Ninfa Marilena Vescio è una donna molto sensibile ai problemi del prossimo, dell’altro, ma, nello stesso tempo decisa e piena di idee che, da poco, ha lasciato il mondo della scuola e lì anche un pezzo di cuore. In particolare al CTP (poi CIPIA) della “Fiorentino-Borrello” di Lamezia Terme, dove, per oltre 20 anni ha insegnato agli stranieri adulti, tra cui anche ai Rom, da sempre oggetto di discussione e pietra dello scandalo per molti governi cittadini.
La contatto telefonicamente. Abbiamo scritto di tante cose dal 2006 quando ci siamo conosciuti e mi dice che sta preparando un volumetto molto interessante proprio sugli “zingari” di Scordovillo. Un opuscolo, come ama definirlo, che raccoglie la storia dei nomadi di questo campo così controverso e da sempre, latore di problemi e fatti di cronaca vari.

Una storia un po’ diversa, che non si è vista, né sentita in giro: una storia anche fatta di esperienze personali, di momenti belli e formativi, ma soprattutto, una storia trasversale. Che cerca di raccontare in modo disincantato e più obiettivo possibile, ciò che i Rom rappresentano e hanno rappresentato negli ultimi 70 anni, per la città della Piana e per tutto il suo comprensorio.
Nel suo libro Ninfa parla di tante cose e così, per darne un’idea (senza avvolgerlo più di tanto di mistero anche perché non ci sembrava proprio il caso visto l’argomento), in una sorta di avant premiere, abbiamo deciso, di comune accordo, di realizzare un’intervista-viaggio, divisa in più parti, che ripercorra l’evoluzione di queste comunità, molto particolari e, per certi versi, sui generis, sul territorio lametino.
Ninfa, partiamo dalla storia dei Rom in città. Dal fiume Piazza a Scordovillo, cosa è cambiato?
“Il trasferimento a Scordovillo, circa quarant’anni fa, allontanò i Rom dall’argine del fiume Piazza diventato malsano anche a causa di varie alluvioni e straripamenti e, col tempo, i carrozzoni e le roulotte, nel nuovo sito, furono sostituiti con baracche ricoperte da lamiere e container di fortuna trasformati poi in case.

Pian piano, però, Scordovillo , trovandosi in una zona interna e poco visibile, allontanò gli ormai residenti dalla società civile, diventò una sacca di marginalità, un focolaio di microcriminalità; bambini sottratti all’educazione scolastica, malattie, situazioni di grave indigenza, continui roghi alla diossina. Scordovillo si trasformò in breve in una discarica abusiva, di rifiuti speciali e non, carcasse di autoveicoli, materiali di risulta, pneumatici, elettrodomestici e altro con il perpetrarsi di reati di occupazione, mediante costruzioni edilizie abusive, di spazi pubblici annessi ai moduli abitativi originari, di furti costanti di energia elettrica, mediante allacci abusivi alla rete ENEL attraverso cavi volanti destinati a fornire la corrente elettrica per gli usi domestici.
Reati ripetuti e tollerati o comunque resi possibili attraverso il divieto da parte degli stessi Rom di ogni possibile accesso pubblico a Scordovillo a fini di ogni controllo o repressione. Il campo diventò anche luogo di ricovero o smercio o reimpiego dei proventi dei reati commessi all’esterno del Campo (dalle rapine, ai furti, alle estorsioni praticate anche nella forma del cosiddetto “cavallo di ritorno” quale mezzo per la restituzione dei veicoli rubati e trafugati all’interno del Campo) e lo stesso, nei fatti, è stato quindi, sottratto all’autorità ed al controllo dello Stato e dello stesso Comune di Lamezia Terme. Una situazione incancrenitasi sempre di più, divenuta, nel corso del tempo, insostenibile e che perdura ancora oggi”.
Per dirla coi latini “Suo more”, tradizioni e costumi duri a morire.
“I Rom sono fermamente legati ad alcune loro tradizioni e alla loro cultura; una cultura orale tramandata di generazione in generazione e nascere, crescere e vivere in una cultura “orale” significa possedere una “mente differente” rispetto a chi nasce, cresce e vive in una cultura alfabetica. Un possibile cambiamento e integrazione implica la necessità di trovare le giuste strategie per creare motivazioni ad apprendere, ad imparare, a cambiare, ad entrare in sintonia con l’altro, con i gagè*.

L’integrazione è comunque un processo lungo e laborioso che necessita di tempi e adeguate metodologie, deve portare alla condivisione e osservanza di regole che facilitano i rapporti di civile convivenza e non deve rappresentare l’imposizione o la sovrapposizione di una cultura su un’altra. In tal senso sarebbe come privare l’individuo del suo diritto di libertà e individualità.
L’integrazione è fondamentalmente un problema culturale e richiede tanto tempo e buona volontà, che avviene sicuramente più facilmente con i ragazzi che sono nati e crescono in loco, che anche saltuariamente frequentano le scuole e che hanno comunque una mente più aperta al cambiamento. Basta soffermarsi sul modo di vestire e di atteggiarsi dei giovani Rom di oggi rispetto agli anziani, sul diffuso bisogno per alcuni aspetti, di imitare i gagè, per sentirsi come loro e non essere inferiori. Questa è la vera integrazione naturale, il traguardo, ma ancora, da noi, oltre alla nascita in loco di nuove generazioni, per molti versi, perdura la diffidenza e l’isolamento.
Integrare culture diverse è davvero difficile ma ritengo fermamente che sia possibile ove ci sia anche sensibilizzazione della società civile disponibilità, e apertura mentale per costruire una rete permanente e ciò in ossequio al rispetto dei diversi”.

Nonostante la diffidenza che ne accompagna la vita sociale, nel corso del tempo, qualcosa di buono è stato fatto.
“Sicuramente…nel corso del tempo ci si è posti il problema con più o meno vigore a seconda dei governi politici e delle circostanze. Sono state coinvolte le associazioni di volontariato che hanno mirato all’integrazione dei bambini in ambito scolastico e delle donne adulte considerate come elementi importanti di cambiamento in ambito familiare e sociale. E’ stata creata qualche cooperativa (la Ciarapanì, ad esempio), per la raccolta differenziata che tra i suoi sedici soci conta 8 Rom.
Credo che sotto l’aspetto più propriamente politico la presa in carico del problema in forma più organica ed integrale sia da attribuire in particolare all’amministrazione Speranza che si è mostrata più sensibile ai problemi degli ultimi e degli indifesi.

Nel 2011 l’ente locale, guidato appunto dall’allora sindaco Speranza, a seguito di un’ordinanza di sgombero da parte della Procura della Repubblica diede esecuzione al provvedimento, previo reperimento di alloggi sfitti di proprietà del Comune, in diverse zone della città e assegnazione con relativa allocazione delle famiglie Rom per 35 nuclei familiari e per un totale di 140 cittadini. Tutto ciò in considerazione del fatto che per una effettiva inclusione era necessario distribuire sul territorio nuclei familiari isolati, se pur soffocando anche quell’istinto di libertà così caro a loro e abbattendo di volta in volta la “baracca” o roulotte, per impedirne un possibile rientro al campo. Tali nuclei familiari seguiti dai servizi sociali e affiancati da figure esperte iniziavano, così, il loro difficile cammino verso l’integrazione e la faticosa accettazione di regole di una comune società civile. Gli zingari per loro natura sono spiriti liberi che non accettano regole, padroni e limitazioni.
Grazie anche ai finanziamenti comunitari, ministeriali e alle sovvenzioni comunali, la scuola attraverso il CTP (scuola per adulti) e con la collaborazione delle associazioni preposte all’integrazione, ha potuto dedicarsi ad attività straordinarie di approfondimento extracurriculare che, altrimenti, non avrebbe avuto le risorse per effettuare e che sono stati utili sia per lo sviluppo di percorsi formativi- informativi che di nuove forme di espressività e manualità propedeutiche ad eventuale inserimento lavorativo.
A fine percorsi venivano organizzate mostre con i manufatti prodotti ad esito dei laboratori che affiancavano le attività più propriamente teoriche, manufatti nati dalle loro mani, un incentivo in più a rafforzare l’autostima, la consapevolezza di essere anche loro capaci di fare, di creare”.

Un problema ancora irrisolto. Perché?
“La storia dei Rom a Lamezia Terme inizia intorno agli anni 50, quindi possiamo parlare di quasi tre generazioni che si sono succedute sul nostro territorio. A distanza di tempo e giudicando con una certa obiettiva lucidità, a favore dei concittadini Rom sono stati intimati provvedimenti urgenti e spesso più tendenti a tamponare situazioni di emergenza, che a risolvere il problema, sono state fatte sperimentazioni occasionali di percorsi di integrazione dai governi politici della città, sono stati spesi soldi che si sono concretizzati prioritariamente in forme di assistenzialismo e che tra i beneficiari hanno creato una mentalità di soli diritti, di pretese senza nulla in cambio.
E’ stata proprio la dispersione delle azioni, la mancanza di un piano strategico sul territorio con il coinvolgimento di tutte le istituzioni operanti nel tessuto sociale, è stata la mancanza di un Osservatorio permanente sul territorio, è stata la scarsa sensibilizzazione della società accogliente, a fare registrare un certo fallimento nelle azioni del passato.
La scuola per adulti il CTP che ha operato su tutto il territorio lametino, dal 2005 al 2015, partendo dall’analisi del fallimento, dai dati concreti, da una mappatura dei bisogni senza trascurare naturalmente i bisogni e le aspettative della società accogliente, ha progettato una serie di percorsi nel rispetto della cultura di chi doveva essere accolto per essere integrato nel tessuto sociale e da chi accoglieva che manifestava una giustificabile insofferenza. Si è dato avvio, secondo un piano integrato che ha visto interessati tutti gli attori istituzionali sul territorio coinvolti a pieno titolo nella problematica Rom, ad interventi ad ampio raggio in tema di istruzione e formazione, lavoro, salute e alloggio. La complessità dell’intervento, avrebbe però necessitato di un respiro più ampio, di tempi più lunghi, di azioni più durature. Il bilancio a fine percorso ha mostrato che non è stato semplice lavorare con i Rom, ha richiesto una buona dose di adattamento continuo ai loro tempi e ai loro ritmi, ma anche e soprattutto l’accettare una diversità che non sempre si riesce a spiegare e cogliere come elemento proprio della cultura Rom. A partire dal 2015 con la riorganizzazione del CTP in CPIA e con il cambio di gestione con altra amministrazione e dirigenza, le priorità sono state altre e i benefici faticosamente raggiunti, sono andati via via dispersi”.

*Note:
- Il termine gagé indica nella lingua romanì “il non essere rom o meglio il non appartenere alla dimensione romanì”. (Dal sito: “Viverecivile.it”)
- Il gagio è il sedentario, il servo, il contadino attaccato alla sua terra, l’uomo che vive chiuso nella sua casa, invece che vivere libero all’aria aperta. (Da: (Enciclopedia Treccani dei ragazzi)

























