Ecce virus! Ecce Coronavirus! Probabilmente non bisognava essere virologo al Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, considerato il miglior ospedale della Terra, per immaginare lo scenario da romanzo distopico che giorno dopo giorno si è impossessato del nostro Paese.
Eppure la leggerezza delle discussioni televisive, di giornalisti e politici, avrebbe dovuto metterci in allarme. Parole di sufficienza per una “normale influenza”, per un malanno di stagione il cui “contagio non è affatto facile”. Cavolate.
Come era prevedibile a chiunque avesse un minimo di buon senso, lucidità ed esperienza delle cose del mondo, il Coronavirus è arrivato in Italia e in un modo così forte che nel giro di sole due settimane il Bel Paese è divenuto il secondo al mondo per numero di contagi e decessi – dietro soltanto all’irraggiungibile (si spera vivamente) Cina. Sì, bene, siamo una nazione sviluppata, trasparente, dove è possibile attuare un alto numero di controlli rispetto ad altre, ma il dato resta quello e fa tremare i polsi: 7.375 casi positivi registrati e 366 decessi per una “normale influenza”. Contagiosissima.

La domanda sorge naturale come è vero che sorge il sole ogni mattina: questo scenario è stato causato soltanto dalla comunicazione e dallo scarso potere decisionale del nostro governo di comprendere fin da subito la gravità della situazione e porre un freno alla vita degli italiani?
La fuga dalla zona rossa
L’argomento è caldo: il DPCM che ha di fatto chiuso l’accesso e l’uscita da Lombardia e 11 province della zona rossa è aspramente discusso; nulla in confronto al dibattito sulla fuga di notizie che ha permesso a migliaia di persone residenti nelle zone prossime alla chiusura di apprendere in anticipo del decreto anti propagazione del Covid-19 e perciò di scappare dalle zone infette.
L’epica fuga, l’esodo alla rovescia da Nord a Sud per paura dell’epidemia da Coronavirus ha creato parecchio sgomento. Le scene dell’assalto agli ultimi treni della notte, le vecchie Frecce del Sud, per scappare dal virus, sono state riprese da tutti i giornali. Scene di panico, al limite della realtà. Scene di guerra.
Come è stato possibile trasmettere così tanto timore nei giovani fuori sede, e per giovani fuori sede intendiamo tutte le persone sotto i quarant’anni che studiano o lavorano al Nord. Com’è stato possibile impaurire in una maniera così irrazionale i medici, gli ingegneri, gli avvocati, i docenti, i commercialisti del futuro?
Com’è stato possibile far smarrire loro ogni briciolo di senso civico e raziocinio? Forse è vero, la paura non bada a genere, stato sociale, quoziente intellettivo ecc., ma l’agire così illogico, così fuori dalla realtà da parte della classe dirigente del futuro prossimo ci fa oltremodo riflettere.
«Mi sento come un profugo» ha detto uno dei ragazzi in fuga dal Nord ai microfoni di un giornale. Probabilmente ha ragione: la fuga di un profugo è dettata spesso da una scarsa logica, però è dovuta sempre a uno stato di guerra e una condizione di vita davvero insostenibile. Insostenibile.

I nuovi “profughi”
Quindi domandiamoci questo: la vita ai tempi del Coronavirus, emergenza reale e non immaginaria, è stata così insopportabile per uno studente milanese dal passaporto pugliese, lucano, campano, calabrese, siciliano? È stata sì tanto ingestibile da farlo scappare nottetempo da una città sotto assedio, bombardata, rasa al suolo e in mano alle forze nemiche? È stata tanto ingovernabile da sviluppare quell’isteria collettiva che potrebbe portare a un allargamento del contagio in altre regioni finora colpite in maniera minore?
Asteniamoci dalla risposta e continuiamo a farci domande.
Paura di perdere le abitudini
Qual è stata la vera natura della paura che ha condotto alla fuga all’inverso dei nostri cervelli migliori? Paura di restare staccati anche per un solo giorno dalle nostre vacue abitudini e dai nostri momenti conviviali? Timore di non poter più fare mostra di noi stessi mentre facciamo? Paura di non essere uguali agli altri che ci circondano? di non poter farci vedere attivi da un pubblico di ciechi? Paura, quindi, per riallacciarci alle normative del governo contro l’epidemia, di non poter più per un breve periodo abbracciare gli amici, stare a meno di un metro di distanza dai nostri colleghi? L’invito a fermarsi che gli abitanti, nuovi e vecchi, della metropoli non hanno saputo gestire.
Quale è stata la ragione che ha spinto lo studente di ingegneria gestionale di stanza a Milano a lasciare il tavolino dell’aperitivo in zona Duomo – tra negroni, sorrisi, flash, dita sollevate alla maniera di Winston Churchill – alla fuga a gambe levate alla stazione di Porta Garibaldi?
Una fuga dalla zona rossa verso le terre natie dove ci attendono le mamme, i papà, i nonni, tutti felici di rivederci e tutti con le loro possibili patologie che non aspettano altro che una scusante dal nome Coronavirus per ravvivarsi o aggravarsi. I figli e i nipoti che diventano, causa il loro egoismo, mine vaganti dalle quali ben guardarsi, cupi interrogativi con le fattezze dei nostri cari. Così il classico debito d’affetto verso genitori e nonni è dimenticato, andato in malora per timore di restare soli con se stessi per qualche giorno. E intanto gli ospedali italiani si approssimano all’esplosione.
Forse una tremolante risposta c’è: si è avuta la paura di non avere ma di dare. Paura di dare per una volta, in una situazione di estrema urgenza, una situazione di guerra, dove bisognerebbe essere utili anziché trasformarsi in un ulteriore problema. La paura di dare di una generazione perduta, vuota, inutile.
Antonio Pagliuso

























