Esistono ancora degli alberghi da sogno, unici come quelli descritti nelle fiabe, o nei film d’altri tempi? Se parliamo della Calabria di oggi di questi posti fiabeschi, leggendari ed impregnati di storia non credo che ce ne siano poi così tanti.
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Uno di questi luoghi fu l’Albergo Parco delle Fate, sito nel Villaggio Mancuso nel Comune di Taverna. Ho una grande nostalgia mista a rabbia nel definirlo col verbo al passato remoto.
Questa bellissima ma ormai decadente struttura non è più ricettiva, vederla oggi nel totale abbandono e consumata dal tarlo del tempo mi porta a rivangare con nostalgia gli anni del suo splendore, gli anni spensierati della mia adolescenza in gran parte passata a lavorare in quest’albergo per varie stagioni estive. Era un pomeriggio di giugno del lontano 1979 quando misi per la prima volta piede in questa struttura, avevo quindici anni e all’epoca frequentavo l’Istituto Professionale Alberghiero di Soverato e mi stavo per misurare con la mia prima stagione lavorativa proprio in questo bellissimo posto. Ricordo bene il mio stupore al primo impatto con l’Albergo delle Fate. Mai nella mia giovane vita mi ero trovato in un contesto così idilliaco ed emozionante. Fui sistemato in un villino adiacente in legno che era l’alloggio del personale. Lasciai la mia valigia di similpelle su una branda e, timoroso, mi recai nell’albergo in cerca del guardaroba dove mi era stato detto che mi avrebbero consegnato coperte e lenzuola per farmi il letto.
Girai per i corridoi poco illuminati in cerca delle stanze del guardaroba, ero molto imbarazzato di non essere riuscito a trovare i locali che mi erano stati indicati e stavo per imboccare la rampa di scale in legno che portava nel piano inferiore dove era situata la hall con la portineria, quando mi vidi chiamare. Era una donna anziana, fisicamente minuta e un viso scarnito dietro i suoi occhiali. Teneva della biancheria sotto braccio e delle chiavi in mano. “Cosa fa lei qui! Cerca qualcosa?” Mi disse. “Cerco il guardaroba signora, devo prendere lenzuola e coperte e cuscino per farmi il letto”. La signora accennò ad un sorriso. “Mi chiamo Teresa e lavoro ai piani” disse invitandomi a seguirla, che mi avrebbe dato lei l’occorrente. La rividi all’ora di cena nell’office adiacente alle cucine intenta ad apparecchiare un tavolo. Eravamo ancora in pochi del personale altri sarebbero arrivati nei giorni a seguire. Mi sedetti al tavolo mentre il cuoco sporzionava la cena sotto gli occhi scrutanti dei commensali che avevano già preso posto.
Avevo vergogna, mi sentivo accerchiato da quella gente adulta che mi porgeva delle domande con toni cinici e indaganti. Più di tutti il cuoco: uomo robusto dalle grandi mani temprate dal fuoco dei fornelli, spiccava tra tutti con la sua pelle bianca come se fosse uscito dalla candeggina. Ironizzava sulla mia tenera età con gli altri, convinto che non avrei resistito tre giorni. In quel contesto fui preso da un attimo di sgomento, mi sentivo indifeso, sottomesso a quegli sguardi austeri, osservavo in silenzio le figure intorno a quel tavolo lungo e largo, così sicuri nel loro ego mentre consumavano la cena con vociare impetuoso. Di certo io ero il nuovo arrivato e, per questo, dovevo subire il loro battesimo di fuoco. Volevano sapere da dove venivo, chi mi aveva portato, quale sarebbe stata la mia mansione, e io, titubante, rispondevo con aria incerta e impaurita che avrei voluto fare il cameriere.
La guardarobiera Teresa venne in mio soccorso, si era accorta della sfrontata dominanza che avevano quelle persone su di me. Lei stava seduta al mio fianco ed era l’unica che stava in silenzio, non faceva domande se no, ogni tanto, un timido sorriso nel guardarmi e ad invogliarmi a consumare il pasto. Teresa fu l’unica che mi rassicurò, dietro quel suo viso consolatorio segnato dalle rughe e dalle fatiche del tempo, trapelava la sua grande esperienza di vita. “Lasciatelo in pace questo povero ragazzo, non lo vedete che è stanco, finitela di prenderlo in giro”. Capii subito che Teresa aveva una grande influenza su quella marmaglia, voleva proteggermi come avrebbe fatto una madre col proprio figlio e per questo divento da subito il mio punto di riferimento. Finita la cena mi consiglio di andare a dormire e di non preoccuparmi che presto mi sarei abituato a quell’ambiente. Così feci, uscendo dall’albergo mi avviai al villino del personale, la mia stanza era al piano superiore dove non dormiva ancora nessuno, l’avevo capito vedendo le altre stanze vuote, provato da quella imbarazzante cena e dalla stanchezza mi misi subito a letto.
Era la prima volta che dormivo da solo fuori dalla mia casa, al convitto della scuola alberghiera dormivo in una stanza con altri tre ragazzi della mia età, invece, in quel momento, mi trovavo solo e a dir poco spaesato. Chiuso in quella camera odorante di polvere, completamente rivestita con canne intrecciate, priva di armadio e comodino spiccava solo una sedia in quel vuoto spartano. Avevo paura, sentivo schiamazzi e rumori di passi amplificati dal pavimento di legno di chi rincasava nel dormitorio. Piansi, piansi pensando che qualcuno di loro avrebbe bussato alla mia porta ma passo del tempo e non successe niente, guardai dai vetri della finestra l’albergo con la sua meravigliosa imponenza: il solarium col pergolato di glicine e rose rampicanti, gli abbaini che dominavano alti sul grande tetto color marrone, le torrette del bel vedere, la doppia scalinata dell’ingresso principale contornata da piante di ortensie e rose, una parte del giardino del ristorante con gli ombrelloni chiusi sulle piazzole, dove stavano sistemate poltroncine e tavolini bianchi in legno verniciato.
Era tutto così straordinariamente fiabesco l’Albergo delle Fate. Leggermente illuminato dalla luna e dalle poche lampadine fioche che lo attraversavano completamente dalla parte in muratura a quella in legno destava in me una strana sensazione. Era tutto così fantastico, irreale, kafkiano, onirico. All’esterno i grandi pini nel piazzale sembravano Giganti, come se fossero una schiera di guardie maestose e sicure, come se fossero stati piantati lì propriamente da qualcuno per proteggere tale bellezza.
Mi dissi: “guarda, guarda Paolo, quale posto più bello al mondo poteva capitarti per il tuo lavoro”. Con questo pensiero chiusi gli scuri della finestra, tornai a letto e mi misi a dormire.
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