di Irene Talarico –
Luci al centro della scena sul palco del Teatro Comunale per il TEDxCatanzaro 2026 sul tema “Legami”.
La scena si apre con il siparietto dei due conduttori che tessono le trame. In mano i legami di un gomitolo rosso, il filo che si passano tra di loro. Che raddrizzano, avvolgono, stendono, giocano – introducendoci – sempre, con occhi vigili, in quello che avverrà.


Tra legami che uniscono, legami, che, invece, proprio come il cordone ombelicale, ad un certo punto vanno tagliati, via. Così, inizia, la presentazione del TEDxCatanzaro2026, a condurci nella serata i giornalisti Eugenia Ferragina e Massimiliano Raffaele.


Ad aprire la serata, Vinicio Marchioni, il primo speaker, riconosciuto dal pubblico come “il Freddo”; ci introduce nel suo legame, con la vita, con il corpo.
Un monologo sulla sua vita. Sull’importanza che il corpo ricopre per l’attore, su quanto sia importante il corpo, per chi ha deciso di fare l’attore per mestiere, e su quanto l’attore, per scelta, deve conoscerlo meglio: sempre di più.
Intrecciando nel suo legame, nella sua storia, quello di altre 7 storie, presentate nel suo libro: Le vite in atto. 7 personaggi, dunque, che ha interpretato e che hanno lasciato qualcosa dentro di lui. Creando legami, su legami, su legami, tra le 7 storie dei personaggi e l’intreccio con la scrittura.
Storie di teatro, dunque, di olfatto. Di come il corpo percepisce delle cose sul mondo e su se stessi. Il nostro sesto senso. E, soprattutto, sull’importanza del settimo senso: quello dell’immaginazione.


Segue, Andrea Scanzi, atteso da tanti, tra il pubblico.
Ci ha portati nel suo mondo, quello dei cantautori, della sua prima passione, tant’è che ne ha scritto una tesi di laurea.
Probabilmente si è posto la domanda sul tema TEDx scelto, che lo lega di più alla Calabria. La risposta è stata il cantautore: Rino Gaetano.
Un fragile, un ribelle, un visionario. Un debole, un’anima libera che conosce molto bene. Attuale, attualissimo con la sua escursione e prossemica tra le sue canzoni; il suo apparire in pubblico. L’eredità che ci ha lasciato e che forse neanche meritiamo fino in fondo. Provocante, provocatorio, con un’anima artistica che guarda sempre oltre. Anche in una serata qualsiasi, dove per pura coincidenza, si ricorda il giorno della sua nascita. Talento puro. Ironico. Libero.


Segue il conduttore televisivo Andrea Vianello, che nella giornata mondiale dell’ictus, da ambassador, ci svela i suoi legami, la sua identità, la sua famiglia, le sue parole. Tutto quello che aveva costruito, e con cui ha dovuto fare i conti, 8 anni fa, quando ha avuto a che fare con la malattia, con l’ictus.
Tutto il castello che si era costruito nella sua lunga carriera, da professionista, era quasi scivolato nell’oblio. E sono stati proprio gli affetti, la moglie, i tre figli, i suoi legami più forti a dargli quella spinta e quella forza di ricominciare a parlare come prima. Un trauma per un conduttore, uno scrittore, un giornalista dove ‘le parole’ diventate indiavolate, sono sempre state tutto. E dove farsi vedere – per dei legami – con delle fragilità, non era il massimo. I figli declamavano solo il loro padre. Il suo affetto. Quello che era sempre stato per loro. Non la sua identità, non l’uomo professionista.
Una cosa sola non gli perdoneremo mai, la pronuncia errata della parola: morzeddhu.


Poi arriva lei, in abito color magenta. E si prende la scena, con tutta la sua bellezza. Sarah Kamsu, giornalista, nata e cresciuta in Italia da genitori camerunensi, diffida per un periodo i suoi legami. Da adolescente la rabbia cresce, verso ciò che viene raccontato dell’Africa, ma soprattutto verso ciò che viene omesso. Così, questa rabbia, questo suo essere divisa in due, questo legame con le sue radici, con la sua terra – che va a conoscere e studiare più da vicino – la porta a generare e creare bellezza.
Il legame la spinge a difendersi dall’ignoranza, dai preconcetti, da chi non conosce e non sa. Così, ad un certo punto, crea WAU (We Africans United), una piattaforma digitale che coinvolge le persone nella scoperta della storia e delle culture del continente Africano e della sua diaspora.
Una comunità, di divulgazione, dove raccogliere e far conoscere la sua cultura, il suo mondo, lontano da pregiudizi e giudizi affrettati e senza senso.
Il suo unico obiettivo è che una nuova narrazione, reinvenzione è possibile. E ci riesce, prima con la creazione dell’associazione, e poi, con uno spazio di condivisione fisico in zona Niguarda, a Milano. Un luogo pensato per favorire l’incontro reale tra diverse culture.
Un legame di odio e di diffidenza, che se messo nelle mani giuste, con una nuova chiave, una nuova luce, con la giusta interpretazione, genera solo condivisione, integrazione, multiculturalità.


Philip Hensher scrittore apprezzato, tra i critici letterari più influenti in Gran Bretagna, racconta del suo legame con la scrittura, delle sue scelte, soprattutto della sua svolta avvenuta con: L’impero del gelso.
Con alle spalle 12 romanzi avviati, decide di cambiare rotta, di occuparsi di un tema che nessuno vuole appoggiare.
Tutti gli editori gli chiudono le porte in faccia, nessuno vuole pubblicare il suo romanzo storico, né prendersene la briga.
L’impero del gelso, un romanzo storico ambientato nel 1830, durante le fasi del cosiddetto Grande Gioco, ossia la sfida geopolitica e di influenza tra l’Impero britannico e quello russo in Asia centrale.
Un libro che nessuno vuole pubblicare perché troppo lontano dal suo mondo, troppo scomodo, da quello che aveva costruito sino ad allora. Ma è stato il suo legame più profondo, la sua scelta netta. Quello che doveva fare, quella decisione presa contro tutto e tutti.
“Dovevo scrivere quel libro”, dice, “anche se era sbagliato”, e proprio con quel libro arriva la sua svolta ed il suo legame con il pubblico italiano.
L’impero del gelso, che, non poteva legarlo alla città per antonomasia, dell’impero della seta.


Marco Notaro, social media manager, racconta che i suoi legami, sono quelli verso la sua terra, le sue origini.
Gli insegnamenti del nonno, quotidiani; sempre con il sorriso stampato in faccia, di prima mattina.
Un ragazzo come tanti, forgiato dalla fame della provincia, che come tanti, decide di studiare all’Unical prima di andare al nord e iniziare la sua carriera a Roma poi spingersi sempre di più, osare sempre quel tanto in più, per costruirsi la sua posizione, la sua professione; e collaborare con personaggi di un certo spessore.
Così, da scommesse lanciate e iniziate con tenacia arriva a fondare, YouCreator, e ad allargare sempre di più i suoi obiettivi; per lavorare su se stesso. Per se stesso. Creando rete.


Monica Calcagni, la ginecologa più conosciuta e seguita sui social, apre il tema dei legami ponendoci due domande. La mia terza è che: “è sempre vero che dobbiamo ereditare qualcosa dai legami familiari, dalle dicerie del mondo?!”. O lei, è disposta come sempre, a sfatare dei miti, a dirci e a dimostrarci che, a volte, c’è anche l’altro lato della medaglia.
E che i legami, il cordone ombelicale, a volte, è quasi necessario clamparlo. Soprattutto quando si parla di medicina, divulgazione scientifica.
Lei, che contrasta da sempre la disinformazione sulla salute femminile, la sessualità, la contraccezione, ed altro.
Non perché sono dei legami d’affetto – che sono andati bene fino ad ora – vanno tenuti in considerazione. A volte, possono essere tossici.


Le luci del palcoscenico si illuminano ancora di più con l’attesa di un figlio di questa città. Francesco Colella. Lui, che il monologo non voleva farlo. Lui, che voleva stare ad ascoltare, dall’altra parte del palco, nella platea, dove non ci sarebbe stata alcuna distanza, tra il palco e il pubblico; dimostra che i legami, a volte, sono invisibili eppure li sentiamo, li ascoltiamo. Arrivano tutti.
Anche, quando – a volte – il silenzio diventa imbarazzo, scelta. Presenza. Si sente nudo a non dover interpretare una maschera, un personaggio, ma alla fine interpreta se stesso, quello che sa fare meglio, vale a dire: l’attore. E, così, i suoi fili della matassa rossa ci riportano alle persone sue più care, invisibili da un paio d’anni. Ma, sempre presenze presenti.
Dal racconto della nascita di sua figlia, divenutone un monologo; proprio, mentre era in scena ad uno spettacolo teatrale a Milano, di Ronconi. Alla corsa in ospedale con gli abiti di scena, con il vestito verde pisello, il panciotto, le ghette. Dalle urla alle spinte di Margherita. Dagli occhi a forma di mandorla. Dal pianto liberatorio di gioia, sudore, grazia, dalla commozione dei suoi. Da quell’ “amore mio”.
Dalla rincorsa per ritornare su quel palcoscenico, per il terzo atto, e per andare in scena con un monologo su un ginecologo. Un caso, quella sera, quella scena, quell’atto.
E di come – vita e realtà – spesso non coincidono; lasciandoci sospesi sul dubbio e sulla bellezza dei legami, con una poesia di Montale: “Non chiederci la parola.”
Legami, gomitolo di una matassa di filo rosso che a volte è bene intrecciare; proprio come facevano le nostre nonne, 30 anni fa, le sere autunnali davanti ad un caminetto scoppiettante. Legami, segni invisibili, presenze apparenti che non sono mai andate vie, e che pure sentiamo sempre nostre, sempre al nostro fianco. Scelte prese, scelte da fare. Cordoni ombelicali da tagliare per non ripercorrere più gli stessi errori. Gli stessi grovigli.
Mentre il cielo, su Catanzaro, continua ad essere sempre più blu!
Il TEDxCatanzaro 2026 è stato realizzato da Indaco, in collaborazione con associazione Città del Vento Circolo Acli e Premio Carlino d’Argento.
Irene Talarico




























