Nell’estate del 2002, Paolo Rumiz, giornalista per così dire “itinerante”, che ama scrivere di viaggi e luoghi percorsi con un qualche mezzo di locomozione, intraprendeva uno dei suoi consueti itinerari a tappe, per pubblicarne le cronache sulle pagine del quotidiano “la Repubblica”, questa volte lungo le strade ferrate più periferiche e trascurate della penisola, percorrendola da sud verso nord.
Quei testi, illustrati mirabilmente dai disegni di Altan, qualche anno dopo, sono diventati anche un libro dal titolo “L’Italia in seconda classe” (Paolo Rumiz, Feltrinelli, 2010); per inciso, con una bella e doverosa citazione di quel “Viaggio in seconda classe” di Nanni Loy, che era invece una candid camera televisiva del 1977, girata appunto sui vagoni di seconda classe dei treni nazionali.
In quella circostanza, Paolo Rumiz, accompagnato dall’attore/autore teatrale Marco Paolini, detto per l’occasione 740 come un’antica e mitica locomotiva a carbone, nel suo itinerario arrivava a toccare Soveria Mannelli e alcuni dei comuni del Reventino attraversati dalle rotaie “a scartamento ridotto” delle Ferrovie della Calabria.
Già sulla cartina, che introduce il libro e che riporta meticolosamente i tracciati delle tante tappe lungo la penisola italica, è indicata Soveria M (cioè Mannelli); poi, a pag. 32, c’è la prima vera citazione nel testo:
<< “Dove andate?” chiedono i gitanti. Già. Dove andiamo? Bella domanda. Torniamo a casa, nel Grande Nord, oltre la Linea Gotica. Solo che passeremo per Lercara, Friddi, Soveria Mannelli, Baronessa, Roccasecca, Antrodoco, Pracchia, Rovasenda e Piadina; vedete un po’ voi. Ci guardano strano. Non capiscono questo demenziale Grand Tour alla rovescia, che non va verso i limoni ma verso le risaie. Un’anabasi lunga come l’Asia. E più incasinata di quella di Senofonte. >>
Poi, di nuovo, a pag. 56, un raccontino di ordinario pendolarismo, dove possiamo riconoscere appieno le caratteristiche salienti del nostro tratto di ferrovia “prendere o lasciare”, soprattutto alla luce delle ultimissime nuove, in cui si favoleggia di un progetto per un percorso finalmente a misura di viaggiatore tra Catanzaro e Cosenza.
<< Ore 16.12, biglietteria di Catanzaro Lido. “Per favore un Catanzaro-Cosenza, via Soveria.” L’impiegato ci guarda, misura il peso dei nostri zaini. Erano anni che nessuno gli chiedeva di fare tutta la linea. Cerca di dissuaderci, ignora persino il costo del biglietto. Sono quattro ore di sconquassi. Non deflettiamo.
Appena il tempo di un chinotto e si riparte, con la motrice delle Ferrovie calabre che tira come un mulo. Il treno entra in cremagliera, morde indomito, controvento, un dieci per cento duro, costante come un Pordoi. Si riempie di gente, gira nei valloni, si riaffaccia sul mare in quota, divora ponti e gallerie, è una straordinaria metropolitana di montagna. Quando nevica, è l’unica cosa che funziona quassù. Il regolamento è ancora del 1916; il capotreno ha una valigetta con una tromba d’ottone, tipo corno da nebbia. Mostra un libretto d’istruzioni: “Vede? Questo è il segnale numero 22. Il treno può partire solo dopo”.
Sui monti, cielo da temporale. Davanti al santuario della Madonna di Porto il macchinista si segna tre volte, alla bizantina, e per un attimo il treno in corsa sulla dorsale della Calabria sotto nubi nere ci pare il Pequod a caccia della balena bianca, il paese eterno che riemerge sempre uguale. Punto una bella insegnante di francese in camicetta rossa, le racconto di questo viaggio a zigzag nella pancia dell’Italia. Mi parla con dolcezza speciale rivolta non a me, ma al treno. “E’ una delle poche cose puntuali, precise e comode di questa regione. Ci ho viaggiato in tutte le stagioni, sempre tra luoghi splendidi.” >>
Come sono cambiate le cose da quell’ormai lontano 2002. Non tanto per i luoghi, che sempre splendidi sono, ma per i concetti di puntualità, precisione e comodità, non più applicabili alle attuali Ferrovie della Calabria.
A pag. 61, Paolo Rumiz ci ricorda un episodio che conosciamo bene: uno dei tanti incidenti, in quel caso senza gravissime conseguenze come in altri, che costellano la storia della Ferrovia.
<< La Sila è un posto di cavalieri erranti. A Soveria c’è un capotreno che ha salvato i viaggiatori intrappolati in un tunnel dopo che un crollo aveva schiacciato mezza littorina. “Chiamò i soccorsi strappando dal finestrino i fili del telefono e collegandoli all’apparecchio di bordo,” racconta il macchinista, “poi tirò fuori i passeggeri a uno a uno.” Ovviamente non ha avuto alcuna promozione, né onorificenze. Oggi si diverte a raccogliere porcini; e dicono che li veda dal treno anche a settanta all’ora. >>
Al termine di questo viaggio nel viaggio di Paolo Rumiz, non possiamo far altro che ringraziarlo per aver parlato di un nostro paese, come di tanti altri luoghi periferici d’Italia, che non per questo riservano meno sorprese positive dei posti più frequentati e più alla moda. Anzi, forse proprio dalla nostra capacità di essere ancora “autentici”, potremmo avviare quel processo di crescita compatibile che dal lontano 2002, e da prima ancora, stiamo aspettando invano, ma non senza speranza.




























