C’è una striscia di vuoto che si insinua nel muro frontale di una vecchia casa contadina, diruta e abbandonata al suo destino. Ma lo squarcio, che si mostra come una ferita che non può più essere rimarginata, permette allo sguardo di vedere oltre. Non è una cosa da poco, perché spesso i nostri occhi non riescono a guardare al di là dell’apparenza e questo non è un bene. Anche un muro può apparirci sotto una prospettiva diversa se realizziamo che dietro esiste qualcosa di non svelato: un pezzetto di cielo su in alto, ma anche il buio insondabile dell’interno che potrebbe contenere altre sorprese straordinarie.
Tutto deriva da un apparente degrado, dal tempo che scorre inesorabile e trasforma le cose costruite dall’uomo e credo – ancora di più – l’uomo stesso, perché la vita contadina di oggi non ha più nulla in comune con quella di mezzo secolo fa. È un piccolo segnale che induce alla riflessione, un regalo da accettare con gratitudine. Una condizione esistenziale presentata con grande semplicità dall’autore della foto Antonio Renda: «È la lacerazione di una casa contadina sulla strada che porta a Cleto nella valle del Savuto».
Attirano lo sguardo i due pesanti sassi incastrati nella fenditura, che sembrano messi lì dalla mano ferma di un gigante, proprio nel mezzo dello squarcio, quasi a voler ristabilire un precario equilibrio in quei muri fragili e antichi, fatti di pietre irregolari e qualche fila di mattoni perfettamente allineata come le righe di un pentagramma.
Forse questa casa è passata al vaglio del “grande collaudatore”. Così veniva chiamato il terremoto nell’Ottocento dagli ingegneri del Real Genio Civile. E non ha passato l’esame, non ce l’ha fatta a resistere alle sue scosse che a volte sanno essere violente e distruttive. Gli abitanti umani sono andati via ed è rimasta solo qualche labile traccia di vita, come le erbacce cresciute tutt’attorno nel disordine del susseguirsi delle stagioni, nella totale anarchia della natura, mentre i vasi alla finestra, senz’acqua e senza cure, si sono miseramente inariditi.
Qualcuno una volta ha detto che se sparisse l’uomo dalla superficie della Terra il pianeta in pochi anni diventerebbe molto più bello di com’è ora. La natura si riprenderebbe gli spazi che gli sono stati progressivamente sottratti. In fondo la Terra è come un essere vivente sempre pronto a liberarsi dai parassiti che lo infestano, quando il fastidio che gli procurano arriva al punto da risultare insopportabile. E quei parassiti siamo noi!
Nel periodo della Guerra fredda, quando si pensava fosse possibile l’esplosione di una guerra nucleare tra i due blocchi contrapposti, nascevano canzoni come Noi non ci saremo di Francesco Guccini. Il racconto del mondo che sarebbe rimasto dopo un’ecatombe nucleare: «E il vento d’estate che viene dal mare / intonerà un canto fra mille rovine / fra le macerie delle città / fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà / fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo / ma noi non ci saremo», cantavano prima i Nomadi (45 giri, 1966) e subito dopo lo stesso Guccini (album: Folk beat n. 1, 1967), e poi insieme in un album-live memorabile (Album Concerto, 1979).
Non è successo, non ancora, e siamo qui a contemplare un luogo abbandonato, e solo a immaginare – o sognare? – che la Terra possa davvero diventare tutta così, senza i suoi parassiti, e che possa poi davvero risorgere in un mondo nuovo, più rispettato e più giusto.
Raffaele Cardamone
































