e scolaresche.
La maestosità del complesso, riportato alla luce in tutte le sue parti, ora interrate, e reso sicuro nelle cinte murarie, è la naturale valorizzazione e “attrattività” da perseguire.
Nel mentre i Comuni devono sapersi adoperare per creare iniziative di collegamento tra quella grande “risorsa” e le proprie specifiche accoglienze e opportunità da offrire.
Intanto per il comune di Carlopoli si deve comprendere che non è utile realizzare opere che non si è in grado di gestire. Che non è valido pensare che creando accoglienza per eventi dentro le mura dell’Abbazia, con l’aggiunta di corpi estranei, si possano creare chissà quali flussi e indotti.


Meglio pensare a pacchetti di permanenza da condividere e concordare impegnando tutte le risorse presenti in Carlopoli- Castagna. E questo vale per tutti i Comuni dei dintorni, di tutti quegli ex Casali che nel corso dei secoli hanno visto incrociare la storia del proprio sviluppo con la presenza del fervore economico-sociale-religioso, promanato dalle fucine e dai riti del Monastero di Corazzo, come pure viene indicata l’Abbazia.
L’Abbazia è lì, in quella lingua silenziosa di terra bagnata dal Corace.


Nel mentre si deve realizzare una rete di relazioni ampie coinvolgendo, con la fatica che ci vorrà, Singoli studiosi, Istituzioni, Enti, Scuole, Chiese, e Ordini religiosi tutto ciò che si richiami alla figura di Gioacchino, agli input di natura storica e di spiritualità.
Ciò richiede che il finanziamento non venga perso, ma venga convertito in altro intervento e in altra finalità.
A me sembra più utile e coerente completare quanto realizzato in passato con le prospettive realistiche da assegnare a quel che viene definito “attrattore religioso”.
Voglio sperare che ci si concentri a come finalizzare al meglio l’intervento e non ad accavallare polemiche. Che comunque non si facciano opere a perdere o di ostacolo a quello che deve restare l’obbiettivo finale: PORTARE ALLA LUCE L’INTERA STRUTTURA ABBAZIALE FIN DALLE FONDAMENTA, DA POI BEN CONSERVARE.
Nello spiazzo davanti l’Abbazia c’è una scritta significativa: E’ VIETATO CALPESTARE I SOGNI
Il nostro da realizzare, circa l’Abbazia, per me è quello sopra descritto.
P.S. Sono considerazioni, quelle sulla necessità di un radicale intervento di scavo archeologico, di smaltimento dei detriti presenti nei locali sottostanti, di manutenzione e di consolidamento delle murature, che ho espresso da anni in ogni occasione.
( Mi è stato necessario ripetere qualche concetto )
di Angelo Falbo




























