Aver potuto ascoltare dal vivo le parole di Antonello Caporale, senza la mediazione di una pagina di giornale (analogica o digitale che sia) o di uno schermo televisivo, tra l’altro in uno scenario unico quale è quello dell’Abbazia di Corazzo, è stata un’esperienza di quelle importanti, di cui dobbiamo senz’altro ringraziare gli organizzatori: Rivientu e il Forum del Reventino.
E proprio la rappresentante di Rivientu, Francesca Mansueto, dopo i saluti del sindaco di Carlopoli Mario Talarico, ha introdotto Antonello Caporale, assieme a due suoi compagni di viaggio in alcune delle tappe calabresi raccontate nel suo ultimo libro, “Acqua da tutte le parti”: il ricercatore Unical Francesco Lesce e il fotografo Angelo Maggio.
Caporale ha esordito rivolgendo il pensiero ai recenti episodi che hanno insanguinato alcune città d’Europa. “Siamo qui in questa Abbazia bellissima, ma con internet siamo anche vicini ai fatti tragici di questi tempi”, ha detto per poi invitare tutti a fare attenzione, perché “la paura ridurrà gli spazi di libertà.”
Passando a presentare il suo libro, lo ha subito definito come un “touring club al contrario, anomalo, in cui c’è un’Italia che fiorisce e un’Italia che sparisce.”
Il suo viaggio parte proprio dal profondo sud, dalla Calabria, e una delle prime tappe racconta una storia che ha per protagonista Decollatura, quella del commerciante Eugenio Gigliotti e del suo “libro mastro”, attraverso il quale si può dedurre l’evolversi di tutto un paese: dalla vendita degli attrezzi per la pastorizia a quella del cemento nell’epoca del boom edilizio, dai “pagherò” dei contadini al denaro contante dei dipendenti pubblici. Poi lo porta anche a Soveria Mannelli, sosta forzata per poter andare in treno fino a Cosenza. C’è un trasbordo da fare, in autobus, perché una frana ha interrotto la ferrovia tra Soveria Mannelli e Rogliano. Così ha il tempo per arrivare fino in Piazza Bonini e riflettere sull’epigrafe che ricorda un’altra breve sosta, quella di Giuseppe Garibaldi in viaggio alla volta di Napoli.

E in effetti, le ferrovie sono quasi un’ossessione per Caporale: “abbiamo 4.000 Km di binari morti. Rami secchi, li chiamano, che sono stati tagliati deliberatamente o con dei sotterfugi, come una frana che non viene rimossa, un guasto che non viene riparato.” Ma aggiunge che sarebbe “una grande azione di welfare permettere a chi abita all’interno, con meno costi per la casa e per la vita, di raggiungere rapidamente e comodamente un posto di lavoro in città.” Per i paesi dell’interno che si svuotano sempre di più la vita può essere insomma rappresentata da un treno.
Ci dice che qui in Calabria era venuto per raccontare le pale eoliche che definisce senza mezzi termini “una cosa così illogica, così stupida”, per due principali ragioni: “Nelle pale eoliche che incontravo non c’era la mano pubblica e come può essere privato il vento?”; “L’articolo 9 della Costituzione parla di tutela del paesaggio e sulle Dolomiti nessuno penserebbe mai di metterci le pale eoliche!” Ma poi parla anche di alcune storie positive raccontate nel suo libro, riuscendo a dimostrare che “con la cultura si mangia e si beve pure.”
Riguardo all’incompiuto, al “non finito” in Calabria, su cui ha lavorato assieme a Lesce e Maggio, preferisce parlare, più che dei fabbricati civili, di una grande opera: la Salerno-Reggio Calabria. “Questo governo, nel mese di dicembre, inaugurerà e dichiarerà finita un’autostrada che in realtà resterà incompleta.” E si chiede: “Che dignità ha la Calabria nel consentire questo?”
Francesco Lesce, aggiunge che “i fabbricati non finiti sono monumenti alle aspettative deluse dei calabresi” e si aspetta che in questa fase post-fordista, con un’economia fondata sui servizi piuttosto che sull’industria, prenda piede il “non finito immateriale”, con il fondato timore che “dietro questa grande possibilità oggi si celi l’ennesimo inganno.”
Angelo Maggio, che il “non finito” lo ha fotografato, fa parlare per sé le sue immagini, raccontandoci che è rimasto colpito dal fatto che ormai i calabresi “non si accorgono più dell’incompiuto, lo hanno praticamente rimosso.” Così, a riportarlo all’attenzione di tutti ci stanno provando proprio Lesce e Maggio con il loro documentario “Epoché” con cui hanno anche vinto il Premio Corigliano “Visioni nel futuro”.
La conclusione che ha voluto lasciarci Antonello Caporale è stata quella di pensare a questo libro come a un antibiotico che può curare i tanti guai che al Sud ci siamo procurati con le nostre stesse mani: “Ho scritto questo libro per immaginare il futuro possibile, le suggestioni negative possono essere capovolte.”
Se decideremo di seguire il consiglio di Caporale, prenderemo l’antibiotico e magari guariremo anche dalla nostra strana malattia di essere del Sud, come dimostrano di aver fatto i due ragazzi lucani che hanno sciorinato per lui, per il suo libro, una sorta di filastrocca che recita, tra l’altro: “Resto qui per ritrovare la speranza. / Vado via per cogliere nuove opportunità. / Resto qui perché le opportunità solo noi possiamo crearle. / Vado via perché per crescere devo vedere posti nuovi. […] Resto qui altrimenti chi ci rimane? / Vado via perché qui chi ci rimane? / Resto qui per capire questo mondo. / Vado via per capire il mondo.” Mettendo così il dito nella piaga, nel dilemma di sempre, quello che ha attanagliato negli ultimi due secoli i nostri emigranti. Tante braccia e tante intelligenze regalate al mondo intero.
Basterà l’antibiotico di Antonello Caporale? Intanto prendiamolo, secondo prescrizione, e poi, se i risultati arriveranno, in termini di maggiore consapevolezza e capacità di discernimento, allora potremo dire di essere almeno sulla via della guarigione.
di Raffaele Cardamone

























