

Potrebbe essere una storia come tante, senza particolare interesse mediatico. Ma in un momento storico molto particolare dove siamo continuamente bombardati da negatività, violenza, barbarie e quant’altro di brutto ci possa essere, fa piacere e dà nuova linfa alla vita, ascoltare il racconto di momenti belli che fanno ruotare all’indietro le lancette del tempo e riportano a tempi lontani e ormai sbiaditi, che ritrovano all’improvviso colore e calore.


Quello che in epoche ormai trascorse era consuetudine, quotidianità, oggi è, inevitabilmente, rarità, unicità. Come direbbe il grande antropologo Vito Teti, siamo di fronte a quelle “schegge di ultimità” che l’uomo di oggi a stento riconosce, ma che, a volte, gli si pongono innanzi quasi spiazzandolo, ma riuscendo (perché, fortunatamente l’animo umano riesce ad essere fluido nel rimodularsi in qualsiasi forma), magari dopo un attimo di comprensibile smarrimento, ad adattarsi ed appropriarsi anche di quegli spazi solitamente non frequentati, ma da cui mente, corpo e anima riescono, come le radici del passato che essi rappresentano, a trarre energie positive.
Protagonista di questa bella storia pregna di significati è Antonio Mancuso. Antonio è una persona nota agli appassionati di montagna e di Sila catanzarese in particolare, visto che lavora presso il “Parco Nazionale della Sila Centro Visita Antonio Garcea del Reparto Carabinieri Biodiversità di Catanzaro” a Villaggio Mancuso in località Monaco e guida tante persone, spesso intere comitive, nei luoghi incantati del Parco delle Biodiversità, raccontando storie legate alle meraviglie naturalistiche che attraversa e ammira con loro. Stavolta, però, la sorpresa è stata per lui che ha potuto abbracciare, per la prima volta, delle persone che non aveva avuto ancora il piacere di conoscere: i suoi cugini francesi.


Così Antonio, come si fa con gli amici e noi de ilReventino.it ci onoriamo di essere considerati tali da lui, ci ha inviato un messaggio WhatsApp e ci ha detto se era meritevole di attenzione. Ebbene, non ci abbiamo pensato su due volte e, approfittando del grande senso di umanità e di quei sentimenti senza sovrastrutture o secondi fini di cui questo piccolo scritto era intriso, abbiamo deciso di dargli lo spazio che, giustamente, meritava sulle nostre pagine che, da 10 anni a questa parte, per scelta editoriale e propensione dell’anima, cercano di promuovere e far conoscere quanto di bello e di buono ci sia in Calabria e, soprattutto, in quella centrale.
Eccolo in tutta la sua folgorante semplicità e autenticità per l’affetto sincero provato per queste persone “ritrovate” che, come in una cartolina di un passato ormai senza ritorno, hanno ridato vita ad un luogo, una ruga, un angolo di mondo che si rianima di nuove voci, di nuovi suoni, di nuovi abbracci e che aggiunge nuovi ricordi a quelli già presenti, che proiettano in epoche lontane, lontane soprattutto dalla vita frenetica di oggi. Ancor più suggestivo se si pensa che la reùnion è stata fatta la notte di San Lorenzo.


Il bello di ritrovarsi.
Per la prima volta, i miei cugini francesi dopo un po’ di anni sono ritornati a Carlopoli. Con loro anche i figli e i figli dei figli. Un incontro unico, difficile da ripetere, ma che resterà per sempre nel cuore.
A casa mia, nella “ruga del Cutino”, abbiamo messo i tavoli fuori, come si faceva una volta. Eravamo in più di 30, stretti ma felici, tra voci, sorrisi e racconti che hanno unito le generazioni.
Lingue diverse, storie lontane, ma le stesse radici. In una bellissima serata d’estate, Carlopoli è diventato il centro del nostro mondo.
Una giornata di famiglia, di emozioni, di memoria.
Una giornata che vale una vita. Grazie, Grazie Merci.
Antonio Mancuso




























