L’immagine che ci ha inviato il fotografo Antonio Renda ci riporta alla più stretta attualità degli incendi che stanno affliggendo i nostri territori, dei roghi in cui – come streghe innocenti d’altri tempi – perdono la vita moltitudini di alberi.
Se siamo capaci di trattare così un albero, forse vuol dire che non meritiamo di godere della sua bellezza, ma neppure della sua ombra, dei suoi frutti, dell’ossigeno che libera nell’aria e che ci è necessario per respirare e dunque per vivere.
Perché la natura non è solo un piacere per i nostri occhi di vacanzieri un po’ distratti, o magari più attratti dal buon cibo che da un bel panorama, ma anche ciò che sapevamo chiamare Madre Terra. Ne conoscevamo il vero nome e sapevamo pronunciarlo con la giusta deferenza.
La natura, proprio come una vera madre, ci riforniva di ogni risorsa per la nostra sussistenza, per la stessa sopravvivenza del genere umano. Almeno fino a quando non è stata inventata l’industria chimica e quella alimentare, gli allevamenti intensivi e la speculazione edilizia, e tutto ciò che ha contribuito a farci assumere quella sicumera che ci ha portato a snobbarla, a prestarvi sempre meno attenzione, a non pensare a quanto le risorse del pianeta – per quanto illimitate potessero apparire – fossero al contrario destinate ad esaurirsi.
Certo, tra gli umani, come tra tutte le specie viventi che affollano il nostro pianeta, ci sono i buoni e i cattivi, gli ecologisti e i piromani. Ma se c’è ancora qualcuno capace di appiccare il fuoco e distruggere un bosco, o anche un solo albero, forse l’umanità merita davvero di estinguersi come i dinosauri 65 milioni di anni fa. Anche perché alberi e terra sono indissolubilmente legati, se non altro attraverso le radici, mentre noi umani sulla terra ci camminiamo soltanto, ci costruiamo, facciamo i nostri comodi.
Come ci ricorda in qualche modo il poeta, rimarcando la nostra superficialità nel saper apprezzare questi nostri alleati di sempre:
<< disboscavano disboscavano / disboscavano / si è visto che abusavano / Certo la fine degli alberi / o la fine della terra / non è la fine del mondo / ma ormai era diventata un’abitudine >> (Jacques Prévert, Alberi)
Ma anche l’autore della fotografia lascia trasparire tutta la sua indignazione, il desiderio di non dover mai più dirigere il suo obiettivo verso un simile sfregio. E lo fa con questa frase lapidaria:
<< Una foto di grande attualità, con per soggetto un monumento all’imbecillità. >>
E ancora, continua Prévert:
<< Un tempo i boschi le foreste / avevano bellissimi ricordi / crudeli e gai / Un tempo i boscaioli / avevano riguardo per gli alberi / un tempo i boscaioli / bevevano alla loro salute >>
Ci sia di monito quest’ombra che si staglia, questo legno scuro, bruciato da fiamme che si estinguono lasciando opere morte, questo scheletro che ci fa guardare attraverso i suoi squarci per ricordare e ricordarci i suoi simili. Per insegnarci il rispetto!
di Raffaele Cardamone

In basso, la foto realizzata da Antonio Renda: 
Foto di Antonio Renda (Fototeca della Calabria)

























