L’arte di Marika Mazzeo arriva in Francia, presso l’atelier e galleria Artichoke (12 Avenue du 24 Août), nella pittoresca cittadina di Antibes, nell’ambito della mostra collettiva RADICI. Calabria da raccontare, a cura di Chiara Filardi.
Due delle opere di Marika Mazzeo esposte presso l’atelier francese
Oltre al lavoro di Marika Mazzeo, sono esposte opere di: Francesca Pellicanò, MiMora, Roberta Sperandio Chiaravalloti, Sabrina Gangemi, Laura Furfaro, Pasqualina Tripodi, Antonio Filardi, Antonella Fiorillo, Giuseppe Simone, Diana Casmiro e Iaiadesign Studio.




Come spiegato dalla curatrice e gallerista Filardi:
«La Calabria è terra di origini, di ritorni e di partenze. È memoria che resiste, gesto che si tramanda, voce che affiora dal silenzio. È una radice che affonda nella storia e continua a nutrire il presente. […] Radici come appartenenza o come distanza, come legame o come ferita, come eredità o come possibilità di trasformazione. […] Non chiediamo una Calabria stereotipata, ma una Calabria vissuta, immaginata, interrogata, riscritta. Radici non come ancoraggio immobile, ma come forza viva che continua a crescere».
Per l’occasione, Filardi ha inoltre realizzato una gonna speciale e ha chiesto a tutti i partecipanti che cosa significhino per loro le radici. Dalla raccolta di questi pensieri prende forma l’abito che, come una reliquia dell’esposizione, conserverà la memoria degli artisti e di un pensiero in cui l’arte si fa materia.
I testi che seguono ricuciono, con sguardo critico e carico di emozione, il rapporto con l’arte di Marika Mazzeo. Le figure coinvolte nella scrittura risultano fondamentali nella costruzione della poetica visiva e filosofica dell’artista e, consapevolmente o meno, ne hanno accompagnato l’espansione oltre i confini italiani, fino alle profonde e luminose coste del Sud della Francia e verso la città di Antoni Gaudí, in Spagna.
Giuseppe Antonio Bagnato:
Sapere che l’arte di Marika Mazzeo verrà esposta in Francia e in Spagna mi riempie di gioia, perché sono convinto che le sue opere non avrebbero potuto trovare collocazione migliore: da un lato il dialogo con le rimembranze decorative di Gaudí, dall’altro il blu sconfinato del Sud della Francia. In particolare, Antibes è nota artisticamente per il forte legame con alcuni grandi protagonisti della storia dell’arte: Pablo Picasso, che qui soggiornò e realizzò numerose opere nel 1946. Più in generale, come tutta la Costa Azzurra, è un luogo frequentato da figure come Henri Matisse e Marc Chagall, configurandosi come un vero e proprio polo culturale nel sud della Francia. Non a caso questi artisti si legano alla poetica di Mazzeo per quella luce del Mediterraneo e per quei colori del mare che sopravvivono tanto sulle coste della Provenza quanto negli aspri litorali calabresi.
La serie esposta è composta da piccoli quadrati impregnati di materia e di ricordi, tra juta e macchie di vino. È in questa fusione di mondi popolari, ancestrali e squisitamente calabresi che si colloca un’importanza della sua arte ben maggiore, legata agli immaginari latenti del Novecento russo: dalle Impressioni di Kandinskij e i suoi quadri sul folklore russo, fatto di cavalieri azzurri e di fantasmagorici castelli, alle mute e silenziose opere suprematiste di Malevic, che affogano nel nero, denso di energia. Mazzeo coltiva così, in modo ossessivo, la passione per la sua terra, in particolare per le meravigliose spiagge calabre della Costa Viola, senza tuttavia mai dimenticare gli influssi russi che, come rintocchi intermittenti, si annidano irresistibilmente nel suo nucleo poetico.
Queste recenti opere le amo definire “icone laiche”, poiché, come nella più sincera tradizione ortodossa — ripresa dal formato quadrato, come in Malevic — sembrano comporre un’iconostasi visiva e un punto di sbarramento verso una dimensione Altra e non esperibile. Al contempo, però, le opere di Mazzeo sono spoglie di ogni riferimento sacro, poiché di esso non rimangono che piccole tracce diluite di blu, colore spirituale per eccellenza per Kandinskij. Ecco che, quindi, la sua può essere definita un’“arte di confine”, un’arte compresa in una soglia interstiziale tra sacro e profano, visibile e invisibile. D’altronde, conoscendo bene Marika, non posso che ricollegarmi al suo sentirsi perennemente insoddisfatta, costantemente alla ricerca della Bellezza: la stessa che forse, come nelle più abissali paranoie, non può che riemergere attraverso poche ma costanti tracce di blu.
Lucia Bonacci:
È con profonda emozione e commozione che desidero ringraziare pubblicamente l’artista e amica Marika Mazzeo per aver saputo leggere tra le righe della mia raccolta di poesie Gerda 122 e del blu di cui è imperniata, traendone ispirazione per una straordinaria e intima serie di opere pittoriche. Sapere che i suoi quadri varcheranno i confini nazionali per essere esposti in Francia e a Barcellona è per me motivo di grande orgoglio, per un’artista che merita di cavalcare i più grandi palcoscenici. Un ringraziamento speciale va alla sua sensibilità, capace di dare una forma visiva e universale alla mia parola poetica.


Eva Fruci:
Il lavoro di Marika Mazzeo si sviluppa attorno a una riflessione complessa sulla memoria, intesa non come costruzione lineare o celebrativa, ma come insieme disarticolato di tracce, residui e sopravvivenze. Si tratta di una memoria fragile, intermittente, che rischia costantemente di dissolversi e che l’artista intercetta non per ricostruirla, ma per trattenerne l’eco. In questo senso, Mazzeo non si pone al centro di una narrazione autobiografica, bensì agisce come dispositivo di mediazione: raccoglie ciò che è destinato a perdersi e lo restituisce sotto forma di presenza.
La sua grammatica visiva si configura come un linguaggio alto e consapevole, capace di articolarsi in una tensione continua tra disordine e struttura. Le immagini, così come i materiali, sembrano inizialmente rispondere a una logica frammentaria, quasi caotica; eppure, a uno sguardo più attento, rivelano un’organizzazione interna rigorosa, una costruzione che non elimina il caos ma lo accoglie e lo disciplina. È proprio in questa ambivalenza — tra confusione e ordine — che si radica la maturità del suo linguaggio: un sistema aperto in cui ogni elemento trova una collocazione non gerarchica, ma necessaria.
L’utilizzo di materiali eterogenei — dal ferro alla ceramica, dalla pittura alla fotografia — non risponde a una volontà di sperimentazione fine a sé stessa, ma a un’esigenza strutturale della ricerca. Ogni medium diventa il luogo più adatto per far emergere una determinata tensione, contribuendo alla costruzione di un discorso che si sviluppa per stratificazioni.
Al centro della sua poetica si colloca una condizione percettiva che potremmo definire come una forma di “paranoia condivisa”: non un fatto individuale, ma una qualità diffusa dell’esperienza contemporanea. L’artista lavora su quella soglia sottile in cui il caos non è più semplice disordine, ma diventa una struttura latente, una trama invisibile che attraversa il reale. La sua ricerca si configura infatti come un sistema in espansione, tenuto insieme da un filo sottile ma costante, capace di connettere elementi disparati e di trasformare la frammentazione in un principio di coerenza.
Questo approccio sistemico emerge con particolare evidenza in queste sue opere, dove la tensione iniziale viene analizzata, quasi isolata, fino a diventare forma. Il caos viene osservato, attraversato e progressivamente tradotto in una configurazione visiva che non ne cancella l’origine, ma la rende leggibile. Ogni elemento si inserisce all’interno di un sistema di relazioni interne, costruendo un equilibrio che non è mai dato una volta per tutte, ma si genera nel rapporto tra le parti. Le opere si configurano così come strutture aperte, attraversate da una logica sottesa che trasforma la frammentazione in coerenza visiva.
La scelta di formati raccolti e di una costruzione per nuclei contribuisce a intensificare l’esperienza visiva, spingendo lo spettatore verso una relazione ravvicinata e quasi intima con l’opera. Il colore, spesso denso e vibrante, agisce come campo di condensazione emotiva, trasformando la superficie in un luogo di stratificazione e tensione percettiva.
In questo senso, la pratica di Marika Mazzeo costruisce un archivio non lineare, in cui il caos iniziale si organizza progressivamente in una forma di armonia profonda, mai definitiva ma sempre in atto. È in questo movimento continuo — da una condizione di dispersione a una tensione verso l’equilibrio — che la sua grammatica visiva trova piena espressione, configurandosi come un linguaggio capace di abitare la complessità senza ridurla, trasformandola in struttura sensibile e condivisa.

































