di Raffaele Arcuri –
E’ un mistero urbano che accade ai viaggiatori della metropolitana a Milano. Ma se il prossimo treno è tra 3 minuti e mezzo, perché correre come se non ci fosse un domani?
Capisco in Calabria, dove se perdi la littorina e resti di sera alla stazione di Gagliano, vieni assalito da un concreto senso di terrore perché non sai come “ti ricogli alla casa”, ma qui, dove ci si potrebbe prendere un attimo di respiro, tutti vanno di fretta.

Corrono i viaggiatori, corrono le valigie, talvolta anche da sole, giuro, le ho viste. Corrono le mamme che accompagnano i bambini il primo giorno di scuola. Corrono anche le monache, di ogni ordine e nazionalità, in questi spazi dell’anonimato che Marc Augé ha definito “non luoghi”, tenendosi il bordo della veste e il velo con leggerezza e grazia naturale. Neanche il Paradiso può attendere.
Siamo in pochi a non correre. Io non corro, non posso, il mio nervo sciatico mi ricorda che devo andare piano, allora mi fermo ogni tanto, mi appoggio da qualche parte e scrivo, fino a che il dolore si placa. Per scrivere non bisogna avere fretta e occorre regalarsi il tempo di osservare.Forse si corre per sfuggire al vuoto. Perché quando ci fermiamo rischiamo di pensare all’essenziale, e questo ci fa paura. Allora tutti di corsa, nel goffo tentativo di seminare tra la folla quel fardello di fragilità e dubbi che ci portiamo addosso e che cerchiamo di isolare ai confini più remoti del nostro quotidiano. Ma è una corsa inutile, perché appena rallentiamo, i nostri fantasmi ce li ritroviamo davanti, ad attenderci, sorridendo.


























