Pare che il lembo di terra che dal Monte Reventino degrada lentamente verso le sponde del fiume Savuto sia stato, un tempo, una sorta di terra di mezzo, un luogo sospeso tra realtà e mito, non così distante da quello immaginato dallo scrittore J.R.R. Tolkien ne Il Signore degli Anelli.
Come nella Middle-earth tolkieniana, anche queste valli calabresi sembrano siano state abitate, nei secoli passati, da esseri straordinari che convivevano con gli umani, in gran parte contadini, scegliendo di dimorare in luoghi precisi, considerati dai residenti da evitare o da attraversare con timore reverenziale.
Si racconta che il Monte Reventino fosse popolato da ninfe e fate, creature eteree che vivevano in simbiosi con gli abitanti di Conflenti. Un legame profondo, fatto di rispetto e mutuo aiuto, che si spezzò per via della troppa curiosità degli uomini. Questo tradimento segnò la fine del sogno, il nuovo centro urbano non sorse più sulle cime del Reventino, ma restò a valle, dove oggi si trova l’attuale abitato.
Poco più a nord, nel borgo di Pittarella (Pedivigliano), vivevano invece le magare, donne sapienti, note in tutto il Regno di Napoli e anche oltre per le loro arti divinatorie e conoscenze magiche. Accanto a loro, i misteriosi Tumbarinari, percussionisti sacri che pare fossero in grado di comunicare con la terra stessa, riproducendo il suo battito con tamburi ipnotici. Entrambe queste presenze svanirono con lo spopolamento delle valli, iniziato nel corso del Novecento.
Nel comune di Pedivigliano si erge ancora oggi la Petra a crapa, una bizzarra formazione rocciosa segnata da incavi di origine ignota. Intorno a essa si intrecciano leggende di riti arcaici forse preistorici. Poco distante, sulle rive del Savuto, si racconta esistesse una fonte miracolosa. Secondo lo storico Barbagallo, proprio lì morì la regina Isabella d’Aragona, moglie di Filippo l’Ardito, in viaggio verso la Francia. Il suo corpo, fu in seguito trasportato e sepolto nel Duomo di Cosenza. Della fonte, conosciuta come la Fontana della Rijna, si sono perse le tracce, ma quasi certamente era collocata tra il territorio di Scigliano e Martirano.
A Scigliano, antica città regia, la tradizione orale tramandava la presenza di un gigantesco serpente che custodiva i ruderi del castello e i suoi lunghi cunicoli sotterranei oggi interrati. Un’immagine che richiama quella del drago, in fondo era solo un serpente alato. Ma la figura più viva nella memoria collettiva è un’altra: U Monachiallu.

Il monachiallu era uno spiritello domestico, simile al munaciello napoletano, ma con caratteristiche proprie. Alto non più di cinquanta centimetri, con l’aspetto di un bambino di tre anni, vestiva un saio bianco simile a quello dei domenicani. Il viso restava quasi sempre in ombra, nascosto dal cappuccio o da uno strano copricapo a punta.
Prediligeva abitare case con scale in legno e soffitte, in particolare quelle con solai completamente in legno. Si aggirava anche nei boschi, dove però diventava pericoloso incontrarlo. Irascibile e violento, colpiva con un bastone o lanciava pietre, mentre con la sua mano destra, dotata di una forza eccezionale, era capace di stringere con grande forza per allontanare i malcapitati. Si dice custodisse un tesoro nascosto sotto alberi di castagno o ulivo, affidatogli dalle fate per essere conservato per trecento giorni.

I borghi più infestati erano l’attuale Colosimi, Villanova e ciò che resta dell’antica università di Scigliano, sebbene le sue tracce fossero presenti in tutto il territorio.
Nelle case, il monachiallu si comportava come un coinquilino molesto: sollevava le coperte di notte, faceva sparire e riapparire oggetti, lasciava pizzicotti che al mattino si manifestavano come lividi neri sulla pelle, rubava provviste, in particolare ghiotto di frutta, e disturbava la quiete notturna con rumori inspiegabili. Bussava alle porte, faceva crollare intonaci, spingeva fumo giù dai camini, intrecciava le criniere dei cavalli. Ma la sua “specialità” era nascondere oggetti e farli ritrovare nei posti più impensati.
Eppure, il monachiallu non era malvagio. Aveva simpatie e antipatie. A chi gli era gradito, spesso una giovane e bella ragazza, faceva doni di gioielli sul comò, di vestiti nuovi nell’armadio, di benessere improvviso. Ma guai a vantarsene: lo spiritello, geloso e vendicativo, si offendeva facilmente e iniziavano i dispetti.
Talvolta si affezionava a una famiglia, seguendola anche se cambiava casa. Allora smetteva con i dispetti: spazzava il pavimento, cullava e proteggeva i bambini, portava doni. Il segno più comune della sua presenza erano il rumore dei passi sulle scale di legno o nella soffitta. Per averne la prova certa, si cospargeva di farina il pavimento, al mattino si potevano trovare impronte minuscole, come quelle di un bambino scalzo.
La leggenda vuole che durante il dormiveglia, se ci si ritrovava col monachiallu seduto sul petto, prima della paralisi per via della mancanza di fiato provocata dal peso, era quello il momento propizio per catturarlo. Due i metodi tramandati: il primo consisteva nello strappargli il cappuccio e chiedere un riscatto. Il secondo, più complesso, prevedeva di afferrarlo e intrappolarlo sotto una quadàra, grande pentolone in rame stagnato, e intimargli a voce alta: “Fiarru, spade e corde e campane. Tandu ti lassu quandu me ‘mpari i denari”. A quel punto, pare, fosse obbligato a consegnare oro e gioielli.

Oggi nessuno parla più dei monachialli. Solo qualche anziano ne serba ancora memoria, ma due dettagli fanno ancora riaffiorare questi racconti dal fondo dell’oblio ancestrale collettivo. Uno è il nome di una strada: via Monacelli, a Scigliano, il cui suono sembra evocare quello del “monachiallu”. L’altro è un ritrovamento fortuito all’interno delle mura della ex chiesa di San Francesco, dove tanti anni fa fu rinvenuto il corpo mummificato di una bambina di circa tre anni, vestita con un saio bianco.
Forse solo coincidenze. O forse, come in ogni leggenda che si rispetti, una traccia di quel mondo magico e invisibile che non ci ha mai davvero abbandonati.




























