
Ho scoperto che il monastero benedettino di Santa Maria de Montserrat, situato su una montagna a circa 70 km da Barcellona, affonda le sue radici tra storia e leggenda. Già il nome Montserrat (in catalano “monte segato”) evoca la forma singolare della montagna, simile a una lama dentellata. Non a caso, ancor prima del cristianesimo, sulla vetta esisteva un tempio romano dedicato alla dea Venere, segno che questo luogo fu sacro fin dall’antichità.
La tradizione racconta un episodio affascinante: nell’anno 880 alcuni giovani pastori videro scendere dal cielo una luce intensissima accompagnata da una dolce melodia. Incuriositi, seguirono quel bagliore fino a scoprire in una grotta una piccola statua della Vergine col Bambino – sarebbe stata poi chiamata la “Vergine Nera”. Ogni volta che si avvicinavano, la luce riappariva; capirono così di trovarsi di fronte a qualcosa di divino. Si narra che quando il Vescovo tentò di trasferire la statua altrove, questa divenne inspiegabilmente pesante al punto da non poter essere mossa, segno che la Madonna desiderava rimanere su quella montagna. Fu dunque costruita una prima cappella sul posto (la Santa Cova, ovvero Santa Grotta). Le prime menzioni storiche di Montserrat risalgono all’anno 888, quando il conte Guifré el Pilós (Wilfredo il Peloso) donò l’eremo di Santa Maria al monastero di Ripoll. Nel 1025 l’abate Oliba fondò ufficialmente il monastero di Santa Maria de Montserrat nei pressi della grotta sacra, accanto a un eremo preesistente. Nel giro di pochi decenni, la fama della statua miracolosa venerata fin dall’880 attirò fiumi di pellegrini, facendo prosperare il santuario.
Nei secoli successivi Montserrat crebbe in importanza religiosa e culturale: pensate che fu persino dotato di una delle prime tipografie di Spagna nel 1499, e uno dei suoi monaci accompagnò Cristoforo Colombo nelle Americhe. La fortuna del monastero conobbe anche momenti bui: all’inizio dell’Ottocento le truppe napoleoniche lo occuparono e lo devastarono, incendiando la biblioteca, gli archivi e la chiesa (fu saccheggiato e dato alle fiamme nel 1811-1812). Eppure, questo luogo sacro dimostrò una resilienza straordinaria: i monaci si rifugiarono temporaneamente a Maiorca con i tesori e le reliquie più preziose, poi ritornarono. Entro la metà del XIX secolo Montserrat venne restaurato e rifiorì, diventando nuovamente un simbolo per la Catalogna. Durante la dittatura franchista (1939-1975) – periodo in cui l’uso pubblico della lingua catalana era proibito – Montserrat rimase un baluardo spirituale e culturale: nei suoi chiostri si poteva sentir cantare in catalano, in una silenziosa resistenza parallela a quella dello stadio del Barça.
Una piccola curiosità personale: si racconta perfino che il Santo Graal sia passato da Montserrat! Nel folklore locale si dice che il calice sacro fu nascosto nel “castello di Montsalvat” tra queste montagne, tanto che lo stesso Hitler inviò nel 1940 il gerarca Heinrich Himmler al monastero per cercarlo, ispirato dalle allusioni dell’opera Parsifal di Wagner. Realtà o fantasia, queste leggende aggiungono ulteriore mistero a un luogo che già di per sé sembra sospeso tra cielo e terra.
“La Moreneta”: Descrizione e Misteri della Madonna Nera
All’interno della basilica di Montserrat, in cima all’altare maggiore, si trova la venerata statua della Vergine con il Bambino, affettuosamente chiamata “La Moreneta” ossia “la brunetta” in catalano, per il caratteristico colore scuro della pelle. È una scultura lignea romanica alta circa 95 cm, realizzata verso la fine del XII secolo, dallo stile bizantineggiante e stilizzato. L’iconografia è quella della Madonna in Maestà o “Sedes Sapientiae” (Trono della Sapienza): Maria è seduta su un trono, con il piccolo Gesù in grembo. La mano destra della Vergine regge un globo sferico dorato, simbolo del cosmo e della regalità di Cristo sul mondo, mentre il Bambino Gesù, anch’egli incoronato, è raffigurato con la destra alzata nel gesto benedicente e la sinistra che sorregge un oggetto curioso, una pigna. La pigna – antico simbolo di fertilità, vita e unità – viene offerta da Gesù quasi a significare la vita eterna e l’abbondanza spirituale.
Osservando la statua, sono rimasto colpito dai suoi colori: il volto e le mani di Maria (e del Bambino) sono di un marrone-nero lucente, mentre le vesti della Vergine sono dorate con decorazioni. Questa combinazione le conferisce un aspetto regale, che mi richiama alla mente il Salmo 45: “Alla tua destra sta la regina, adornata d’oro di Ofir”. Eppure, ho scoperto con sorpresa che originariamente la Madonna di Montserrat non era nera: analisi scientifiche compiute nel 2001 (raggi X e altre tecniche) hanno rivelato che la statua un tempo aveva un incarnato molto più chiaro. Col passare dei secoli, la colorazione si è scurita a causa di fattori ambientali (il fumo di innumerevoli candele accese dai fedeli) o di una reazione chimica del protettivo applicato sul legno. Inoltre, si scoprì che la statua fu ridipinta di nero intenzionalmente agli inizi del XIX secolo durante restauri successivi. In pratica, la “Moreneta” è diventata moreneta col tempo! Questo mi ha fatto riflettere su come perfino le icone più celebri non siano statiche: l’aspetto con cui le veneriamo oggi può essere frutto di trasformazioni storiche o interventi umani. Ciò che consideriamo “tradizionale” – ad esempio il colore scuro della Vergine – in realtà potrebbe essere un accento acquisito nei secoli.
Un altro dettaglio affascinante è che la statua, pur essendo così antica, è accessibile ai pellegrini: da dietro l’altare maggiore si sale a una nicchia dove i devoti possono avvicinarsi alla Madonna. Ogni giorno, a mezzogiorno, il santuario risuona delle voci bianche dell’Escolania, il coro dei bambini di Montserrat (considerato uno dei più antichi d’Europa, attivo almeno dal XIII secolo), che intonano l’inno Virolai in onore della Vergine. Le prime parole sono famose in Catalogna: “Rosa d’abril, Morena de la serra…” (“Rosa d’aprile, bruna signora della montagna…”), un canto dolcissimo che crea un’atmosfera mistica tra le navate. Ho provato anche io a immaginare quella scena: la lunga fila di fedeli in attesa (spesso occorre pazientare anche un’ora o più), il silenzio carico di emozione, e poi all’improvviso le note dell’Escolania che risuonano – dev’essere un momento davvero toccante.
Secondo una leggenda medievale, la statua della Moreneta sarebbe addirittura opera di San Luca evangelista, scolpita a Gerusalemme e portata in Spagna da San Pietro! Ovviamente gli storici sono più propensi a datarla all’epoca romanica, ma questa storia aggiunge ulteriore fascino alla già ricca aura di mistero della Madonna di Montserrat. Inoltre, Montserrat ha ispirato santi in carne ed ossa: proprio qui nel 1522 il giovane nobile ferito Ignazio di Loyola depose le sue armi davanti all’altare della Vergine e trascorse una notte in preghiera. Quel gesto segnò l’inizio della sua conversione spirituale, che lo porterà a fondare poi l’Ordine dei Gesuiti. È incredibile pensare come questo piccolo simulacro su una montagna catalana abbia influenzato tanto la devozione popolare quanto grandi eventi della storia della Chiesa.
Patrona della Catalogna e Simbolo di Identità
La profonda importanza della “Moreneta” per i catalani si riflette in molti aspetti storici e culturali. L’11 settembre 1881 Papa Leone XIII proclamò ufficialmente la Madonna di Montserrat Patrona principale della Catalogna, insieme a San Giorgio (in catalano Sant Jordi). Questa data sancì quello che era già un sentire popolare: Maria di Montserrat era divenuta l’anima spirituale della regione. Non per nulla molti chiamano affettuosamente Montserrat “el nostre Sinai” – il “nostro Sinai” – paragonando la montagna sacra catalana al Monte Sinai biblico, luogo di incontro col Divino.

A fine Ottocento, in piena Renaixença (la rinascita culturale catalana), la rinascita del monastero dopo le distruzioni napoleoniche assunse un valore patriottico: ricostruire Montserrat significava ridare vigore all’identità catalana. Nel 1880 venne composto l’inno ufficiale Virolai (di cui parlavamo sopra), e quando l’anno seguente arrivò la proclamazione papale, Montserrat era ormai saldamente un emblema della Catalogna risorta. Persino il celebre architetto modernista Puig i Cadafalch partecipò alla ricostruzione, e giovani artisti come Antoni Gaudí contribuirono ad abbellire il percorso verso la Santa Grotta.
Mi ha colpito leggere che durante il regime franchista la venerazione alla Moreneta e l’uso della lingua catalana a Montserrat divennero atti di resistenza culturale. Franco aveva vietato il catalano nella vita pubblica, ma nei canti del coro di Montserrat la lingua e l’identità catalana sopravvissero, così come nei cori spontanei allo stadio del FC Barcelona. Questo parallelo non è casuale: la Moreneta e il Barça – la santa patrona e la squadra di calcio – rappresentano entrambi lo spirito di un popolo. In Catalogna si dice spesso che i pilastri identitari siano quattro, e tra questi due rimangono saldi: la Mare de Déu de Montserrat e il Futbol Club Barcelona (gli altri, più profani, erano un tempo una banca locale e la stessa Generalitat catalana).
Ogni anno, il 27 aprile (data della tradizione del ritrovamento della statua) si celebra la festa di Nostra Signora di Montserrat, con pellegrinaggi e celebrazioni speciali. Il nome Montserrat è diffusissimo fra le bambine catalane – avete presente la famosa cantante Montserrat Caballé? – quasi a sottolineare come questa Vergine sia entrata nel cuore e nell’identità quotidiana della gente. Insomma, la Madonna di Montserrat non è solo una figura religiosa: è un simbolo di catalanità, di fedeltà e di speranza nei momenti difficili. Io stesso, approfondendo la sua storia, ho percepito quanto essa incarni l’anima tenace di un popolo che attraverso la fede ha tramandato anche la propria cultura.
(Curiosità personale: esiste persino una isola caraibica chiamata Montserrat, battezzata così da Cristoforo Colombo in onore del santuario durante il suo secondo viaggio nel Nuovo Mondo nel 1493. È impressionante pensare come la fama della “Moreneta” avesse già allora varcato oceani!)
“Blaugrana”: Colori di Passione e Identità Catalana

Se c’è un binomio di colori che immediatamente fa vibrare il cuore dei catalani, questo è “Blaugrana”, ovvero il blu e granata (rosso scuro), i colori ufficiali del Futbol Club Barcelona. Approfondendo la storia, ho trovato affascinanti le diverse teorie sulla scelta di queste tinte. Quella più accreditata riporta al fondatore del Barça, Joan Gamper: essendo svizzero, Gamper avrebbe scelto per la nuova squadra catalana gli stessi colori del suo ex club, l’FC Basilea, che gioca appunto in maglia rosso-blu. Un altro aneddoto suggerisce che due fratelli inglesi coinvolti nella fondazione (Arthur e Ernest Witty) proposero i colori della loro scuola di Rugby di Londra, anch’essi blu e rossi, e Gamper li approvò. In ogni caso, dal 1899 in poi il Barça ha vestito orgogliosamente il blaugrana, e questi colori sono diventati una bandiera non solo sportiva ma anche culturale.
Lo stemma stesso del FC Barcelona unisce simboli civili e identitari: in alto a sinistra compare la Croce di San Giorgio (santo patrono sia di Barcellona città che dell’intera Catalogna), accanto ad essa le quattro barre rosse su sfondo giallo della Senyera, la storica bandiera catalana. Sotto, ecco le strisce blaugrana con un pallone, a richiamare i colori sociali del club. Questo stemma racconta già visivamente un legame: la fede (la croce), la patria (la bandiera) e il popolo (i colori del Barça) riuniti in uno scudo. Non c’è da stupirsi dunque se il Barça è definito “Més que un club” – “più di un club” – perché da sempre rappresenta qualcosa che va oltre il calcio: è un veicolo di identità, orgoglio e spesso anche di rivendicazioni politiche per il popolo catalano.
Ho seguito con interesse le iniziative con cui il FC Barcelona ribadisce questo legame con Montserrat e la Catalogna. Nel giugno 2025, ad esempio, il club ha celebrato il suo 125º anniversario organizzando una grande camminata popolare chiamata “Marxa Culer”: migliaia di tifosi, soci e simpatizzanti hanno marciato insieme per quasi 47 km fino all’abbazia di Montserrat! Arrivati ai piedi della montagna “segata”, sono stati accolti con musica, danze tradizionali e perfino i trofei vinti dalla squadra portati in processione sino al sagrato. In quell’occasione, il presidente del Barça Joan Laporta e l’abate di Montserrat hanno sottolineato la valenza simbolica dell’evento, definendo Barça e Montserrat “due istituzioni sorelle impegnate nell’identità, cultura e lingua catalana”. Durante la messa conventuale, è stato offerto alla Vergine un omaggio floreale e simbolicamente i titoli sportivi vinti dal club, quasi a suggellare questo gemellaggio spirituale e civile. Personalmente trovo molto significativa questa immagine: la Coppa del Campionato e quella della Champions League deposte davanti alla Moreneta, come a dire che fede e passione popolare camminano insieme in Catalogna.
Il peso simbolico dei colori blaugrana, dunque, travalica il rettangolo di gioco. Vedere sventolare bandiere blaugrana non significa solo tifare Barça, ma molto spesso dichiararsi catalani, condividere un patrimonio culturale. Nel contesto di Montserrat, dove il blu del cielo e il rosso del fuoco delle candele hanno tanti rimandi spirituali, questi colori secolari dello sport trovano un terreno fertile per intrecciarsi col sacro. Blu e rosso, peraltro, sono da secoli legati anche all’iconografia cristiana: il blu era considerato colore celestiale per eccellenza (basti pensare al manto della Vergine Maria in tanti dipinti rinascimentali), mentre il rosso porpora richiamava la regalità e la passione (la Tunica senza cuciture del Cristo, vinta giocando d’azzardo da un tribuno romano o quella di molte Madonne o di alcuni santi è rossa). In molte raffigurazioni tradizionali la Madonna veste proprio di rosso e blu, simbolo della sua natura umana rivestita di divino. Questa è una curiosità interessante: i “nostri” blaugrana calcistici richiamano inconsapevolmente anche la tavolozza mariana classica. Certo, nel caso del Barça l’origine non fu religiosa, ma trovo affascinante come i simboli possano assumere eco diverse in contesti diversi.
La Madonna di Montserrat a Scigliano (Calabria): Fede Catalana in Terra di Sud
La diffusione del culto di Montserrat oltre i confini spagnoli è un capitolo di storia poco noto, ma sorprendente. Durante la dominazione aragonese nel Sud Italia (XIV-XV secolo), i sovrani catalano-aragonesi portarono con sé devozioni e usanze iberiche. Così la Madonna di Montserrat trovò dimora anche in Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e altrove. Ad esempio, già nel 1422 fu aperta al culto una chiesa di Santa Maria di Monserrato in Penisola Sorrentina, e nel 1506 ne sorse una a Napoli. In Sardegna, la toponomastica è piena di “Monserrato” e confraternite locali scelsero la Moreneta come protettrice. Insomma, la “fede montserratina” viaggiò per mare con i marinai e soldati iberici, radicandosi in varie terre lontane dalla Catalogna.


Nel piccolo borgo di Scigliano, in Calabria, esiste ancora oggi un santuario dedicato a Maria Santissima di Monserrato, segno tangibile di questo legame storico. Ho approfondito la storia locale ed è emersa una vicenda davvero affascinante: sul finire del XVIII secolo (intorno al 1790), un pastore del posto di nome Giovanni Sposato ebbe un sogno prodigioso. La Vergine Maria gli apparve indicandogli un luogo preciso nel bosco dove scavare. Il pastore, obbedendo alla visione, scavò in quel punto e riportò alla luce un antico dipinto raffigurante la Madonna di Montserrat!
Un’altra versione, più popolare, racconta invece che il pastore Giovanni Sposato dalla finestrella della sua umile casa, vedeva di notte sempre una luce in un determinato punto. Una sera, decise di indagare, si recò sul luogo e ritrovò il dipinto raffigurante la Madonna e il Bambino. Sul luogo del ritrovamento fu eretta, in seguito, una edicola votiva con raffigurante l’effige del quadro ritrovato.
Il quadro rinvenuto venne collocato inizialmente nella chiesa di San Nicola, nel borgo principale di Scigliano, ma misteriosamente il giorno dopo fu ritrovato dove adesso è posizionata la chiesa di Monserrato. Da allora fu venerato come immagine miracolosa della Madonna di Monserrato. Si racconta che quel dipinto fece così tanta impressione che la devozione esplose immediatamente, richiamando pellegrini dai dintorni. Nel tempo, l’immagine sacra è stata impreziosita da riconoscimenti solenni: ricevette perfino la corona d’oro dal Capitolo Vaticano in segno di devozione universale.
La chiesa di Santa Maria di Monserrato a Scigliano fu dunque costruita in seguito a quell’evento miracoloso, con le pietre delle mura dell’antico castello allocato non lontano, in una posizione panoramica sulla parte alta del paese (località Calvisi) da cui domina le frazioni sottostanti. Venne completata verso la fine del Settecento, in pieno periodo borbonico. Interessante notare che accanto sorse anche una Casa d’Istruzione (un piccolo seminario o scuola religiosa) fondata intorno al 1790 da un sacerdote locale, oggi divenuta un edificio civico. La storia della chiesa nei secoli seguenti non fu priva di difficoltà: trovandosi in zona isolata, ha sofferto l’usura del tempo e probabilmente i terremoti che spesso hanno colpito la Calabria. Oggi dell’antica struttura settecentesca rimangono intatti soprattutto il portale d’ingresso originale in pietra, l’altare maggiore in marmi policromi e alcune opere d’arte sacra. Il resto è frutto di restauri e ricostruzioni, ma l’atmosfera che si respira entrando è quella di un luogo antico e venerato.
Ogni anno, la seconda domenica di luglio, Scigliano celebra con grande fervore la festa della Madonna di Monserrato. È la ricorrenza dell’“Immagine Miracolosissima” e coincide con il periodo estivo in cui molti emigrati tornano al paese: vi confesso che è un evento sentito quasi quanto la festa patronale. La statua della Madonna viene portata in processione per le strade e perfino condotta attraverso tutte le frazioni di Scigliano, quasi a benedire ogni angolo della comunità. Non è solo una cerimonia religiosa, ma anche un momento identitario per gli sciglianesi, che rinnovano un legame antico con la Catalogna. Pensate, in Canada (a Toronto) c’è una comunità di emigrati originari di un altro paese devoto a Monserrato, Vallelonga, che organizza addirittura feste in onore della Moreneta oltreoceano – segno di quanto tenace sia questa devozione anche quando si è lontani dalla propria terra.
– di Paolo Talarico (ingegnere e “alfiere delle terre natìe”)
(Fine prima parte, continua domani)



























