Si è conclusa con un grande successo di pubblico e una partecipazione sentita e significativa da parte dell’intera comunità di San Pietro Apostolo la mostra personale La forma del sentimento di Antonino Denami. di visitatori, confermando quanto l’arte e la cultura possano ancora rappresentare occasioni autentiche di incontro, dialogo e partecipazione collettiva. Nel corso dei tre giorni di apertura, cittadini, visitatori e appassionati hanno animato gli spazi del palazzo storico, lasciandosi coinvolgere da un percorso espositivo capace di instaurare un dialogo intenso tra le opere dell’artista e l’identità stessa del luogo che le ha accolte. Un successo che testimonia la sensibilità e l’attenzione della comunità di San Pietro Apostolo verso iniziative culturali di qualità e che ha reso questa esperienza un momento particolarmente significativo per l’intero borgo.
Un sentito ringraziamento va al Comune di San Pietro Apostolo, per il patrocinio, la collaborazione e il sostegno offerti alla realizzazione dell’iniziativa, contribuendo a rendere possibile un evento che ha saputo unire arte, territorio e comunità. Un ringraziamento particolare va inoltre a quanti hanno partecipato, visitato la mostra e condiviso questi giorni di cultura, contribuendo con la propria presenza al successo dell’esposizione.


La mostra personale La forma del sentimento di Antonino Denami, a cura di Marika Mazzeo e Giuseppe Antonio Bagnato, con la direzione artistica di Sistema Hava, si è inserita all’interno di alcuni giorni dedicati all’arte e alla cultura, dialogando anche con l’estemporanea d’arte Sfumature di Fine Estate, che ha animato le vie del borgo e coinvolto artisti e cittadini. La forma del sentimento nasce dalla necessità, propria del nostro tempo, di ricondurre l’uomo alle corde più profonde della propria anima, troppo spesso assopita e incapace di riconoscere — o semplicemente di lasciarsi sorprendere — dalla bellezza. L’esposizione ha riunito un ricco nucleo di opere in marmo e in legno, attraverso le quali Denami indaga le dinamiche scultoree della mimesi, in un continuo confronto tra natura e artificio.
Di seguito i testi critici di Matteo Scalise e Eva Fruci
Tonino Denami, il Michelangelo delle Serre vibonesi
Affrontare con leggerezza la poetica artistica del sorianese Tonino Denami (Soriano Calabro (VV) il 4 luglio 1989) non è affatto un gioco retorico semplice. Infatti, come secoli fa Michelangelo stupì i suoi contemporanei estraendo dal marmo purissimo di Carrara opere divenute immortali, anche Denami prova a esprimere il suo amore per la vita estraendola tenacemente dal legno e dal marmo. Lavoro di fino, possiamo definirlo: strappare la vita proprio a quell’opera incubata e nascosta sotto strati inutili di corteccia o marmo grezzo. Questo è Denami, novello semidio che crea apparentemente dal nulla, mentre invece sceglie con cura i materiali da cui estrarre forme, sentimenti, riflessioni che sono talmente veritiere da lasciare attoniti. È un maestro, dunque, di quello stile artistico che conosciamo come iperrealismo, il cui scopo è estrarre Vita, Senso, Spirito dalla materia lavorata, modellata, resa viva dalle ore di lavoro e dal puro sudore nello scolpire, raffinare, pensare ai dettagli più veritieri.
Con la sua Arte, Denami non rende un servizio solo al suo estro poetico, ma anche alla crescita morale ed estetica della sua terra, la Calabria, terribilmente affamata di bellezza vera, pura, disinteressata, utile per edificare ed esortare chi la osserva a essere cittadino cosciente e meritevole di tanta fortuna attorno a essa. Denami è un artista vero, che fa arte per nutrire le menti e i cuori, non per arricchirsi.
Ecco perché resta nella storia di una piccola realtà di montagna quale la frazione Accaria di Serrastretta il suo murales, dipinto in collaborazione con gli artisti Marika Mazzeo (ideatrice), Giuseppe Samuele Vasile e Tonino Scalise, murales che è un inno o un urlo disperato: “[…] costituito soltanto da ceramica, ciottoli di pietra e colla, in cui sono presenti tre temi molto importanti: la regione Calabria, terra ricca di contraddizioni, potenzialità inespresse e, al contempo, ancora oggi purtroppo povera di futuro; il volto di una donna, orgogliosa nella sua dignità come un’antica brigantessa e solcata dal dolore, una delle tante donne che nel secolo scorso (soprattutto dagli anni Cinquanta ai Settanta) ingrossarono anche ad Accaria il triste fenomeno delle “vedove bianche”, poiché restavano in paese mentre i mariti emigravano all’estero o al Nord Italia per lavoro, per assicurare così un futuro più dignitoso alle loro mogli e ai loro figli; e la frase emblematica “Qua si campa d’aria”, fortemente voluta dalla Mazzeo e ispirata dall’ascolto di un brano del celebre cantautore Otello Profazio […]”.[1]
Denami, allora, presta la sua opera soltanto per esaltare la Vita a 360 gradi, presente quindi non solo negli esseri viventi, ma anche nella materia apparentemente non viva, ma che incuba in sé germi di esistenza vera, credibile ed eterna.


Matteo Scalise
Antonino Denami: la materia come corpo
Antonino Denami è un artista immediatamente riconoscibile. Non soltanto per la fisionomia delle sue opere, per quella precisione quasi perturbante con cui il legno, l’argilla o il marmo sembrano restituire una realtà già contenuta al loro interno, ma soprattutto per il modo in cui egli si pone di fronte alla materia. La sua pratica è profonda, intensa, fisica. È un rapporto che non si limita alla manipolazione della materia, ma che arriva quasi a una forma di identificazione con essa. Guardare Antonino mentre lavora significa, in qualche modo, immergersi nel suo lavoro. Il suo corpo non rimane estraneo al processo creativo. Le mani, la postura, la forza esercitata, la ripetizione del gesto, la fatica stessa diventano elementi di una pratica nella quale il confine tra artista e opera tende progressivamente a dissolversi. Antonino si sottrae così a quella condizione, ormai profondamente contemporanea, dell’artista “sintetizzato”: distante, spesso concettuale, talvolta separato fisicamente e persino emotivamente dalla materia sulla quale interviene. Antonino, invece, si sporca le mani.Si immerge. Lavora dentro la materia prima ancora che sulla materia. E mentre costruisce l’opera, in qualche modo, ne diventa parte. È questo uno degli aspetti più interessanti della sua ricerca: il risultato finale, pur essendo fondamentale, non sembra costituire il vero centro dell’esperienza artistica. Prima dell’opera compiuta esiste il gesto. Esiste il tempo necessario a compierlo. Esiste il corpo che insiste, che scava, che leviga, che modella, che sottrae e talvolta sembra quasi combattere con il materiale. Al centro c’è dunque la performatività. Ma una performatività spontanea, naturale, quasi involontaria. Non una performance costruita per essere osservata, non un gesto teatrale pensato per trasformare l’artista in personaggio, bensì una condizione che nasce direttamente dal fare. Antonino performa perché lavora. Il suo gesto artistico non ha bisogno di essere dichiarato come performance: lo diventa nel momento stesso in cui il corpo entra in relazione con la materia. È una pratica che sembra appartenere a una dimensione precedente alla separazione tra pensiero e azione, tra progetto e realizzazione. Antonino non si limita a progettare una forma per poi affidarla alla materia. Il progetto sembra modificarsi continuamente nel rapporto con ciò che incontra. Il legno impone la propria struttura, il marmo la propria resistenza, l’argilla la propria duttilità. Ogni materiale possiede una voce e l’artista sembra disposto ad ascoltarla. Per questo non parlerei semplicemente di dominio della materia.
Parlerei piuttosto di dialogo. Antonino non modella la materia come qualcosa di passivo. Ci dialoga. E proprio questo dialogo costituisce una delle chiavi per comprendere la sua poetica. In tale prospettiva, la materia non è soltanto il mezzo attraverso il quale l’artista raggiunge un’immagine: diventa interlocutrice, presenza, quasi organismo. Non è un caso che nei suoi lavori la materia sembri spesso conservare una propria memoria. Le venature del legno, le asperità della superficie, le imperfezioni, le resistenze del marmo non vengono necessariamente cancellate per lasciare spazio alla forma. Al contrario, partecipano alla sua costruzione. È come se Antonino non volesse imporre completamente la propria volontà alla materia, ma cercasse di comprendere quanto di sé essa sia già capace di rivelare. Ed è proprio qui che emerge il paradosso più affascinante della sua ricerca. Da un gesto apparentemente istintivo, fisico, quasi primordiale, nascono opere di un’eleganza estrema. La forza del gesto non produce brutalità formale. La fatica non si traduce in pesantezza. La fisicità del processo conduce, sorprendentemente, alla raffinatezza del risultato. Le sue opere sono esteticamente sofisticate e tecnicamente ineccepibili, ma questa raffinatezza non appare mai separata dal processo che l’ha generata. Al contrario, sembra esserne la conseguenza naturale. È come se la bellezza dell’opera non fosse stata cercata direttamente. Ed è forse proprio per questo che riesce a essere credibile. Antonino si allontana dall’idea di “Bello” inteso come categoria codificata, come armonia prestabilita, come superficie perfetta da raggiungere attraverso una serie di regole. La sua ricerca sembra invece orientata verso una bellezza più difficile da definire: quella che nasce dall’intensità, dalla verità del gesto, dalla capacità di fare emergere qualcosa che prima non era immediatamente visibile.


Una bellezza che non coincide necessariamente con la perfezione, ma con la presenza. In questo senso, il suo lavoro può essere letto anche come una riflessione sul tempo. Ogni opera porta con sé il tempo necessario alla sua realizzazione. Il tempo della ripetizione, della correzione, dell’attesa, della fatica. In un’epoca in cui la velocità della produzione tende spesso a comprimere il valore dell’esperienza, Denami restituisce alla pratica artistica una dimensione lenta e fisica. La sua è un’arte che richiede tempo perché richiede corpo. E il corpo, nel suo lavoro, non è soltanto lo strumento attraverso il quale l’opera viene realizzata. È una misura. Misura la resistenza della materia, misura la durata del gesto, misura la distanza tra ciò che l’artista immagina e ciò che riesce effettivamente a ottenere. Ogni segno, ogni superficie, ogni dettaglio porta con sé la traccia di questa relazione. Per questo osservare le opere di Antonino Denami significa anche immaginare il momento precedente alla loro conclusione. Significa chiedersi cosa sia accaduto durante quel processo: quante volte la mano sia tornata sullo stesso punto, quanta materia sia stata rimossa, quanta pazienza sia stata necessaria, quanta parte del corpo dell’artista sia stata consumata nel tentativo di dare forma a quella visione. L’opera diventa così una sorta di testimonianza. Testimonianza di un incontro tra un uomo e una materia. E forse è proprio in quell’incontro che si trova il senso più autentico della sua ricerca. Non è quindi soltanto ciò che vediamo a definire il lavoro di Denami, ma anche ciò che possiamo intuire dietro ciò che vediamo. L’opera finita conserva la traccia invisibile del gesto che l’ha prodotta. La superficie levigata non cancella la fatica: la contiene. La precisione non nega l’istinto: lo disciplina. È in questa tensione che il lavoro di Antonino trova la propria identità. Tra forza e delicatezza. Tra istinto e controllo. Tra materia e forma. Tra corpo e opera.
Antonino Denami non sembra interessato a dimostrare di poter dominare la materia. Piuttosto, sembra voler dimostrare che la materia possiede già una possibilità di vita e che il compito dell’artista consiste nel portarla alla luce. Il suo lavoro, allora, non è soltanto un atto di costruzione. È un atto di rivelazione. L’artista sottrae, scava, leviga, insiste. E attraverso questa sottrazione qualcosa appare. Non necessariamente qualcosa che esisteva già in una forma precisa, ma una possibilità che aspettava di essere riconosciuta. In quell’istante performativo, in quella fusione tra il corpo dell’artista e il corpo del legno, dell’argilla o del marmo, si gioca tutto il senso della sua ricerca. Denami lavora la materia, ma contemporaneamente si lascia lavorare da essa. Ed è forse questa la sua cifra più autentica: comprendere che creare non significa sempre imporre una forma, ma anche saper ascoltare ciò che una materia è disposta a diventare. In questo dialogo, il corpo, il tempo e la fatica dell’artista cessano di essere semplici strumenti e diventano essi stessi parte dell’opera. L’opera, alla fine, non è soltanto ciò che rimane. È anche tutto ciò che è accaduto per renderla possibile.


Eva Fruci
La conclusione della mostra lascia il segno di un’esperienza culturale pienamente riuscita, capace di richiamare un pubblico numeroso e di trasformare Palazzo Mazza in uno spazio vivo di incontro, confronto e partecipazione. Per alcuni giorni, le sale dello storico edificio hanno accolto cittadini, visitatori e appassionati, offrendo loro l’occasione di entrare in relazione con la ricerca artistica di Antonino Denami e, allo stesso tempo, di riscoprire il valore di un luogo storico restituito alla comunità attraverso il linguaggio dell’arte.
La forma del sentimento ha saputo restituire la consapevolezza che l’arte, quando riesce a incontrare davvero le persone e i territori, può superare i confini degli spazi espositivi per diventare esperienza condivisa. Un’esperienza capace di coinvolgere, interrogare ed emozionare, ma anche di generare nuove occasioni di partecipazione e di alimentare il desiderio di continuare a costruire percorsi culturali aperti alla comunità. La conclusione della mostra non rappresenta, dunque, soltanto la fine di un evento, ma anche il punto di partenza per nuove riflessioni e future iniziative. San Pietro Apostolo ha dimostrato che la cultura può ancora essere un luogo autentico di condivisione e un patrimonio vivo, da custodire e costruire insieme.




























