Antonio Montesanti, scrittore, studioso, artista e apprezzato maestro ceramista di Vibo Valentia, è una figura curiosa e, per certi versi, stravagante. Delle sue coloratissime ceramiche ha fatto arte, ma soprattutto ha trasformato la cultura in uno strumento di partecipazione civica. Già noto alle cronache locali per le sue battaglie in difesa dei beni comuni, Montesanti ha sempre affiancato all’impegno civile una vena di ironia e provocazione, senza mai per questo rinunciare a una narrazione rigorosa e accademica.
Lo ricordiamo, tra le tante iniziative, per il progetto “U Bucu du Book”, che ha trasformato Pizzo Calabro in una vera e propria biblioteca a cielo aperto. Un’idea semplice e rivoluzionaria al tempo stesso, che dal 2021 a oggi sembra abbia permesso la ridistribuzione a titolo gratuito di 3.868 libri. Alla base del progetto c’è una constatazione tanto banale quanto grave: a Pizzo manca ancora una biblioteca comunale attiva. Per questo la biblioteca di strada è diventata “un esempio concreto di come le comunità locali possano promuovere lettura e cultura anche senza grandi risorse, facendo leva su altruismo, partecipazione e consapevolezza civica”.


Dalla metà di dicembre, Montesanti è tornato al centro del dibattito pubblico guidando quella che lui stesso definisce una “rivolta civile” contro la barriera frangiflutti realizzata lungo il tratto di costa tra la Marina, la Pizzapundi e la Seggiola di Pizzo. Un’opera che, agli occhi di molti cittadini e osservatori, appare come una vera e propria cancellazione del mare e della linea di costa.
“Non è una polemica, ma una domanda di trasparenza”, chiarisce Montesanti. Una richiesta rivolta direttamente alla Soprintendenza ABAP RC-VV, nella quale sottolinea che “chiedere informazioni dettagliate sul nulla osta paesaggistico non significa opporsi a priori ai lavori, ma comprendere se ciò che si sta realizzando corrisponda effettivamente a quanto autorizzato”. È questo il senso del lungo intervento affidato ai social, che ha rapidamente acceso il confronto pubblico.
“Quando, su una costa storica, si constata che i lavori in corso ne modificano radicalmente i connotati, la domanda che molti di noi si pongono non è se l’opera sia utile, ma se sia compatibile con il paesaggio”, scrive ancora Montesanti.
Il paesaggio, ricorda lo studioso, “non è un semplice sfondo naturale, ma il risultato di secoli di equilibrio tra natura, storia e presenza umana. Nel caso di Pizzo questo equilibrio è particolarmente delicato: una città compatta, arroccata, che da sempre dialoga visivamente e funzionalmente con il mare”.
Un dialogo che, secondo Montesanti, oggi rischia di essere interrotto. “Il mare, in questo tratto, viene di fatto cancellato per centinaia di metri: anche camminando a distanza non sarà più visibile l’orizzonte. Non è un dettaglio, non è poco”, sottolinea con forza.


Da qui la richiesta formale: “Un sopralluogo, una verifica puntuale del rispetto del progetto approvato, la congruenza delle autorizzazioni e, soprattutto, la tutela del paesaggio, riconosciuto dalla legge come bene pubblico primario, affinché non venga compromesso senza una piena e consapevole valutazione”.
Montesanti continua nei suoi interventi social, affidando alla Soprintendenza una sorta di appello fiduciario:
“Siamo certi che la risposta dimostrerà la capacità dell’istituzione di fare ciò per cui esiste: guardare oltre il cantiere di oggi, per tutelare il paesaggio di domani”.
Lo stesso Montesanti invita infine chi lo desidera a unirsi all’iniziativa, contattandolo privatamente tramite Messenger per sottoscrivere la richiesta già inoltrata agli enti competenti.
Resta però una domanda che serpeggia tra i cittadini: a chi giova davvero quest’opera? Tra la Marina e la Seggiola, i blocchi di cemento dovrebbero arginare mareggiate che, in quel tratto, difficilmente rappresenterebbero un pericolo reale. Non ci sono abitazioni, né locali pubblici, né infrastrutture da mettere in sicurezza. Le mareggiate più violente, quelle forza otto che scaraventano pietrisco, non avrebbero comunque messo a rischio l’incolumità di nessuno: durante una tempesta di tale portata, è evidente che nessuno si avventurerebbe in quella zona.


Eppure, paradossalmente, poco più in là, proprio nei pressi della Seggiola, le barche dei pescatori continuano a rischiare ogni volta di essere risucchiate dai marosi, senza che si intervenga con la stessa urgenza. Una contraddizione che alimenta dubbi, interrogativi e richieste di chiarezza. Ed è proprio da qui che parte la battaglia civile di Antonio Montesanti: non contro un’opera in sé, ma per il diritto della comunità a sapere, comprendere e scegliere consapevolmente il futuro del proprio paesaggio.
Concludiamo con un altro passo estrapolato dai social di Antonio Montesanti dove, quasi come un moderno Amleto, ricalca il dubbio sull’agire umano: :
“era necessario farlo rinunciando per sempre alla vista del mare?
Perché il mare cambia lentamente.
Ma un paesaggio, se privato del suo orizzonte, può non tornare più.
E con quell’orizzonte si perde anche qualcosa di meno visibile, ma essenziale:
la possibilità di imparare dal mare.
Imparare l’attesa, il limite, la misura.
Imparare che la natura non si domina, si comprende.
Proprio per questo, dinanzi ad un intervento di cui a nessuno è stato dato di “vedere” l’effetto finale… ora che lo vediamo è giusto chiedersi “come si sta intervenendo e cosa rischiamo di perdere per sempre”.




























