Dea, grazie di cuore per le domande così sentite e stimolanti. È stato bello poter insegnare dizione anche a te : porto con me ricordi molto belli, e so che hai talento da vendere. Un grande abbraccio e… viva Le Interviste della Dea!
Quanti aspiranti doppiatori, cinefili, o semplicemente curiosi fra i lettori de ilReventino.it? Tranquilli, ogni ragione è buona per rimanere a farvi i fatti miei!☻
Correva l’anno 1999, e io e questo bel ragazzo, senza metterci d’accordo, nascevamo dal seme dell’arte relativamente vicini nel Sud Italia (io qui in Calabria, a Catanzaro, lui in Basilicata, a Rionero in Vulture). Poi, un bel giorno, la Voice Art Dubbing unì le nostre strade, e da quel momento l’amicizia è stata tale da rimanere! E io posso non intervistare i veri amici? Ma quelli che meritano però, perché Carlo Cristofaro è di fatto uno preciso, che si è fatto da solo, che si è formato in Voice Art Dubbing — e contemporaneamente lavorava a teatro con la compagnia Opera di Giampiero Francese, da cui sente di aver appreso molto, per poi partecipare a diversi seminari di recitazione cinematografica e di biomeccanica (vedi foto giù) — , che a Roma insegna in Voice Art Dubbing (e non solo), impartendo lezioni della materia che per la maggior parte degli allievi è vissuta come il momento precedente alla morte, ovvero dizione. Nel mio caso, mi trovò che ero già ottimo punto, mi ci approcciai per la prima volta alle Medie e un’inflessione così fortemente dialettale non l’ho mai avuta essendo bilingue in Inglese, quindi già l’Italiano grezzo tendevo a parlarlo piuttosto “pulito”, ma quando in classe volavano papere, con questo professore era sempre uno spasso, era categorico ma col perculo, quindi mai pesante, il tempo con lui si spende bene, la tecnica la affini bene! Il mio rapporto con la dizione è nato invece dall’ossessione che avevo da allievo di voler mettere a posto la mia “lucanità“. So che puoi capirmi, proveniamo da due terre con accenti forti e riconoscibili (a proposito, è stato protagonista del bellissimo video promozionale su Taranto, mia città di origine. Guardalo qui: @carlocristofaroo).
Credo profondamente che i dialetti siano un patrimonio da preservare, è importante custodire le proprie radici e portarle sempre con sé. D’altro canto, però, se vuoi fare questo mestiere, è fondamentale creare — almeno all’inizio — un certo distacco. Studiare dizione è un po’ come imparare una nuova lingua. E come ogni lingua, richiede tanto esercizio e tantissima applicazione.


In veste di doppiatore, ha iniziato, con la sua voce fresca e calda, a macinare come si deve dall’anno scorso, lavorando con qualche direttore del doppiaggio importante – s’illumina a parlarmi di Gianni Galassi : con lui, ho prestato la voce ad Augusto Trainotti (che per i colori può pure ricordarlo esteticamente) nel film premio Oscar “Io sono ancora qui” diretto da Walter Salles, ed è stato incredibile. Ho preso parte a “The Brutalist” dove c’è il tuo caro Adrien Brody, e in uscita ho “Downtown Abbey 3”, “Giovani Madri” e “L’Ultimo Turno”. Gianni è un professionista straordinario, a cui sono molto grato per lo spazio e la fiducia che continua a darmi. Sto avendo l’opportunità di lavorare con dei grandi!
Io sono ancora qui – Trailer ufficiale
Il primo doppiatore o la prima doppiatrice che ti ha fatto dire “amo la sua voce, vorrei fare quello che fa lui/lei”? In quale momento della tua vita, effettivamente, e grazie a quale personaggio, se c’è, ha cominciato a bruciare questo fuocherello dentro di te?
Forse non ci crederai ma il giorno in cui ho capito di voler fare il doppiatore ho detto letteralmente le parole che hai riportato tu nella domanda. Ho sempre giocato con la voce. Ricordo che a otto anni iniziai a fare le prime imitazioni, le prime “vocine”. Spulciavo con grande curiosità e interesse i backstage dei film e anche quelli sul doppiaggio… ma ero troppo piccolo per capire che quella potesse essere la mia strada. È stato Andrea Mete a illuminarmi. Maggio 2015, inserisco un vecchio DVD, un film che non avevo mai visto. Il protagonista era Justin Timberlake. Parte il primo anello… ed ecco la luce: Andrea. Andrea con la sua voce! Da quel momento in poi capii che volevo fare doppiaggio. Concluso il liceo, iniziai a studiare in Accademia. Nel 2020 terminai gli studi, ma nel frattempo era scoppiata la pandemia. Il mio primo provino in sala arrivò due anni dopo, con la mitica Chiara Colizzi. Andò bene. Dopo tre mesi mi chiamò per una serie tv: Candy – Morte in Texas. E indovina? In quella serie c’era Justin Timberlake. In quella serie… c’era Andrea. E non è finita qui! In due scene, il personaggio che doppiavo io dialogava proprio con il personaggio interpretato da Timberlake. Puoi immaginare l’emozione: sentire la mia voce suonare accanto a quella di Andrea… è stato come chiudere un cerchio. Uno dei sogni che si è trasformato in realtà.


Non sapevi che quella era la tua Mete, ma se puoi immaginarlo, puoi farlo! Ora, per l’appunto, immaginami una faccia su cui la tua voce ce la vedresti proprio bene… quale attore ruberesti a chi?
Ride fragorosamente.
Ma no, che rubare… no, ti rispondo con totale onestà: al momento questo desiderio non mi abita. Sono in una fase del mio percorso fatta di nuove consapevolezze, sento ancora di star scoprendo tante cose — anche su me stesso. Più che “rubare” un attore a qualcuno, mi piace immaginare un’altra strada: cominciare un percorso da zero con un attore. Seguirlo fin dai suoi primi ruoli, crescere insieme, trovare un’armonia che si costruisce nel tempo. Ecco, quella per me sarebbe una vera conquista.


Una vera conquista per te è stata il passaggio da allievo a insegnante. La sfida più grande che senti di aver affrontato in tal senso e la tua prima vera soddisfazione al leggìo?
Devo dire che, in questo mestiere, ogni volta è una soddisfazione. Può sembrare retorico, ma mi ritengo davvero fortunato: per me è tutto bello, tutto gratificante, ogni singola volta che sono al leggìo. Ho doppiato, affiancato da Eva Padoan nel ruolo della protagonista Kaya Blanke, Sullivan Jones nella seconda stagione di “Elsbeth“ ora in onda su Rai 2, attore che prima di me era stato doppiato da Gianfranco Miranda e Riccardo Scarafoni, due grandi del mestiere, e personaggio, quello del medico legale Cameron Clayden, che sta piacendo. Ma ti dico, che si tratti di una serie come questa, di un film, di un cartone animato, di un documentario o di una soap opera… ogni occasione ha il suo valore. Per quanto riguarda il passaggio da allievo a insegnante, la sfida più grande — che è anche il motore di tutto — è non dimenticare mai che davanti a te ci sono persone. Non “l’allievo X” o “l’allievo Y” nella classe 100 o 46… ma individui, ognuno con la propria storia, con i propri sogni e obiettivi. La vera sfida è riuscire ad accompagnarli nel percorso che sentono nel cuore. Non ti parlo solo di dizione. Non voglio essere il docente che si chiude nel castello degli accenti. Mi piace pensare di poter essere, quando serve, una guida. Una piccola bussola per chi ne ha bisogno.


E l’errore più comune che vedi fare agli aspiranti doppiatori? Come cerchi di correggerlo basandoti sulla tua esperienza diretta? E qual è la cosa più sorprendente che hai imparato insegnando dizione, magari qualcosa che non ti aspettavi?
L’errore più comune che vedo negli aspiranti doppiatori è pensare che basti frequentare un corso una volta a settimana per cambiare davvero le cose. Purtroppo non è così. Serve un lavoro quotidiano. Faccio spesso l’esempio del cestista o del calciatore: se vuoi arrivare a giocare a livello professionistico, devi allenarti ogni giorno. Con la dizione è lo stesso: il cervello ha bisogno di costanza per riuscire a sradicare un suono vecchio e sostituirlo con uno nuovo. Puoi anche conoscere a memoria tutte le regole della dizione, ma se non le applichi con continuità… tutto resta teorico. E quindi, vano. Mentre la cosa che mi sorprende sempre, insegnando dizione, è la tempistica con cui avviene la trasformazione. Ovviamente, ogni persona ha i suoi tempi. C’è chi riesce a stravolgere il proprio modo di parlare in un anno, e chi impiega quattro. Entrambe le cose sono normali.Quello che però continua a sorprendermi è che, nei primi mesi — a volte per un anno intero — sembra tutto fermo. Certo, qualche parola inizia a suonare meglio, a essere detta correttamente… ma è ancora tutto molto meccanico, quasi rigido. Poi, se c’è costanza e applicazione, succede qualcosa. Un piccolo scatto, uno slancio, e all’improvviso cambia tutto. È come se la dizione, da “tecnica esterna”, diventasse finalmente parte della persona. E da lì… si cambia musica davvero. Io devo molto a Riccardo Cascadan, fondatore della Voice Art Dubbing e ora collega fra i prof. di dizione, perché lo “scattino” in avanti da allievo a docente è stato un riconoscimento per l’impegno messo.
Sì, una cosa che inceppa all’inizio può essere la resa della voce troppo portata, sospirata, non piena, perché nell’immaginario del principiante “si avvicina” al suono che produce quella di un doppiatore. O l’interpretazione troppo robotica, priva di anima, che si concentra eccessivamente sulla dizione in sé. Tu, per esempio, quest’aspetto della credibilità vocale come lo gestisci quando ti trovi a doverti interfacciare con l’interpretazione di personaggi di età, genere o provenienza molto diversi dalla tua? Provi pressione?
Devo ammettere di non sentirne molta. Poi, un buon direttore, soprattutto se ti conosce, tende a distribuirti su attori che si “sposano” bene con la tua voce, con il tuo modo di lavorare. E da lì, secondo me, tutto scorre in modo naturale. Quando sei al leggìo e ti connetti davvero con l’attore che stai doppiando, il lavoro prende forma da solo. Il doppiaggio, in fondo, è come se fosse tutto già pronto, tutto apparecchiato. L’attore sullo schermo ti dà tutto quello che ti serve — se è bravo, ancora di più. Te lo comunica con la fisicità, con lo sguardo, con la mimica, con la voce. Il tuo compito, come doppiatore, è “solo” quello di seguirlo con attenzione… e il resto viene da sé.
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