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Home » L’Abbazia di S. Maria di Corazzo o Monastero

L’Abbazia di S. Maria di Corazzo o Monastero

L’intervento proposto e le varie considerazioni

Angelo Falbo di Angelo Falbo
12 Novembre 2020
in Carlopoli, COMUNI, OPINIONI
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L’Abbazia di S. Maria di Corazzo o Monastero
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Del complesso abbaziale originario e delle successive aggiunte sono rimasti visibili  i “ruderi”. Salvati da un intervento di pulizia e conservazione dei primi anni 80. Dapprima è stato necessario procedere all’espropriazione dell’area che ora vedete di pertinenza, parcheggi compresi. Era finita in possesso di privati che vi hanno svolto pratiche agricole fin sotto le mura. Tanto che non vi era possibile alcun accesso. L’attenzione dell’allora Assessore regionale alla Istruzione e Cultura, capace di ascoltare le argomentazioni degli amministratori locali del tempo, programmò un primo finanziamento per “riappropriare” al pubblico il diritto di accedere ed una  sistemazione dell’area. Allora i ruderi, sopravvissuti alle continue intemperie naturali, ma anche alle asportazioni di chi con le pietre ha realizzato muretti e fabbricati di altro tipo, erano quasi completamente avvolti da muscolose edere che li rendevano molto affascinanti. I ragazzi di Castagna previgenti e avventurosi, vi scorrazzavano dentro e intorno cercando varchi. Tra questi c’era il giovane Salvatore Piccoli, che, crescendo, ha eletto il sito come “luogo dell’anima”. Da studioso, successivamente vi ha dedicato costanti pensieri e scritti. L’Amministrazione dell’80 coraggiosamente volle invertire un atteggiamento di abbandono durato secoli. L’Abbazia, indicata come Monastero di Corazzo, era rimasta senza   monaci a seguito di incendi e gravi danni provocati dai ripetuti terremoti, tra i quali quello gravissimo del 1783. Ma non vi fecero più ritorno stabile perché le trasformazioni politiche economiche e storiche avevano fatto perdere all’Abbazia la funzione fino allora svolta.

Quando se ne parla bisogna sempre premettere che l’antropizzazione dell’intera area e lo sviluppo, l’uno dopo l’altro, dei Casali dei due versanti del Reventino e del Savuto, lungo le valli del Corace e dell’Amato da una parte e del Savuto dall’altra hanno ricevuto notevoli impulsi dalla presenza dei monaci. Loro hanno indicato pratiche colturali, di allevamento, di lavorazione dei prodotti, di manifatture di utensili per ogni attività domestica e lavorativa del tempo, di organizzazione irrigua. Con le loro fucine-laboratori, distinguibili oggigiorno tra i ruderi più alti del lato destro rispetto alla parete frontale, hanno alimentato scambi e fiere passando dai baratti alle prime commercializzazioni. Poi trascuratezza e silenzio per oltre un secolo e mezzo. Nel 1934 qualcuno se ne interessò e l’Amministrazione  dei Monumenti, Musei, Gallerie e Scavi di Antichità, dipendente dal Ministero della Pubblica Istruzione,   ha fatto notificare al Sig. Sacchi Giuseppe fu Gaetano, che evidentemente se ne sentiva proprietario, la disposizione con cui lo si avverte che…visto l’art. 5 della legge 20  giugno 1909 n 364…..i ruderi del Monastero e della chiesa di corazzo hanno  importante interesse e quindi sottoposti alle disposizioni contenute negli articoli …..

Non risulta alcun più seguito, nessun intervento, nessuna iniziativa. Tanti scritti, pitture, poesie , tra le quali quella struggente della Poetessa del luogo, Palmira De Fazio, diversi studi, alcune tesi di laureandi/e, molte citazioni per via della figura di Gioacchino da Fiore, il più importante degli Abati che vi hanno dimorato. Vi ha meditato per almeno dieci anni, o 14 secondo alcuni. La sua fama è legata ai suoi scritti “profetici”, giunta dappertutto (siamo nel 300!) raccolta e rilanciata da Dante che in una terzina del Paradiso ( canto XII ) ne ha amplificato la risonanza. Mentre Gioacchino, spostatosi in Sila, fondò il nuovo ordine dei frati Florensi nei pressi di S. Giovanni in Fiore. Formò nel centro della Sila un Demanio chiamato “badiale” che, per estensione e privilegi ottenuti, ha rappresentato una sorta di “regno temporale”, un demanio non meno importante di quello regio. Le sue opere pratiche e i suoi scritti gli sono valsi tanti riconoscimenti di studiosi di tutto il mondo, Mentre la sua procedura di beatificazione ( Perorata da Don  Enzo Gabrieli di Mendicino ) si è incagliata in quanto nel “tribunale” il suo pensiero non è considerato ortodosso da tutti, In verità tali procedure hanno pure bisogno di spinte e di sollecitazioni esterne, che evidentemente non ci sono state o sono state flebili.

L’Amministrazione del 1980, edotta anche di quanto sopra, maturò la scelta di invertire il corso dell’ignavia generale, raccogliendo le voci di quei giovani che invano si erano fino allora premurati di attirare l’attenzione su quel “bene”. Rompendo la cappa di miopie culturali, degli interessi personali, delle facili contrapposizioni strumentali all’intervento di esproprio e di prima sistemazione dell’area, fece seguire un secondo intervento di consolidamento finalizzando il finanziamento ottenuto nell’ambito del Piano di interventi per lo sviluppo delle zone interne, attraverso la proposta programmatoria della Comunità Montana.

La progettazione affidata alla “Società cooperativa r.l. Gruppo Ricerca- Regione Calabria”, nella persona dell’ Ing. Emilio Michele Carravetta,  ebbe il suo  travaglio. La originaria intenzione dell’Amministrazione di ottenere il consolidamento dei ruderi e la fruizione del solo ambiente della Chiesa suggerendo una intelaiatura leggera per  una copertura pure trasparente, fu bocciata, perché “…è inaccettabile l’aggiunta di ogni corpo estraneo”. Ogni tentativo riuscì vano. Anzi, ottenendo un sopralluogo un responsabile della Soprintendenza, dopo essersi meravigliato della presenza di quella struttura sconosciuta a sé e al suo Ente, ebbe ad esclamare…. “….non muoverei niente, nemmeno una pulitura farei, non vedete che fascino promanano queste mura avvolte, abbracciate da queste possenti edere….?.”

In effetti quelle mura coperte per molti tratti della facciata frontale, e lungo molte altre  in elevazione, dal verde intenso delle foglie fitte d’edera evocavano testimonianze di antichità più che se rese nude…

Il tecnico accanto però osserva.…”….Sì, fra qualche anno ancora e moriranno le piante di edera perché avranno finito di succhiare quanto stanno trovando negli interstizi della muratura tra le pietre… e le mura cadranno tutte…l’edera, può dispiacere, ma, se si vogliono salvare i ruderi deve essere estirpata e calibrare l’intervento di consolidamento con perforazioni e iniezioni di malte speciali…non visibili ”

Quando fu presentata pubblicamente l’iniziativa, il ragionamento sul valore inestimabile di quel sito con quella grande testimonianza storica di interesse universale, venne sottovalutato e da alcuni deriso, borbottando… “…abbiamo buche nel Paese e volete spendere tanti soldi per quelle quattro pietre cadenti…lontane e abbandonate ormai da secoli…! ”.

La tenacia di quelli amministratori apri una breccia. Non riuscirono a coinvolgere gli altri Comuni, avendo ben compreso che quelle “quattro pietre” appartenevano e appartengono ad una intera area, a tutti i Comuni dei dintorni e molto oltre. Sollecitati a valutare la prospettiva di generale interesse di tutti a valorizzare “sito e ruderi”, solo in pochi si preoccuparono di assentire con telefonate di circostanza. Gli interventi furono portati a termine. Intanto per accedervi e poi per arrestare il degrado. Nella elaborazione dell’intervento ci si avvide subito che alcune parti potevano presentare almeno tre piani, realizzati nel tempo. Coperti in gran parte da mura cadute e da detriti alluvionali.

Si capi che l’opera nella sua maestosità sarebbe dovuta essere portata tutta alla luce adoperandosi, dopo l’intervento di consolidamento dei ruderi fuori terra, per un definitivo intervento di scavo archeologico.  Ciò avrebbe richiesto un ulteriore congruo finanziamento e un tempo più lungo di lavori necessaria di ricerca. Ma avrebbe, liberando le murature da consolidare contemporaneamente allo scavo, consentito di “leggere” con completezza le funzioni dell’Abbazia, osservandone la maestosità al momento solo intuibile da un attento osservatore. Si fissava il proposito di una campagna di scavi per portare alla luce l’intera struttura. Ogni Amministrazione successiva ha messo del proprio. Sono seguiti due saggi di scavi che hanno confermato l’interesse e indicata la priorità da programmare: liberare tutta l’area intorno alla muratura perimetrale e i locali sottostanti dai detriti delle mura diroccate e da quelli alluvionali, con contestuale consolidamento di tutte le parti riportate alla luce.   Si sono invece fatti altri modesti interventi di consolidamento di poche altre parti aeree, la sistemazione dell’area con piantumazione e un ampliamento nemmeno concluso della zona parcheggi. Per anni non si è fatto più niente in termini di manutenzione tanto che sulla cinta delle mura si scorgono erbacce e alberelli. Si è cercata la via di una valorizzazione d’immagine all’esterno, proclamando di operare per potenziare il bene – risorsa, senza il respiro di adeguate iniziative di collegamento tra “risorsa Abbazia” e le comunità locali. Ottime iniziative di accoglienza, con scolaresche e appassionati di spettacoli e vari generi musicali strumentali, con delle presenze rimaste li. Fino ad arrivare alla vigilia della recente tornata elettorale quando l’Amministrazione uscente ha pensato di giocarsi legittimamente una importante carta con la presentazione, che sta risultando  affrettata proprio nella fase conclusiva,  di un progetto coperto da impegno di spesa annunciato da manifesti mesi prima. Accompagnando alla presentazione degli elaborati la concessione di una “cittadinanza onoraria” al Tecnico indicato dalla Soprintendenza, del tutto rimasto sconosciuto ai cittadini. Fatto salvo il valore del Professionista, che non c’entra.

Non è stato possibile leggere la sua firma su nessuno degli elaborati di cui è stata presa visione. Forse perché in copia non autentica.

Un faldone voluminoso che aprendolo, tolti, i corposi elaborati tecnici sui programmi dei calcoli, degli impianti e delle norme di cantiere, non agevola una chiara comprensione delle finalità e delle modalità delle procedure seguite, essendo le due relazioni, quella storica e quella sull’intervento di una eccessiva sinteticità. Sicuramente addebitabile alla ristrettezza dei tempi di elaborazione progettuale assegnati. L’ Ingegnere incaricato ha il merito di dichiarare in una premessa, in tre righe, le ipotesi progettuali a cui si è trovato davanti e alla quale ha professionalmente corrisposto nella corsa del tempo: “valorizzare” creando spazi di accoglienza, con la realizzazione di un centro polifunzionale e i servizi.

Il progettista si pone la questione di come coniugare l’esistente con la realizzazione del  centro , valutando tre ipotesi:

1-Non realizzare il centro, …”tralasciando sulle inderogabili necessità e richieste”

2-Realizzare una struttura ex novo a distanza delle rovine, ma sempre nell’ambito della proprietà comunale, inserendo una nuova fabbrica

3-Valorizzare uno spazio contiguo, esterno al complesso abbaziale, integrato con lo stesso, attraverso l’installazione di coperture e chiusure verticali realizzate con materiali compatibili con quelle del rudere e completamente reversibili…

La terza ipotesi è stata presa in considerazione “…per valorizzare funzionalizzare gli spazi laterali”…con realizzazione di uno spazio polifunzionale e annessa una struttura ricettiva per servizi igienici e degli impianti…con piani di calpestio galleggianti (poggiati ) in tavolette di abete removibili, con pareti a vetrate e con zone coperte nell’estradosso con “lamiere Corten”..con l’intradosso a rivestimento in legno lamellare  ….  Per avere spazi…. per eventi in ogni stagione..

La lettura degli elaborati del progetto fa comprendere due aspetti:

1-Non si realizzano gli interventi di scavo archeologico che sarebbero prioritari e di contestuale ulteriore consolidamento dei ruderi lungo tutto il perimetro.

2-Si operano dei “sollevamenti” dei detriti per consentire la realizzazione di spazi fruibili in tre direzioni. L’intervento realizzerà:

-Chiesa che, consolidata nelle pareti, resterebbe a cielo aperto, ( in altra relazione sembrava si volesse una copertura parziale) con una pavimentazione sospesa (poggiata )  in “cocciopesto”  ( quanto potrà durare esposto alle rigidità ?), un sistema di raccolta delle acque piovane e un sagrato esterno, non si comprende se con rivestimenti di pavimentazione e di quale natura, oltre ad opere di canalizzazione delle acque.

-Centro polifunzionale, non ho trovato per quale capienza e con quali arredi, realizzato come un corpo aggiunto tra gli archi laterali con pavimentazione in tavolette di abete, con parete esterna a vetrata ed una copertura con “lamiere Corten” ,  .

-Locali per servizi igienici e impianti, realizzati in un altro corpo aggiunto con le stesse tecnologie, ricavato nello spazio libero della zona degli archi.

-Si aggiungono altre coperture sul lato destro attiguo alla Chiesa. Coperture sempre a lamierato Cornet nell’estradosso, (tetto esterno).

Tutte “intromissioni” che modificano la visione attuale del sito. Il punto è: sono davvero necessarie e utili?

Valutando la proposta si possono avere diverse opinioni e diverse ne sono state scritte.

Alcune autorevoli per la pertinenza delle competenze professionali possedute ed in grado di fare emergere svariate criticità. Altre più spostate a sostenere la bontà dell’intervento.  Altre opinioni manifestatesi allarmate per la invasività dell’intervento così come concepito. Altre ancora più esclusivamente preoccupate che non si perda il finanziamento, con l’invito magari ad apportare modifiche al progetto. Sono seguite interpellanze di parlamentari fino ad invocare interventi diretti del Ministero.

Prima di scrivere “che ne penso” mi sono preoccupato di leggere gli atti, quelli avuti a disposizione e capire procedure, contenuti, finalità e prospettive.

( A proposito, ognuno che si voglia interessare della sorte dell’Abbazia ne ha diritto;  e si dovrebbe esser contenti se dopo silenzi di secoli l’ Abbazia sta attirando tante attenzioni, anche quando non tutte appaiono costruttivamente indirizzate; si richiede sempre confronto non ostracismo).

Sono rimasto sorpreso negativamente sul perché non si sono indirizzati i lavori da eseguire finalizzati ad un completo scavo archeologico liberando murature e locali sottostanti da tutti i corpi estranei che vi si sono arenati. La scheda per l’istruttoria della richiesta di finanziamento pure evidenziava questo stato di fatto. Anche se vi si negava che vi fossero stati interventi precedenti sull’Abbazia. E pure nella relazione sullo stato dell’abbazia si legge, osservando la differenza di quote:

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“….Ciò si rileva dalla grande differenza  tra il piano del chiostro settecentesco e il piano di calpestio della chiesa settecentesca.   Attualmente è difficile comprendere come i monaci avessero risolto, dato che ora è impossibile immaginare la sistemazione  antica dell’area occidentale, giacché completamente interrata da materiale alluvionale spesso alcuni metri. Si percepisce che sotto gli interri persistono diversi vani attualmente interrati, ma che un tempo dovevano costituire il piano terra e le strutture di base sia dell’abitazione sia della chiesa. …..” Leggendo le giuste osservazioni di sopra uno si aspetta che l’intervento venga indirizzato a ripristinare le condizioni originarie dei luoghi proprio per poter restituire al complesso la sua imponenza strutturale. Invece no.

La procedura è rimasta un azzardo. Da quanto si è potuto ricostruire l’istruttoria della richiesta è basata su due elaborati del 1982 a firma dell’ Ing. Carravetta (neppure avvertito, almeno come segno di cortesia!) accompagnati ad una scheda lasciata senza rispondenza tra stato delle cose descritte e progettualità impostata.

Proprio l’impostazione della scheda deve avere indotto ad una progettualità oggi molto criticata dal punto di vista della congenialità dell’intervento, perché appare avulso al luogo e al complesso abbaziale. Nella scheda si scrive che non ci sono stati altri interventi, che ci sono locali inesplorabili perché pieni di detriti e poi invece di prevederne lo smaltimento e liberare tutto il complesso dai terricci estranei lungo le mura e dentro i locali, si sceglie di realizzare corpi aggiunti e coperture lamierate esponendo l’intervento alle legittime critiche di “intromissioni invasive” che disturbano il sito e l’intera opera, mistificando la funzione originaria e le finalità.

I lavori dell’intervento sono invasivi?

A me sembrano piuttosto del tutto estranei a quanto veramente occorrerebbe e assai contraddittori rispetto alle stesse finalità.

Facciamo un ragionamento -Il Complesso dell’Abbazia è ridotto a ruderi, con la zona meglio “sopravvissuta” che è la Chiesa. Il complesso dei ruderi osservandolo, anche agli occhi di uno sprovveduto, lascia immaginare l’antica maestosità dell’Abbazia; eretta in quell’angolo di mondo sconosciuto, rimasto così lontano dai centri movimentati delle moderne società, ma tanto importante e funzionale per i secoli nei quali ha svolto il suo ruolo di crocevia storica di relazioni civili e religiose. Nel considerare il fronte a sud- est, i contrafforti del fronte nord e del fronte a nord ovest, si comprende che oltre ai detriti delle mura andate in rovina, lungo tutto il perimetro si sono accumulati residui alluvionali che si sono accostati alle mura e che infiltratisi hanno riempito tutti i locali sottostanti, soprattutto quelli sottostanti al corpo Chiesa e ad altri corpi ad essa attigui. Vi sono dai 2 ai 5 metri e più di terriccio e detriti da smaltire. Se si alzano gli occhi si intravedono alberelli, edere ed erbacce che si stanno reinsediando sulle cime delle mura, minacciandone la decomposizione. Bisognerebbe concentrare l’intervento principalmente in un’opera di scavo archeologico per riportare alla luce l’interezza del complesso abbaziale, svuotando gli interni dai detriti, nel mentre si consolidano le murature che, portate a nudo sicuramente richiedono rinforzi appropriati con malte speciali iniettate come già fatto nel primo consolidamento. O migliorandole, se vi sono tecniche e composti oggi più efficaci . Mentre per le parti aeree visibili, meno interessate dai precedenti interventi, è urgente una manutenzione con ripuliture e un rinforzo delle zone murarie scarnite dagli eventi chimici e temporaleschi. A questo che è l’intervento da considerare urgente e di prospettiva, si dovrebbe poter aggiungere una condizione di fruibilità della Chiesa, anche per sole funzioni rituali religiose e di cerimonie ad essa attinenti, durante le quali adornarla con quanto può essere reperito tra tutti i manufatti dispersi nei vari luoghi come il giovane De Fazio Antonio è in grado di indicare.

L’intervento di recente approvato è molto lontano da questi intenti che, sarebbero più consoni, prioritari, in continuità con l’opera di consolidamento realizzato nel passato, in sintonia con quanto è emerso con i due saggi di scavo archeologico e di quanto nella stessa “relazione sullo stato”, il progettista incaricato ha chiaramente osservato e meritoriamente esposto.

Gli elaborati approvati nella titolazione mettono insieme tre concetti: restauro, consolidamento e valorizzazione, in quanto “attrattore religioso”.

Mi permetto di osservare che tali concetti in sé naturalmente condivisibili, non vanno perseguiti però introducendo apporti statici del tutto estranei al complesso abbaziale, e che sono di funzionalità assai dubbia rispetto alle prospettive ad essi assegnate.

Non è rassicurante scrivere che sono “rimovibili”. Anzi questo popone un altro problema: come assicurarsi che da rimovibili non diventino asportabili. Voglio ricordare che quella è pur sempre sarà una zona isolata. (Né si prevede né si prevederà mai un custode. E poco valgono le affermazioni della scheda secondo cui ci sarebbe un affidamento gestionale al Volontariato). La bellezza dei ruderi sta anche nella solitudine del luogo. Fossero in un’area urbana avrebbero molto meno impatto emotivo e una meno che normale valenza storica. In ogni area urbana vi sono ruderi anche più antichi, ma che non riescono a  ”parlare“ nel chiasso e negli affollamenti di fabbricati e movimenti. La Penisola ne è disseminata.

Sto anche pensando a come si son fatti sparire diverse parti dell’impianto di illuminazione senza che sia stato possibile né recuperarle e né sostituirle.

La tutela di corpi considerati rimovibili richiede prima di tutto una costante opera di custodia e manutenzione. Qui stanno passando diecine di anni e non siamo in grado di ripulire le erbacce. Sono aspetti poco dirimenti se si guarda ad altro, ma prima di impegnare cospicui fondi per opere non essenziali alla conservazione del complesso abbaziale e di “dubbia attinenza”. Bisogna ragionarci.

La valorizzazione? Come la vogliamo intendere? Come richiamo di persone, di visitatori e di quanto può ruotare intorno all’affluenza con sosta, accoglienza e fruizione di ambienti polifunzionali, pensando di creare indotto lì? Considerando l’Abbazia quale attrattore religioso turistico sul posto?

No. Sono convinto che non è una prospettiva perseguibile.

La valorizzazione intanto deve essere considerata in una dimensione diversa: mettere in luce l’intero maestoso complesso, fermandone il degrado, garantendone una duratura e bella presenza è già una valorizzazione di natura storico – culturale di grande rilevanza. Per gli studiosi, per le vocazioni religiose, ma anche per gli occhi del medio osservatore. Una fruizione della Chiesa nelle modalità più sicure e non estranee alla natura del luogo dovrebbe essere consentita per corrispondere alle esigenze di pellegrini e di persone di fede. Magari adornandola, per le occasioni, con qualche elemento originario che è disperso in varie sedi, come già scritto.

Per quanto riguarda le esigenze di natura fisiologica possono essere realizzate soluzioni diverse e non confliggenti con i ruderi, nell’area attigua del terreno alberato, meglio ancora presso la zona parcheggi.

Sia per singoli visitatori che per comitive e scolaresche.

La maestosità del complesso, riportato alla luce in tutte le sue parti, ora interrate, e reso sicuro nelle cinte murarie, è la naturale valorizzazione e “attrattività” da perseguire.

Nel mentre i Comuni devono sapersi adoperare per creare iniziative di collegamento tra quella grande “risorsa” e le proprie specifiche accoglienze e opportunità da offrire.

Intanto per il comune di Carlopoli si deve comprendere che non è utile realizzare opere che non si è in grado di gestire. Che non è valido pensare che creando accoglienza per eventi dentro le mura dell’Abbazia, con l’aggiunta di corpi estranei, si possano creare chissà quali flussi e indotti.

L’indotto si deve realizzare concependo una valorizzazione dell’Abbazia come luogo di ammirazione e consapevolezza della presenza di quella grande testimonianza storica, ma da vivere poi in incontri ed eventi da svolgere negli abitati e non li. Li non sono gestibili senza modificare la natura del luogo e l’esistenza dei ruderi. E comunque resterebbero staccati da buona parte delle comunità locali.

Meglio pensare a pacchetti di permanenza da condividere e concordare impegnando tutte le risorse presenti in Carlopoli- Castagna. E questo vale per tutti i Comuni dei dintorni, di tutti quegli ex Casali che nel corso dei secoli hanno visto incrociare la storia del proprio sviluppo con la presenza del fervore economico-sociale-religioso, promanato dalle fucine e dai riti del Monastero di Corazzo, come pure viene indicata l’Abbazia.

L’Abbazia è lì, in quella lingua silenziosa di terra bagnata dal Corace.

Può benissimo restare come luogo di meditazione, di contemplazione e di spiritualità, mentre la parte storico- culturale, accanto ad altre occasioni di indotto di natura socio-economica, è meglio viverla nei Paesi dove costituire luoghi di incontro- dibattito ed eventi vari, spettacoli estivi all’aperto a parte. Luoghi come la Biblioteca o il Centro culturale dove costituire un Centro studi con scaffali pieni delle opere di Gioacchino, di copie delle Tesi di laurea da ricercare, dei vari scritti e dipinti ispirati all’Abbazia sono da considerare molto più idonei. Ed esistono. Con in più un allestimento di alcuni armadi espositivi dei reperti già in possesso e dei tanti in più che potranno essere catalogati durante un definitivo piano di scavo archeologico. ben accorto,

Nel mentre si deve realizzare una rete di relazioni ampie coinvolgendo, con la fatica che ci vorrà, Singoli studiosi, Istituzioni, Enti, Scuole, Chiese, e Ordini religiosi tutto ciò che si richiami alla figura di Gioacchino, agli input di natura storica e di spiritualità.

Ciò richiede che il finanziamento non venga perso, ma venga convertito in altro intervento e in altra finalità.

A me sembra più utile e coerente completare quanto realizzato in passato con le prospettive realistiche da assegnare a quel che viene definito “attrattore religioso”.

Voglio sperare che ci si concentri a come finalizzare al meglio l’intervento e non ad accavallare polemiche. Che comunque non si facciano opere a perdere o di ostacolo a quello che deve restare l’obbiettivo finale: PORTARE ALLA LUCE L’INTERA STRUTTURA ABBAZIALE FIN DALLE FONDAMENTA, DA POI BEN CONSERVARE.

Nello spiazzo davanti l’Abbazia c’è una scritta significativa: E’ VIETATO  CALPESTARE I SOGNI

Il nostro da realizzare, circa l’Abbazia, per me è quello sopra descritto.

P.S. Sono considerazioni, quelle sulla necessità di un radicale intervento di scavo archeologico, di smaltimento dei detriti presenti nei locali sottostanti, di manutenzione e di consolidamento delle murature, che ho espresso da anni in ogni occasione.

( Mi è stato necessario ripetere qualche concetto )

di Angelo Falbo

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Angelo Falbo

Angelo Falbo

Preside in pensione. Laurea in Materie letterarie presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Intellettuale e scrittore. Vive a Carlopoli. È il responsabile della Lega SPI-CGIL del Reventino.

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