di Alberto Capria –
Ci sono fatti e cambiamenti che articolano e disarticolano i parametri della vita sociale, relazionale, lavorativa ed economica; e la scuola, spesso incapace di studiare e proporre soluzioni innovative e scenari nuovi che anticipino le domande, si ritrova a rincorrere azioni che interessano il mondo di cui la stessa fa parte.
Di fronte a questo incontrovertibile quadro i decisori politici hanno sistematicamente proposto “riforme epocali”, spesso viziate da approssimazione, qualche volta accompagnata a presunzione.
Il risultato è consistito in cambiamenti esclusivamente formali, lontani dal fornire alla scuola strumenti per affrontare mutevoli quotidianità e cicliche emergenze: la grande incompiuta, la legge sull’autonomia scolastica, è lì a dimostrarlo!


D’altro canto gli insegnanti – di tutte le “materie” – devono discostarsi dalla propria cultura disciplinare di riferimento per ricomprenderla, valorizzandola, in una visione più ampia che aiuti lo studente ad elaborare il proprio senso critico, la propria genialità, i talenti di cui dispone; per realizzare una nuova maieutica che diventi l’humus essenziale della scuola di ogni ordine e grado.
All’insegnante non si chiede di essere solo un tecnico dell’insegnamento, men che meno un cultore della propria disciplina nella quale specchiarsi, ma animatore entusiasta di situazioni formative sempre nuove, un appassionato regista in grado di suscitare entusiasmo sul proscenio della vita, entrando tanto in empatia con i suoi allievi da renderli co-costruttori della propria crescita.
Se è questo un incontrovertibile dato, interrogarsi in primis su modalità e criteri di selezione della classe docente, è elemento dirimente; chiedendosi, contestualmente, se è sufficiente conoscere accuratamente la propria disciplina per essere un buon docente. Certamente no: la funzione docente è tanto delicata quanto complessa, molto complessa!


L’attitudine pedagogica e psicologica di un candidato alla docenza, è elemento decisivo. E certamente l’Anno di formazione/prova, spesso ridotto a formale adempimento, difficilmente riesce a valutare queste fondamentali precondizioni.
Ed allora è opportuno, per esempio, che la scelta di dedicarsi all’insegnamento fosse fatta in fase di iscrizione universitaria; laurearsi e dopo – solo dopo, molto dopo – decidere di dedicarsi all’insegnamento, magari come ultima spiaggia, è una prassi non più sostenibile.
Ed ancora è auspicabile che si stabilisca, opelegis, che tutti i futuri docenti abbiano obbligatoriamente nel loro piano di studi universitario Psicologia dell’età evolutiva, Didattica generale e Tirocinio didattico.
Utile sarebbe predisporre, a livello ministeriale, un serio, ponderato, condiviso, accuratamente monitorato Piano Nazionale di Formazione, prendendo atto che uno dei problemi più cogenti della scuola è la competenza didattica claudicante; priorità assoluta.


In ultimo, ma non in termini di importanza, fissare definitivamente un tetto massimo di alunni per classe che non vada oltre i 15/18 allievi, proprio per valorizzare la positività di interventi didattici opportuni. Qualità dell’azione didattica e quantità, da sempre sono strade che confliggono!
Sono solo alcune riflessioni/proposte, senza pretesa alcuna.
Bisogna prendere atto, una volta per tutte, che l’insegnante preparato non svolge la sua preziosa funzione per costruire oggetti da esporre, ma per preparare individui alla vita: la loro… e la nostra!
Alberto Capria
Dirigente Scolastico – Vibo Valentia





























