Qui non c’è un impero da difendere, non c’è un esercito da fronteggiare. Eppure dà l’idea di una piccola fortezza questa inusuale costruzione posta sulla sommità di una formazione rocciosa che sembra modellata dal tempo, levigata con il loro lavorio minuzioso dai venti di maestrale e di libeccio, quelli che soffiano con più frequenza, con più violenza su questi luoghi.
Forse lassù c’era l’avamposto a protezione di un’antica città o una torre d’avvistamento. Si sa che in battaglia era più difficile averla vinta su chi sta in alto da parte di chi sta in basso. Si sa – e non c’è bisogno di essere un generale esperto per saperlo – che dall’alto era più facile difendersi, infliggere perdite consistenti al nemico. Ma qui, il nemico dov’è? Ma soprattutto chi è? Sembra essere il nemico che non arriverà mai come quello della Fortezza Bastiani nel romanzo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati (1940), il cui avvistamento ai limiti del deserto è quasi anelato più che temuto.
Ma l’immagine può essere definita come un manifesto all’«astrazione», che poi è esattamente la definizione che usa l’autore Antonio Renda per presentare il suo scatto che chiama «la città degli invisibili». Quindi – nelle infinite possibilità che la capacità di astrazione suggerisce – possiamo immaginare questa piccola rocca irraggiungibile come la propaggine più avanzata di una cittadella dell’antichità, ma anche il possibile fotogramma di un film di Pier Paolo Pasolini, che amava riprendere luoghi improbabili come questo e lo ha fatto molto spesso inserendoli come perle rare nei suoi racconti per immagini.
Già Italo Calvino aveva scritto e descritto Le città invisibili (1972). Le sue città invisibili, anche se nella finzione del racconto affidate alla voce di un giovane Marco Polo che riporta al Gran Kan, imperatore – anche qui – dei Tartari, ciò che ha visto viaggiando nel suo sterminato impero, non certo fedelmente ma affidandosi alla sua altrettanto sconfinata immaginazione. Infatti dice Marco Polo: «Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l’una e l’altro c’è un rapporto».
E dunque niente impedisce anche a noi di immaginare ciò che vogliamo, pure nel rispetto di quell’insondabile rapporto. Perché qualcuno è salito per primo su questa rupe, qualcun’altro ne ha fatto il suo rifugio, un altro ancora vi ha poi costruito. Tutti avevano un loro scopo preciso che difficilmente potremo identificare con certezza.
Allora è meglio affidarsi all’immaginazione e dare anche noi per scontato, come fa Marco Polo, che tra la città – in questo caso un presunto avamposto – e la sua descrizione possa esserci tutta quella distanza che nel racconto la trasfigura. E sentirci liberi di andare col pensiero verso le ipotesi più congeniali alla nostra esigenza – come genere umano – di considerarci, più a torto che a ragione, degli esseri speciali.
Raffaele Cardamone
































