«Da ragazzo qui per molti ero “u rapper”» e molto spesso l’epiteto era usato in senso dispregiativo, si rammarica un po’ Antonello Pascuzzi, in arte ’Ntoni Montano, nel ricordare i suoi esordi su un piccolo palcoscenico di “piazza Kennedy”, da cui però lasciava già intravedere tutto il suo talento. In effetti l’hip hop in quegli anni lontani era un genere musicale quasi “alieno”, figlio di una cultura lontana ed estranea, che veniva dal Bronx, quartiere di New York che con la frazione Colla di Soveria Mannelli aveva davvero poco a che fare.


Ma non per tutti era così. Io per esempio l’ho apprezzato nei suoi primi concerti, forse anche perché oltre al rock cominciavo a inserire nel mio walkman le musicassette dei 99 Posse o dei siciliani Nuovi briganti o ancora del rapper Frankie hi-nrg mc. E poi mi colpì l’amore per la sua Colla, che riuscì perfino a trasfigurare nel verso de L’infinito leopardiano «Sempre caro mi fu quest’ermo colle”.
E quell’amore, pur nella lontananza di una vita nomade, tra Roma e la Padania, non è mai venuto meno, infatti, non ha mai smesso di raccontare in musica e parole la sua terra: «Cantare in dialetto, nella mia lingua, è stato un modo per restare qui, non è una scelta stilistica ma di identità».
È un po’ un ritorno alle origini questo incontro serale a Soveria Mannelli, nell’Officina della cultura e della creatività, e mai nome fu più appropriato in relazione all’evento ospitato. Un’occasione voluta e organizzata dalla Pro-loco e avallata dall’amministrazione comunale, per consentire a ’Ntoni Montano di presentare in anteprima il suo nuovo disco, il sesto della sua carriera, laddove tutto ebbe inizio.


In disco si chiama Aranar, con un sottotitolo che è già un manifesto: Restanza & Resistenza. Un disco nato da una nuova consapevolezza e da un’esigenza di «denuncia senza paura», di schierarsi dalla parte giusta, per esempio nel pezzo 26.02.2023, che prende il titolo dalla tragica data del naufragio di Steccato di Cutro, in cui lo Stato guardava da un’altra parte, mentre il popolo calabrese «armato di umanità» ha salvato più vite possibili.
O nella cover di Brigante se more in cui c’è tutta la rabbia per un’unità d’Italia fatta a scapito del Meridione e con un vero e proprio genocidio perpetrato dall’esercito sabaudo nei confronti dei presunti briganti, molti dei quali deportati nella fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, da cui non fecero mai più ritorno.


Ma è un disco intriso anche di grande tenerezza quando dedica Aeroplani alla piccola figlia «portatrice sana di cuori», che infatti, per non smentirsi, si prende il suo momento di protagonismo portandogli direttamente sul palco un bigliettino con disegnato l’ennesimo cuore. Una canzone con un testo profondo e sentito, che il video d’animazione, costruito sulle meravigliose illustrazioni di Francesca “Ceska” Crispino, rende ancora più coinvolgente.
Ed è un disco che poi sa diventare ironico in Costa degli dei, quando arriva a rivisitare l’omerica Odissea, con Ulisse che naufraga sulle sponde calabre e Nausicaa che lo accoglie e lo rianima con un elisir che altro non è se non l’amaro del capo; ma è un placement involontario e necessario perché il celebre amaro è ormai entrato a pieno titolo nell’immaginario collettivo.


E a rendere il disco ancora più poetico, in Lettere da Bukowski, proprio in apertura, ci sono i versi del giovane poeta soveritano Stefano Rodofili che si fondono con la musica ed esprimono quella voglia di opporsi alle brutture della società contemporanea, di stare sempre dalla parte dei più deboli e di avere come stella polare i valori di un’umanità che purtroppo va sempre più diradandosi.
A fare da guida sapiente in questo percorso è stato Matteo Rubbettino che ha saputo porre domande stimolanti e mai banali, ma ha anche contribuito con le sue personali riflessioni alla definizione di un artista e di un disco entrambi apparsi professionali, maturi e carichi di storie da raccontare.


Tra gli ospiti della serata, il sindaco di Soveria Mannelli Michele Chiodo, felice di «riportare a casa, almeno ogni tanto, qualcuno dei nostri talenti che sono lontani»; Lino Gigliotti, segretario dell’Anpi del Reventino, che ha parlato di una Resistenza fatta anche da Sud, con molti partigiani di questi luoghi che hanno combattuto il nazifascismo oltre la linea gotica; Nicola Galloro, per lungo tempo consigliere comunale e animatore culturale a Roma, che ha evocato le sue «sfide impossibili» in apparenza, ma destinate a un successo che forse neppure lui si aspettava; Gaetano Moraca, presidente dell’associazione Deda e ideatore del “Festival del Lamento”, che di sfide impossibili se ne intende e che ha infatti anticipato la possibilità di creare un «centro di aggregazione in cui sarà possibile sperimentare la “noia creativa”», quella stessa che forse ha contribuito a fare di ’Ntoni Montano quello che è ora.


E quello che è diventato lo ha messo tutto in Aranar, come afferma lui stesso: «È la mia dichiarazione d’amore alla musica, alla mia terra e a tutto ciò che mi ha reso ciò che sono. Un viaggio tra radici e futuro, tra cuore e coscienza. Il suono di chi non smette mai di credere».
Così come noi non smetteremo mai di credere nel talento di quel ragazzino che oggi si è trasformato in quello che voleva essere: ’Ntoni Montano, “u rapper”.
Raffaele Cardamone




























